Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

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Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Riforme, Big George ha detto stop

08 Luglio 2014

Aula SenatoOtto sedute per votare otto emen­da­menti, tutti dei rela­tori e solo sugli aspetti secon­dari della riforma costi­tu­zio­nale. È il lavoro svolto dalla prima com­mis­sione del senato nelle ultime due set­ti­mane. Restano da defi­nire la fun­zione e la com­po­si­zione delle camere e manca ancora l’intero capi­tolo del regio­na­li­smo, il famoso Titolo V. Biso­gna votare altri dodici emen­da­menti dei rela­tori su tutti gli aspetti cen­trali della riforma (come si scel­gono i sena­tori? di cosa si devono occu­pare?) e ci sono un numero enorme di pro­po­ste alter­na­tive della mag­gio­ranza «allar­gata» e della mino­ranza. Ebbene, per rispet­tare la tabella di mar­cia, tutto que­sto lavoro biso­gnerà farlo in due o tre giorni. E se fino a ieri a det­tare i tempi del senato era il capo del governo, adesso è diret­ta­mente il capo dello stato.
Una mossa mai vista da parte del pre­si­dente Napo­li­tano, che ieri ha deciso di inter­ve­nire in prima per­sona nel dibat­tito, acce­sis­simo in que­ste ore, tra soste­ni­tori e cri­tici della riforma costi­tu­zio­nale gover­na­tiva. Basta, ha detto, si è discusso abbastanza.

Che si debba cor­rere lo sostiene Renzi, eppure il pre­si­dente della Repub­blica assi­cura di par­lare «senza pro­nun­ciarsi sui ter­mini delle scelte in discus­sione». Ma i ter­mini, adesso, sono pro­prio que­sti: biso­gna neces­sa­ria­mente chiu­dere al senato entro la pausa estiva, o c’è il tempo di cor­reg­gere l’esecutivo? Non c’è tempo, dice il Qui­ri­nale. Secondo il Colle biso­gna evi­tare «ulte­riori spo­sta­menti in avanti dei tempi di un con­fronto che non può sci­vo­lare, come troppe volte è già acca­duto, nell’inconcludenza».

A Napo­li­tano si erano rivolti in molti in que­sti giorni. Ma per la ragione oppo­sta: invi­ta­vano il pre­si­dente, garante di tutti, a tute­lare la sepa­ra­zione di ruoli tra il par­la­mento e l’esecutivo, spe­cie in mate­ria di leggi di revi­sione costi­tu­zio­nale. La legge in discus­sione, in par­ti­co­lare, è stata scritta diret­ta­mente dal pre­si­dente del Con­si­glio. Gli emen­da­menti accolti sono stati tutti discussi a palazzo Chigi. E i tempi della discus­sione sono quelli che vuole il capo del governo, che da marzo sta andando avanti di ulti­ma­tum in ulti­ma­tum. Tant’è che un gruppo di sena­tori, i cosid­detti «dis­si­denti» di tutti i par­titi, era pronto a chie­dere al pre­si­dente del senato di espri­mersi, e di asse­gnare alla com­mis­sione e all’aula un con­gruo tempo di appro­fon­di­mento. Chie­de­vano alla seconda carica dello stato, Grasso, di fre­nare la corsa di Renzi. È stato pro­prio in que­sto momento che ha deciso di inter­ve­nire la prima carica, Napo­li­tano. Per accelerare.

La nota del Colle sposa in tutto l’impostazione ren­ziana, e abbonda di rife­ri­menti per dimo­strare che ormai del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio e «delle sue rica­dute nega­tive sul pro­cesso di for­ma­zione delle leggi» si è discusso abba­stanza. Il pre­si­dente dice che c’è stata «un’ampia aper­tura di dibat­tito» e che si è «pro­lun­gata note­vol­mente rispetto agli annunci ini­ziali», cioè la pro­messa di Renzi di chiu­dere al senato in un mese, entro lo scorso 25 mag­gio. Non solo: il capo dello stato si spinge a valu­tare la quan­tità di audi­zioni che sono state svolte in com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali al senato — «lar­ghe audi­zioni» — e non tra­scura un giu­di­zio sul numero di cor­re­zioni sug­ge­rite dai rela­tori al testo del governo (con l’ok del governo) — «ricca messe di emendamenti».

La cro­naca par­la­men­tare del Colle spa­lanca al dise­gno di legge Renzi-Boschi le porte dell’aula del senato. Che ha biso­gno di acco­gliere la «grande riforma» ren­ziana tra la fine di que­sta set­ti­mana e l’inizio della pros­sima, al mas­simo. È que­sta la con­di­zione indi­spen­sa­bile per pro­vare a man­dare gli ita­liani, e i par­la­men­tari, in vacanza con un primo pas­sag­gio com­piuto sulle riforme costi­tu­zio­nali. È la prima emer­genza nazio­nale? Non pare, ma a Renzi importa così e il par­la­mento, sezione distac­cata di palazzo Chigi, deve ade­guarsi. Ieri sera c’è stata l’ennesima riu­nione dei sena­tori del Pd, anche que­sta dedi­cata non a discu­tere l’impostazione gover­na­tiva ma a richia­mare all’ordine i dis­si­denti. Tant’è che Renzi non si è nean­che pre­sen­tato: non c’era nulla da spie­gare. Nes­suna rispo­sta nean­che sulle que­stioni rima­ste senza solu­zione, quelle che anche i ren­ziani ammet­tono che andranno registrate.

Così è ancora pre­vi­sto che il pre­si­dente della Repub­blica sia eleg­gi­bile da un solo par­tito, che i depu­tati non dimi­nui­scano di un’unità (vani­fi­cando il decan­tato «rispar­mio» sul senato), che un sin­daco o un con­si­gliere regio­nale nei guai con la giu­sti­zia pos­sano tro­vare riparo nell’immunità sena­to­riale… Si cor­reg­gerà? E come? Solo a chie­derlo si fini­sce tra i fre­na­tor. La fretta è per­sino mag­giore di quella che guidò alla camera l’approvazione della legge elet­to­rale, quella che adesso tutti vogliono cam­biare. O in altre legi­sla­ture ispirò le riforme costi­tu­zio­nali dell’articolo 81 e di tutto il Titolo V, due fal­li­menti riconosciuti.

Da ieri sera il «patto del Naza­reno» tra Renzi e Ber­lu­sconi è più forte. La guar­dia di Napo­li­tano inde­bo­li­sce i sena­tori cri­tici e lascia poco spa­zio ai ten­ta­tivi di cor­re­zione della riforma. Sono oltre qua­ranta gli arti­coli della Costi­tu­zione da modi­fi­care e l’importante, dice Napo­li­tano, è farlo. Se c’è un argo­mento che il pre­si­dente della Repub­blica dimen­tica, ecco a ricor­darlo il capo­gruppo Pd Zanda: è urgente tra­sfor­mare sin­daci e con­si­glieri regio­nali in sena­tori per­ché «ce lo chiede l’Europa».

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