È passato poco più di un mese dal voto referendario che, insieme alla riforma Nordio, ha respinto il tentativo di mettere mano al bilanciamento dei poteri disegnato dai costituenti. E tuttavia, dopo i primi scossoni, quella che pareva una pesantissima battuta d’arresto per il governo Meloni già sembra sbiadirsi e allontanarsi nel tempo.Nonostante la grande affluenza ai seggi abbia smentito la lettura di una progressiva disaffezione dei cittadini verso la politica e abbia espresso un chiaro giudizio sulle scelte dell’esecutivo, l’opposizione è sembrata, inspiegabilmente, concedere una tregua a una destra in crisi, concentrandosi innanzitutto sulla scelta della figura che dovrà incarnare la coalizione nelle future elezioni politiche. La velocità del governo nel recuperare la bussola di un progetto autoritario già ben delineato dalle riforme di autonomia differenziata, giustizia e premierato, oltre che dagli ultimi due decreti Sicurezza, si è manifestata con la proposta di riforma della legge elettorale incardinata alla Camera il 31 marzo, appena otto giorni dopo il voto referendario.
La legge elettorale
Una legge la cui ratio è limitare, di fatto, la partita elettorale a due coalizioni dichiarate prima del voto – assegnando uno spropositato premio di maggioranza a quella vincente e rendendo ininfluenti le altre liste – porterebbe, più che alla “stabilità”, all’inamovibilità del governo, che verrebbe messo, ancora più di oggi, nelle condizioni di legiferare senza doversi curare dell’opposizione. A fare da argine istituzionale a una proposta di legge che ha già sulla carta i voti necessari per essere approvata in tempi brevi resterebbe il presidente della Repubblica, che avrebbe dalla sua dapprima la “moral suasion” e poi il potere di rinvio alle Camere disciplinato dall’art. 74 della Costituzione. Quello del Quirinale, però, è un potere di controllo e garanzia, non politico. Il Parlamento potrebbe introdurre modifiche minime o riapprovare la legge tale e quale, e il presidente sarebbe obbligato a promulgarla. Entrerebbe allora in gioco l’argine più corposo della Corte costituzionale che, ravvisando palesi profili di incostituzionalità, potrebbe correggere intere parti della legge. Ma questo intervento, qualora la legge venisse approvata a ridosso del voto, giungerebbe solo a elezioni avvenute e a nuovo Parlamento insediato, senza alcun effetto retroattivo, per evitare un vuoto istituzionale.
Le mosse dell’opposizione
Un simile scenario può ancora essere scongiurato dall’opposizione, costruendo un’alleanza sui cardini che fondano la nostra democrazia: Costituzione e Stato di diritto. Un’alleanza in dialogo con le centinaia di migliaia di persone che negli ultimi mesi hanno animato piazze, cortei, scioperi generali, manifestazioni per la pace, e con la miriade di comitati territoriali che ovunque, in modo unitario e dal basso, hanno scelto di attivarsi per fermare il tentativo di instaurare, anche nel nostro paese, una “democrazia illiberale”. La scelta di ricorrere ai gazebo per l’individuazione di un candidato o di una candidata premier rischierebbe non solo di disperdere la straordinaria rinascita di interesse per la politica, ma di essere interpretata come accettazione implicita di ciò che si vuole combattere: la logica del premierato e del leader.
Le primarie di coalizione soggiacerebbero alla ratio della legge elettorale voluta dal governo Meloni, che non solo limita di fatto le prerogative del presidente della Repubblica, ma recinta l’espressione democratica degli elettori, proprio quando c’è più bisogno della collaborazione fiduciosa di tutte le parti della società. Non potrebbero che diventare, inoltre, un evento mediatico dominato da sondaggi, slogan ed esposizione televisiva, in balia di una comunicazione pronta a dare rilevo alle contrapposizioni.
L’appello
Per questo, come chiede un appello firmato da un folto gruppo di intellettuali, giuristi, accademici e referenti della società civile, il candidato o la candidata alla presidenza del Consiglio dovrebbe essere espressione e interprete di un programma condiviso da tutta la coalizione, imperniato su pochi e chiari punti basati sulla difesa e l’attuazione della Costituzione. Un’alleanza fondata sui bisogni delle persone, sulle cause che ci fanno ritrovare nelle piazze, sui progetti a cui proviamo a dar vita, sui dialoghi che riusciamo a costruire. Ma anche sulla consapevolezza del grande pericolo che continuiamo a correre, perché il “No” al referendum non è stato sufficiente a impedire la marcia autoritaria che minaccia di insinuarsi nelle istituzioni. Quella marcia può sgretolarsi solo davanti a nuovi percorsi di democrazia rappresentativa e partecipativa, capaci di restituire fiducia nelle istituzioni democratiche e di rafforzare il legame tra cittadini e politica.

