Riflessioni a partire dall’attuale legge elettorale nell’ordinamento italiano

29 Ottobre 2026

Gaetano Azzariti alla tavola rotonda promossa dall'Università di Brescia e Libertà e Giustizia, nell’ambito dell’Osservatorio Autoritarismo, il 27 ottobre: «Attacco alle democrazie costituzionali e deriva autoritaria nel mondo contemporaneo».

Siano oggi chiamati a riflettere sui rischi che corrono le nostre democrazie a partire dalla legge elettorale. Per introdurre la nostra discussione vorrei farvi fare un passo indietro, tornando a riflettere essenzialmente sul quadro entro cui svolgere le nostre valutazioni specifiche, evitando per quanto possibile di entrare nel merito dei singoli profili; ciò per provare a scongiurare quel vizio che è congenito dello specialismo, in grado di vedere ogni particolare, ma spesso incapace di alzare lo sguardo per capire dove si sta andando.

Dunque, in sostanza lascio alle relazioni che seguiranno l’essenziale, ovvero nel nostro caso l’esame dei numerosi vizi di costituzionalità di una pessima legge elettorale, per concentrarmi sulle tendenze di sistema entro cui essa si inserisce

Faccio questo essenzialmente spinto da una convinzione: che sia giunto il momento di guardare in fondo alla crisi e provare a rispondere alla domanda più radicale. Che è la seguente: stiamo assistendo a un’evoluzione o a una rottura del sistema? Il che vuol dire chiedersi se le trasformazioni che stiamo vivendo sono da ricondurre entro una ordinaria dinamica storica, oppure se siamo giunti ad una fase di superamento della nostra tradizione democratica occidentale.

Per poter dare una risposta adeguata dovremmo guardare non solo – non tanto – al nostro Paese, ma all’intero occidente, non solo oltre i confini nazionali ma anche oltre l’Europa, quest’ultima ormai poco più di un’espressione geografica.

Uno scenario che appare inquietante: esplosione delle autocrazie, rotture di alleanze strategiche, fine dell’ordine internazionale associato a quella “costituzione del mondo” che fu definita a Yalta, estendersi dei (neo)nazionalismi e dei (neo)fascismi montanti. La crisi del diritto internazionale e quella delle democrazie costituzionali non sono processi separati: entrambe investono l’idea che il potere, interno o internazionale, debba essere sottoposto a limiti e giustificazioni, debba definire un ordine condiviso e rispettato.

Le degenerazioni delle democrazie non investono più solo il mai compreso modello asiatico o il cortile coloniale sudamericano, ma rischiano di travolgere ancora una volta l’Europa infelice, un tempo culla di civiltà, ora culla dell’insipienza. Nei prossimi giorni, entro il prossimo anno si svolgeranno le elezioni nei maggiori paesi d’Europa e del mondo detto occidentale: ieri in Brasile e in Serbia, oggi in Israele, a novembre negli Stati Uniti e poi in Europa, dalla Francia alla Germania, dalla Spagna all’Italia. Elezioni che cambieranno il mondo e che, comunque vadano, rappresenteranno una cesura.

Permettetemi solo una considerazione sul futuro della democrazia globale. Un aspetto che non so se deve inquietarci o consolarci, ma che non vedo mai essere discusso nelle nostre riflessioni, mentre credo dovremmo cominciare a “tematizzare”. Dovremmo cominciare a riconoscere come a questo punto della storia lo spirito del mondo di hegeliana memoria sia migrato altrove e la filosofia europea come modello universale sia definitivamente tramontata.

