Il cardinale e presidente della CEI Matteo Maria Zuppi e il professore e già presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky insistono sull’idea del disarmo: lo hanno fatto al convegno intitolato Giustizia, Verità e Pace in un mondo diviso, organizzato il 20 maggio a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana di piazza della Pilotta.
Insieme a Martin Maria Morales, direttore dell’Archivio storico, i due relatori hanno affrontato i tre concetti cardine del vivere civile.
Inizia Morales illustrando l’esposizione, allestita in una teca di vetro, di alcuni testi originali di San Roberto Bellarmino (1542 – 1621): il codice autografo del suo Commento al Salmo 84 (85) e un volume delle sue Controversie. Questi documenti, ci rammenta il Morales, sono stati scritti in un’Europa lacerata dalle divisioni confessionali e dalle guerre e ci interrogano oggi su cosa significhi il ritorno al passato e come la memoria storica possa essere riusata per sacralizzare la violenza o per costruire nuovi sentieri di dialogo. «La guerra veniva concepita come ordalia, guerra in nome di Dio», afferma il direttore dell’Archivio storico, «la pace, invece, rappresenta l’arte istituzionale e spirituale per impedire che la divisione dei popoli si trasformi in distruzione».
Poi prende la parola Zagrebelsky ed è un florilegio di citazioni, «mia moglie – scherza il giurista – non mi sopporta più, perché faccio sempre citazioni», ma il pubblico apprezza e applaude.
Eraclito: la condizione normale è la guerra e la pace è l’eccezione; Hegel: la storia è un banco da macellaio; Giovanni, versetto 14:27: Gesù dice ai discepoli vi do la mia pace non come la dà il mondo; Kant: la guerra è l’appetito dei potenti che alimenta il loro potere.
«Quando c’è la guerra – continua Zagrebelsky – la vera sconfitta è la verità, perché la guerra si nutre di menzogne, infatti la guerra è sempre ingiusta e illegale», e ricorda al pubblico le ragioni del ripudio della guerra nell’art. 11 della Costituzione.
«Bisognerebbe rispondere alla guerra senza ricorrere alla violenza, solo la democrazia è in grado di sconfiggere l’idea della guerra che invece è decisa da pochi che la impongono a tanti». Nel contestare la corsa agli armamenti, il giurista evidenzia il pericolo che «il riempirsi di armi induca prima o poi a usarle».
Poi lancia un anatema contro le industrie delle armi: «Sono potenti strumenti di potere che producono la cultura della guerra» e, accalorandosi, invita il Papa a pronunciarsi con forza sull’industria della guerra: «Si è scomunicata anche la mafia, e allora il Pontefice dovrebbe dire che la nostra economia non può tollerare la produzione di armi». Infine, il costituzionalista propone di fare qualcosa partendo dal basso per fermare la guerra e tutelare l’umanità e il rispetto della vita.
Anche il cardinale Zuppi si interroga su cosa fare per fermare la guerra. «Certo occorre procedere con il disarmo», dice. Si affida al dialogo: «Le parole possono costruire la pace». E cita Paolo VI: «La pace non è un’utopia ma è progresso, bisogna bandire le guerre, la buona creanza dell’umanità lo esige».
Per rispondere alla provocazione di Zagrebelsky, Zuppi chiarisce che «la Chiesa non è neutrale, è dalla parte della pace e degli operatori di pace per sconfiggere la guerra». E aggiunge: «i leader religiosi dicono no alla guerra».
Non nasconde la delusione, il cardinale: «I nostri genitori ci hanno lasciato in eredità l’idea della pace, stare insieme e vivere anche per gli altri, e ci hanno consegnato un mondo migliore rispetto a quello che lasceremo, perché non abbiamo fatto nulla fino ad ora per conservare la pace, che richiede manutenzione e costante impegno».
Quando si era dedicato alla missione di pace per favorire il dialogo e porre fine al conflitto in Ucraina come inviato da Papa Francesco, ricorda il teologo, «tra autorevoli politici si parlava di una pace giusta, ma la pace è sempre giusta: devo fare la giustizia per avere la pace».
Il Presidente della CEI fa leva sul modello Europa: «I cristiani hanno fatto l’Europa e costruito la pace, l’Europa è diventata una grande struttura di pace, i francesi e i tedeschi non si sono più affrontati dopo il secondo conflitto bellico». Si scaglia contro il nazionalismo «che distrugge le patrie» e contro coloro che usano il concetto di sicurezza «per riprodurre l’idea delle frontiere, e dei nemici per incitare allo scontro».
Sotto il profilo giuridico, il cardinale Zuppi afferma che «certo c’è l’art.11 della Costituzione, perché la guerra non doveva più succedere in quanto inaccettabile, ma c’è pure l’art. 1 dell’Atto costitutivo dell’Unesco, che persegue l’obiettivo di contribuire alla pace e alla sicurezza attraverso l’educazione, la scienza e la cultura».
Due ore di denso e intenso dibattito, concluso con la promessa di continuare il dialogo e l’impegno per la pace in altre sedi.


Annalisa Cuzzocrea