L’onda blu ha cambiato i calcoli di Trump. Ma prima della sconfitta una coalizione di associazioni, Stati, avvocati e giudici aveva già neutralizzato molte leve dell’offensiva sul voto.

Una notte da funerale

La sera del 3 novembre Trump segue le midterm nella East Room della Casa Bianca. Ci sono, tra gli altri, JD Vance, Marco Rubio il ministro della giustizia Todd Blanche e quello del commercio Howard Lutnick. Il New York Times racconta di un’atmosfera «come a un funerale». Diversi ospiti se ne vanno prima delle dieci. I democratici avanzano anche nei territori repubblicani, conquistano Camera e Senato e travolgono le difese del gerrymandering. Poco prima delle 22:30 Trump parla al telefono con due giornalisti del Times e dice di essere disposto ad accettare i risultati e a lavorare con i democratici. Dopo mesi di accuse preventive di frode e tentativi di delegittimare il voto, è una ritirata clamorosa.

Si può spiegare, certo, con l’ampiezza dell’onda blu. Centinaia di ricorsi sulle schede e sulla certificazione erano stati preparati, ma potevano pesare in competizioni serrate. Una sconfitta nazionale di quelle proporzioni rendeva più costoso contestare il voto e improbabile ribaltare il risultato. Le urne si erano appena chiuse e già si vedeva la valanga. La macchina aveva incontrato una resistenza molto concreta. «Contrordine, camerati».

La resistenza aveva cominciato a lavorare mesi prima

Una delle offensive più decise del governo federale si era concentrata sulla California. A fine ottobre il Dipartimento di Giustizia (DOJ) aveva trasmesso alle autorità statali una lista di 20.930 persone che, secondo i propri incroci tra registri elettorali e archivi federali sull’immigrazione, risultavano «probabili non cittadini». Il DOJ chiedeva di identificare e accantonare, man mano che arrivavano per posta, le schede riconducibili ai nominativi segnalati, sospendendone l’ammissione al conteggio finché la cittadinanza dei mittenti non fosse stata verificata. A pochi giorni dalle urne era un impegno enorme, capace di causare errori, confusione e ritardi. La California rifiuta di cambiare le procedure sulla base di quella lista, contestandone l’attendibilità e si avvia un serrato contenzioso giudiziario. Nello Stato di Washington il Segretario di Stato Steve Hobbs respinge un elenco analogo, annunciando che la lista trasmessa dal governo contiene oltre quattrocento nomi “inattendibili”. In Wisconsin, Michigan, Illinois e a Filadelfia le procure avevano preparato protocolli e assistenza legale contro possibili interferenze federali.

Accanto agli Stati si è mobilitata una rete impressionante di organizzazioni politiche e civili. La National Association for the Advancement of Colored People ha contestato l’invio di circa mille osservatori federali. La League of Women Voters, il Long Island Labor Advisory Council di New York e l’Electronic Privacy Information Center di Washington hanno contrastato la trasmissione agli Stati di elenchi federali di presunti elettori irregolari. CHIRLA, la Coalition for Humane Immigrant Rights, ha ottenuto in giudizio la lista californiana e l’ha sottoposta a un controllo indipendente di un gruppo di ricercatori dell’università di Los Angeles: secondo l’analisi presentata al tribunale, 8.880 nominativi, il 42 per cento, non trovavano neppure corrispondenza negli elenchi elettorali californiani. CHIRLA ha ottenuto anche un ordine contro l’accantonamento delle schede richiesto dal DOJ. Avvocati, ricercatori e funzionari reagivano in giorni, talvolta in ore. 

Qui sta il punto politico. Le iniziative federali incontravano il rifiuto degli Stati, l’intervento delle associazioni e ricorso d’urgenza. La resistenza condivideva informazioni e moltiplicava i blocchi, passando rapidamente dall’amministrazione alla magistratura. E l’intervento della magistrature è stato cruciale.