Se vogliamo continuare ad “apprendere il nostro tempo col pensiero”, conviene cominciare a volgere il nostro sguardo anche – soprattutto – altrove, alle esperienze culturali, sociali, giuridiche più lontane. Ora è nelle nostre ex colonie che la filosofia si compie e diventa storia: pensiamo alla Cina, al continente Sudamericano, alla lontana Asia, ma anche – forse soprattutto – all’Africa o alla Palestina, a tutte quelle parti del mondo che abbiamo sin qui ritenuto essere le periferie, rispetto a quel che un tempo era considerato il centro del mondo. Forse è da lì che dovremmo ripartire per pensare criticamente la storia, anche quella europea, la nostra storia. Non posso qui andare oltre quest’accenno, ma credo dovremmo tornare a riflettere sulle questioni ora appena richiamate.

In quest’occasione sono infatti costretto a lasciare sullo sfondo la filosofia della storia, dovendo limitarmi a guardare all’Italia, alla nostra piccola provincia, senza troppo allontanarmi dai nostri confini scientifico-disciplinari. E allora consideriamo solo il diritto e la stabilità del nostro Stato, poiché questo è l’oggetto di queste riflessioni.

Mi limiterò qui a porvi una sola domanda (ve la porrò tra un attimo). Una domanda che sorge spontanea se si legano tra loro una serie di semplici ma concatenati fenomeni, pratiche, avvenimenti o progetti di riforma, guardando al presente, al contingente, alle proposte di cui si discute.

Partiamo dunque da ciò che è veramente contingente e fisiologico: il programma del governo in carica, che può piacere o meno, ma che ha tutto il diritto di esprimere un suo indirizzo politico maggioritario. Un compromesso tra le forze politiche attualmente al governo, ciascuna portatrice di una cultura politica nota e sedimentata. In fondo i governi di coalizione a questo tendono e la lunga durata dell’attuale governo dimostra la capacità dell’attuale compagine di tenere unite le diverse proposte al proprio interno.

Ecco l’elenco dei punti programmatici dell’attuale governo: 

a) La ricerca affannosa di un nuovo principio di legittimazione dei poteri, incentrato sull’elezione del Capo, espresso in una deformata e tecnicamente impraticabile ipotesi del premierato, ed ora, sotto mentite spoglie, introdotto tramite la legge elettorale. Questa è la proposta storica, da sempre rivendicata, di Fratelli d’Italia.

b) La volontà di una nuova distribuzione dei poteri tra enti territoriali, proposta nella visione rozzamente appropriativa assunta dall’autonomia differenziata per come ci è stata sin qui prospettata e che si vuole continuare caparbiamente a realizzare, nonostante la sentenza demolitoria del giudice delle leggi, che ha reso chiara la fragilità della struttura ed i rischi che si corrono per l’unità ed indivisibilità della Repubblica. Proposta che rientra nella prospettiva da tempo perseguita dalla Lega, inizialmente secessionista ora autonomista.

c) L’intento sin qui perseguito, sebbene ora, dopo l’esito del referendum costituzionale, in affanno, non però rinnegato, della separazione dell’ordine della magistratura, accompagnato da una riorganizzazione approssimata e vendicativa del potere giudiziario da parte degli organi di governo. Insomma, si è alla ricerca di un nuovo equilibrio tra potere politico e magistratura, secondo la tradizione storica di Forza Italia.

d) Infine, la stessa legislazione ordinaria sempre più attratta dalle ragioni securitarie e d’ordine e sempre meno propensa a garantire i diritti fondamentali e a definire politiche sociali solidali ed inclusive, a rischio perenne di operare fuori dal perimetro della normativa europea ovvero di quello tracciato dalla nostra Costituzione. Politiche da sempre perseguite da tutte le destre, nelle sue diverse componenti.

Nel complesso si tratta di una maglia di provvedimenti, che se coordinati tra loro, appaiono potenzialmente in grado di affossare gli equilibri costituzionali definiti. Trasformazioni che sono proposte e non ancora definite compiutamente, ma che sono in lotta per imporsi in via di fatto, attraverso strappi successivi, che operano in rottura rispetto al costituito.

