Il provvedimento della Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, che ha ritenuto di respingere la richiesta della Procura di custodia in carcere per Youssef Siher in ragione dell’assenza di gravi indizi di reato, ha suscitato la reazione scomposta della Presidente del Consiglio e di altri esponenti governativi. Meloni, in un video postato sul web – come sempre senza contraddittorio – ha definito “vergognosa” la decisione della giudice, aggiungendo commenti indignati.
Ancor prima però, nei giorni scorsi la propaganda governativa era balzata con entusiasmo sull’opportunità di identificare le ragioni delle recenti proteste giovanili nell’operato di una mente perfida e straniera: un giovane (dato già di per sé sospetto), ben istruito (Dio ne scampi) e addirittura di origina marocchina e di religione islamica! Come non capirli? Si trattava dell’identikit perfetto, una manna dal cielo. L’ignobile titolo del quotidiano Libero “Non è disagio, è Islam” ben riassumeva il sollievo dei propagandisti di destra, liberati dallo sgradito onere di dare risposte alle proteste e felici di poter risolvere la questione additando l’odiato straniero.
I commenti della Presidente del Consiglio alla notizia della decisione della GIP di Milano che accerta, allo stato, l’insussistenza delle condizioni per trattenere Siher in carcere sono talmente inappropriati, così vistosamente fuori luogo da rendere quasi superflua la relativa analisi critica. E’ mai possibile che il nostro capo del governo nulla sappia dei fondamenti dello Stato di diritto, della divisione dei poteri, dell’indipendenza della magistratura iscritta nella nostra Costituzione, sulla quale pure ha giurato? E’ mai possibile che non si renda conto che le decisioni dei giudici prevedono un loro percorso per essere messe in discussione e modificate e che non spetta certo al governo valutarne l’attendibilità?
Non è infatti possibile, la posta in gioco è ben altra: come in numerose altre vicende giudiziarie in questi anni, l’intervento a gamba tesa di esponenti del governo è del tutto indifferente rispetto alla fondatezza (o infondatezza) giuridica delle decisioni, che utilizza strumentalmente per affermare proprie posizioni aprioristiche. Anche nel caso di Siher, il merito della decisione della GIP di Milano – che è contenuto in oltre 30 pagine di analitica motivazione – neppure è stato vagliato. Ciò che davvero conta per la destra in questo paese è additare un nemico, al quale addebitare colpe per lo più immaginarie e sul quale riversare la rabbia dei cittadini insoddisfatti per la qualità delle loro vite.
In occasione del referendum sulla giustizia della scorsa primavera, Meloni e la destra in generale si espressero in termini apocalittici, collocando volutamente la magistratura in una posizione antagonistica rispetto al governo. Paradossalmente, allora l’obiettivo principale erano le Procure, mentre ora ci si scaglia contro il rigetto di una richiesta della Procura di Milano. Il che dimostra ancora una volta che – per la destra italiana– il valore delle decisioni della magistratura si misura con un unico metro: che siano o meno conformi ai loro desideri.
Questa incultura istituzionale viene da lontano: basti ricordare le dichiarazioni di Berlusconi, ad avviso del quale i giudici sono, in quanto tali, degli psicopatici. Nel caso presente, la decisione su Siher riunisce due nemici storici della destra: i giudici e gli “stranieri”. E dunque si presta mirabilmente a cercare di deviare l’attenzione dal miserevole stato delle cose nel nostro paese.
L’individuazione di un nemico cui addebitare i mali sociali che non si è capaci di risolvere è estremamente conveniente per chi comanda: anziché farsi carico dei contenuti delle proteste giovanili e agire per rendere migliori le loro vite, si può accusare l’Islam; anziché disegnare misure contro disoccupazione e povertà, si demonizzano gli immigrati, che sono in realtà colonne indispensabili del nostro sistema economico.
Il grande vantaggio insito nell’invenzione di nemici da parte di chi comanda sta proprio nell’evitare di confrontarsi con la realtà: governare è difficile, complesso, richiede competenze, dedizione, pazienza, buona fede, capacità di ottenere risultati, possibilmente condivisi. Niente di tutto ciò si rinviene nell’operato dell’attuale governo, che in effetti neppure ci prova ad affrontare la difficile situazione economica e sociale nella quale il nostro paese si trova.
Si affida invece ad alcuni collaudati cavalli di battaglia: la propaganda, categoria nella quale rientrano le ultime dichiarazioni di Meloni sul caso Siher; l’invenzione di nemici, contro i quali rivolgere l’insoddisfazione popolare; e, come dimostra l’ultima manovra finanziaria, la distribuzione di mance ed esenzioni ai gruppi sociali che lo sostengono. Si tratta di strumenti di governo molto pericolosi per i cittadini: chi si vota ad essi non tiene in nessun conto il diritto, il rispetto dei ruoli istituzionali, l’equità sociale e neppure, a ben vedere, la verità.


Daniela Padoan