La geografia politica dei tribunali

Gli avvocati hanno saputo scegliere anche il terreno giudiziario. Contro misure federali di portata nazionale, il distretto scelto può incidere sul giudice assegnato, sui tempi e sulle probabilità di ottenere un’ingiunzione. È il cosiddetto forum shopping, una caratteristica del procedimento giudiziario americano: nei ricorsi per cause di ampiezza nazionale i ricorrenti possono valutare fori alternativi in cui depositare la causa e scelgono quelli più “promettenti”. E conta molto chi siede su quei banchi. 

I giudici delle corti distrettuali federali, come quelli della Corte Suprema, sono nominati dal presidente con il consenso del Senato e restano in carica a vita. La loro composizione riflette decenni di battaglie politiche sulle nomine. La grande maggioranza dei magistrati federali che hanno imposto i principali limiti all’amministrazione Trump in questa stagione elettorale è stata nominata da presidenti democratici, e appartiene prevalentemente a una cultura giuridica liberal. Indira Talwani, nominata da Obama, ha fermato nel Massachusetts il tentativo del governo di limitare il voto per corrispondenza attraverso un regolamento restrittivo dell’USPS, il Servizio Postale; Sparkle Sooknanan, nominata da Biden, ha bloccato il programma federale di acquisizione delle liste elettorali dagli Stati; David Carter, nominato da Clinton, ha respinto la richiesta del DOJ sulla segregazione preventiva delle “schede sospette” in  California. Araceli Martínez-Olguín e Trina Thompson, nominate da Biden, hanno limitato le indagini elettorali e le minacce ai funzionari. A Washington, Tanya Chutkan e James Boasberg, nominati da Obama, hanno fermato rispettivamente la trasmissione di elenchi federali e le pressioni per segregare schede in California.

Considerare questo fenomeno un risveglio degli «anticorpi costituzionali» nasconde la natura dello scontro. La magistratura federale riflette la polarizzazione del paese e conserva una forte autonomia professionale. Chiamarli semplicemente «toghe rosse» sarebbe altrettanto fuorviante. Le sentenze richiedono argomenti giuridici e sono soggette ad appello; il ruolo dei giudici resta parte del conflitto politico americano, che aveva già prodotto effetti prima dell’Election Day.

Anche la Corte Suprema ha un suo progetto

La Corte Suprema ha contribuito a neutralizzare alcune delle leve più pericolose. Il 14 settembre, con sette voti contro due, ha impedito di applicare alle midterm le nuove regole USPS sulle buste del voto postale. La misura minacciava di bloccare interi lotti di schede. Quattro giudici della maggioranza provenivano dall’area conservatrice. Brett Kavanaugh, uno dei giudici nominati da Trump, ha spiegato che la regola postale poteva forse rientrare nei poteri dell’agenzia, ma imporla così vicino al voto sarebbe stato «arbitrario e capriccioso»: gli Stati non avevano il tempo di adeguarsi. Il 2 novembre la Corte ha inoltre respinto senza dissensi pubblici l’ultimo ricorso urgente del governo sulle schede californiane.

La maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha un proprio progetto costituzionale, spesso convergente con il “superpresidenzialismo” trumpiano e con le ambizioni di Project 2025: la sentenza sull’immunità presidenziale del 2024 e quella del giugno 2026 che ha ampliato il potere di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti ne sono esempi significativi. Ma la stessa Corte ha negato a Trump, nel febbraio 2026, il potere di imporre dazi generalizzati attraverso la legge sulle emergenze economiche internazionali, e in giugno ha respinto la sua offensiva contro la cittadinanza per nascita. La Corte segue una linea conservatrice autonoma; i giudici hanno limiti interpretativi e professionali che non cedono ai desideri del presidente. Nel caso delle midterm quei limiti hanno pesato, benché il nucleo della resistenza giudiziaria sia venuto dalle corti federali inferiori.