Ecco allora la domanda di fondo che ne consegue e che non possiamo eludere: tutti questi elementi sono solo il frutto della libera determinazione di un indirizzo politico che riflette gli odierni equilibri parlamentari, ma che un diverso governo potrà tranquillamente cambiare ovvero rappresentano i pilastri su cui si sta edificando una nuova Repubblica autoritaria? 

Si possono fornire risposte alternative alla domanda ora posta, che delineano due contrapposti scenari.

Il primo. Qualcuno potrebbe ritenere che le considerazioni appena svolte – i fatti richiamati, i pericoli ventilati contenuti nel pur sempre legittimo programma dell’attuale maggioranza – siano state enfatizzate con toni e in termini eccessivi, visto che in fondo le trasformazioni in atto rientrano entro una dimensione definita dalle forme ordinarie della libera dinamica politica (ex art. 49); che le riforme costituzionali proposte sono espressione del sempre legittimo esercizio del potere di revisione costituzionale (ex art. 138); che si può ricondurre tutta la legislazione ordinaria e le proposte di riforma alla doverosa responsabilità del governo di dare attuazione al proprio indirizzo politico maggioritario (ex art. 94). Perché allora drammatizzare? 

In base al secondo scenario, invece, i fatti richiamati sarebbero espressione sintomatica di un mutamento profondo di natura strutturale: saremmo di fronte ad un cambiamento di fase storica. Non ancora concluso, ma già iniziato. Provo a spiegare perché temo sia questo secondo scenario il più attendibile.

In primo luogo, ciò che certamente non può affermarsi è che si tratta solo di un tentativo isolato di una destra al Governo nel nostro Paese. Intanto perché – s’è detto – basta alzare lo sguardo per osservare come appena fuori dai nostri confini sia evidente la fine degli equilibri planetari e dei principi di diritto internazionale stabiliti al termine della Seconda guerra mondiale. Trump, Putin, Netanyahu, i vari criminali al governo nel mondo non sembrano proprio un incidente della storia, anche se – e questo è il punto decisivo che riprenderemo tra un attimo – non sembrano neppure ancora i padroni del mondo, semmai i protagonisti del caos che domina il mondo. È entro questa incertezza planetaria che si colloca il caso italiano.

In secondo luogo, vediamo le ragioni che inducono a ritenere plausibile parlare di cambiamento di fase storica nel nostro Paese. Non siamo di fronte ad un improvviso scoppio di un fuoco fatuo; semmai di fronte ad un “precipitare della storia”, quando, dopo essere stato covato da tempo, “si volatilizza tutto ciò che vi era di stabile”. Infatti, le proposte oggi formulate – anche le più radicali – sono il frutto di sommovimenti tellurici assai risalenti, che hanno origine ben prima dell’insediamento di quest’ultimo governo.

È da tempo, infatti, che si assiste all’affannosa ricerca di un nuovo principio. Da parte di tutti gli attori politici, in primo luogo da parte di chi oggi annaspa all’opposizione, senza però poter rivendicare un passato diverso. Anzi se volessimo risalire all’origine troveremmo gli apprendisti stregoni della «grande riforma». E voi sapete a chi mi riferisco. Una novazione costituzionale che si è tentata di affermare, tramite rotture costituzionali ripetute e ricorrenti, ma che, a ben vedere, procede da tempo, lungo un doppio binario. Quello – spesso sconfitto – delle riforme testuali, bocciate poi dal sentimento popolare che si rivela ancora, e nonostante tutto, legato alla Costituzione. Quello – incontenibile – che punta ad imporsi mediante l’uso distorto del potere del fatto, con modifiche non scritte, atti inusuali, rotture di prassi. In ogni caso con modalità non previste dall’ordinamento vigente e che operano tendenzialmente contra constitutionem.

