Venerdì 16 maggio 2026, un giorno che ha rischiato di creare una spaccatura profonda nel tessuto sociale della mia città, Modena. Le immagini dell’auto che sfreccia sul marciapiede della via Emilia, il cuore della città, e che investe come birilli al bowling pedoni e ciclisti in una normale giornata di vasca cittadina, sono terribili. Dolore per i feriti, angoscia perché ognuno di noi avrebbe potuto passeggiare tranquillo li, fra quei negozi e quelle pietre che si conoscono centimetro per centimetro. E qualcuno di tua conoscenza, parente, amico, poteva essere una delle vittime. Ma come, un attentato stile Nizza a Modena, proprio a Modena? Città inclusiva per cultura del lavoro, anche se la propaganda a volte la dipinge piena di problemi di sicurezza? Allora è vero. E soprattutto, visto che già da subito si è saputo che “l’attentatore” era un italiano di seconda generazione di origine magrebina, i problemi di sicurezza e di criminalità è vero che sono gli immigrati, soprattutto di fede musulmana a delinquere. Questo è un pensiero che ha sfiorato la mente di tutti, atto umano, istantaneo e di pancia. Ma soprattutto dettato dalla paura. La paura che tutto potesse cambiare da quel momento in poi. Che la convivenza civile con chi viene da fuori, da lontano, per cercare una vita migliore, come hanno fatto decine e decine di milioni di italiani nella storia dell’emigrazione, potesse crollare in un attimo sotto il colpo dell’atto terroristico pieno di odio per la nostra cultura. Lo sciacallaggio di alcuni politici, iniziato neanche un minuto dopo, cronometro alla mano, stava per dare il colpo di grazia.
Ma il giorno dopo la città ha reagito, o almeno una buona parte della città. Perchè sono sicuro che siano ancora tanti quelli che pensano che gli immigrati, che siano di prima, seconda, terza generazione, che parlino il dialetto o che abbiano imparato a fare tortellini gnocco fritto, sono sicuro dicevo, debbano essere rispediti con le buone o ancor meglio con le cattive, ai propri paesi d’origine. Ci siamo ritrovati in migliaia in Piazza Grande, la nostra agorà, soprattutto per dimostrare una grande vicinanza alle vittime e a chi si è prodigato per salvare le vite, i passanti che hanno vinto l’orrore che avevano davanti, i medici che per caso passavano di là e chi ha tentato, riuscendovi, a fermare l’investitore mettendo a forte rischio la propria incolumità. Fra questi alcune persone immigrate. Magrebine, per giunta. Come legge del contrappasso. Ora, il pericolo era la retorica al contrario. Ma in quella piazza piena di gente le parole invece sono state vere, sentite, oneste, equilibrate, ferme nel condannare il gesto chiedendo una pena giusta, ma altrettanto ferme nel condannare invece le parole contro il nostro metodo di convivenza. Che è appunto quello dove migliaia e migliaia di cittadini stranieri, con cittadinanza o meno, lavorano, pagano tasse, mandano figli a scuola, e che erano in tanti anche in quella piazza.
La paura non si combatte con l’odio sociale, con la violenza verbale, mettendo gli uni contro gli altri. La piazza, il giorno dopo, il 17 maggio 2026 ha detto questo.