Due misure della battaglia

Dal 1° luglio abbiamo seguito il conflitto con due misure qualitative da zero a dieci, basate sul monitoraggio di stampa, atti e sentenze, condotto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. La prima figura qui sotto misura la potenza offensiva della coalizione al governo: strumenti accumulati, disponibilità e impiego. Mostra insomma l’evoluzione di sei dimensioni della manipolazione elettorale. Le impennate tardive riguardano E, schede e conteggio, e F, certificazione: in ottobre il DOJ tenta di condizionare risultati ancora sconosciuti. Al 3 novembre E e F sono intorno a 6. Si noti però la figura più in basso che misura la capacità di “resistenza”: in E questa raggiunge 8. Proprio sulle schede, Stati, associazioni e giudici hanno imposto i limiti più forti.

Figura 1. Potenza offensiva della coalizione al governo (P), 1° luglio–3 novembre 2026.

La seconda figura misura dunque le capacità  di resistenza disponibili alla vigilia del voto. L’amministrazione elettorale e la difesa delle schede raggiungono entrambe 8; la mobilitazione civica e istituzionale contro intimidazioni e disordini arriva a 5. P (potenza offensiva) e R (resistenza) non si sottraggono: R=8 non cancella P=6, ma aiuta a spiegarne i limiti effettivi. La curva offensiva più alta al 3 novembre è quella degli apparati coercitivi, seguita dall’amministrazione elettorale; la più bassa è C, pressione e mobilitazione, che si arresta appena sotto 4.

Figura 2. Capacità autonome di resistenza (R), fotografia al 3 novembre 2026.

Il mistero dei disordini mancati

Resta l’enigma più interessante. il 3 novembre è trascorso senza particolari tensioni ai seggi, malgrado il clima infuocato, le reti di osservatori e “challengers” reclutate dal Republican National Commitee, i gruppi negazionisti ancora attivi e la presenza degli osservatori federali. Guasti, minacce e interruzioni sono rimasti circoscritti. L’onda blu, emersa dopo la chiusura delle urne, non può spiegare perché nelle ore precedenti non si siano verificate intimidazioni e scontri diffusi, per i quali c’erano tutte le condizioni. Interruzioni del voto anche temporanee nelle aree competitive avrebbero favorito il potere già prima dei risultati.

La curva C nella figura 1 rende visibile questo scarto. La preparazione di osservatori, reti di contestazione e gruppi militanti MAGA aveva portato la potenza offensiva vicino a 4, ma non oltre; durante l’Election Day non si registra il salto atteso verso un impiego diffuso. Dall’altra parte nella figura 2 la dimensione C è a 5: le reti civiche, le strutture locali dei partiti di opposizione, gli uffici elettorali e i loro avvocati avevano preparato protezioni e risposte immediate e puntato ai tribunali “giusti”. Quella resistenza era relativamente forte proprio nel settore in cui l’offensiva appariva più debole. La capacità di ricorrere a magistrati in prevalenza liberal sembra aver contenuto anche qui iniziative che altrimenti sarebbero sfociate in intimidazioni o interruzioni.

Restano spiegazioni interne al mondo trumpiano. Reclutare osservatori e diffondere l’idea che le elezioni siano truccate non equivale a disporre di militanti pronti alla violenza fisica. La coalizione aveva catene di comando differenti. Forse l’azione richiedeva un segnale del capo che non è arrivato; forse mancavano le condizioni locali per trasformare il sospetto in disordine. La tranquillità può riflettere una neutralizzazione efficace, un’offensiva meno coesa del previsto o entrambe le cose.

La domanda che resta

La sconfitta elettorale ha certamente modificato gli incentivi di Trump a contestare il risultato. Prima della sconfitta, però, una lunga battaglia aveva già ridotto le possibilità di imporre nuove regole, intimidire i funzionari e bloccare il conteggio delle schede. Associazioni civiche, autorità statali, avvocati e giudici avevano agito come una coalizione di resistenza, dentro la polarizzazione americana. Il voto del 3 novembre mostra non solo la “volontà del popolo” ma anche la forza dell’offensiva costruita dalla Casa Bianca e la capacità dei suoi avversari di fermarne passaggi cruciali. Perché non sia scattato nemmeno il meccanismo dei disordini ai seggi è la parte ancora aperta dell’indagine. Ed è forse la domanda più utile per capire che cosa abbia davvero impedito alla macchina di partire.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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