Si pensi, sul piano pratico, ai cambiamenti – forse alle degenerazioni – della nostra forma di governo avvenuti per la gran parte senza bisogno di modifiche formali, ma solo in via di prassi, secondo un’allegra e sovversiva interpretazione della nozione di Costituzione in senso materiale, che tutto giustifica e legittima. Sul piano teorico, inoltre, non v’è dubbio che l’instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento costituzionale e la sua legittimazione (S. Romano) sia sempre possibile. Non c’è una linea di confine netta, sono i fatti che si trasformano prima in diritto e poi, l’insieme delle nuove norme, in ordinamento, ovvero in istituzione, potremmo dire in un nuovo regime.

Vi è un ulteriore profilo su cui è necessario soffermarsi per comprendere i caratteri anomali di questa fase storica. La transizione di regime oggi non si regge sulle spalle di moltitudini ribelli, o di un popolo determinato, all’orizzonte non c’è la Bastiglia da assaltare, né l’indipendenza da conquistare, né un re da cacciare. Tutto appare solo il frutto di un cambiamento promosso dall’alto, peraltro prodotto senza una strategia unitaria. Senza bisogno di un esercito da schierare o di un generale a cui affidare i pieni poteri dopo aver dato l’assalto al palazzo presidenziale de La Moneda.

Per capire meglio lo stato in cui versiamo credo si possano utilizzare le ben note categorie gramsciane: è in corso un tentativo di rivoluzione passiva, espressione di una classe dominate e non più dirigente. Ovvero è necessario pensare al presente come una fase di interregno, quando cioè: «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

E qui si affaccia una questione che coinvolge direttamente la responsabilità degli studiosi. Nelle fasi di transizione convulse, tanto più se prolungate, io credo che un ruolo particolare spetti agli intellettuali non di regime (per parafrasare ancora Antonio Gramsci), che hanno il compito ingrato di indicare le strade; non di percorrerle, ma di individuarle, studiarle, spiegarle. Perché il “senso comune” – quell’insieme di credenze confuse – si trasformi in “buon senso”, ovvero si diffonda quell’aspirazione di coerenza e razionalità che è alla base di un ordine nuovo. Dovremmo dunque essere consapevoli che nelle faglie del tumultuoso mutamento che stiamo vivendo, disordinato e dominato da spiriti selvaggi, il ruolo del pensiero critico si espande. 

È in questo contesto ambiguo che la lotta per il diritto assume una funzione decisiva. Il diritto non è soltanto la tecnica con cui si regolano i rapporti sociali, né un insieme neutrale di procedure. Può essere lo strumento attraverso il quale si difendono e si attuano i principi della Costituzione democratica, ma può anche essere impiegato per consolidare rapporti di forza prevalenti e favorire – se non determinare – il mutamento costituzionale. La posta in gioco è dunque il significato stesso della legalità costituzionale: se essa debba continuare a limitare il potere e garantire il pluralismo dei diritti oppure ridursi a dare veste formale alle decisioni determinate dalla politica.

È questa la partita decisiva. È anche una partita ancor aperta. E sono molte le ragioni che inducono a non cedere al fatalismo ovvero al pessimismo.

La prima è rappresentata dai ripetuti fallimenti dei tentativi di revisione costituzionale che miravano a modificare profondamente l’assetto della Repubblica. Il voto popolare ha più volte mostrato che la legittimazione di una maggioranza di governo non coincide con un mandato illimitato a riscrivere le regole fondamentali. La Costituzione del 1946-1947 continua a essere sostenuta da un consenso sociale che non può essere dato per scontato, ma che resta una risorsa politica e culturale di grande rilievo. Ciò che è certo è che per sovvertire l’ordinamento vigente non basta una maggioranza di Governo o la vittoria ad un’elezione. 

Una seconda ragione di speranza è il risveglio della mobilitazione sociale. Si moltiplicano le manifestazioni di protesta ed aumenta la conflittualità sociale. Di fronte all’arroganza dei potenti, alla strage degli innocenti, al genocidio in corso di svolgimento sotto i nostri occhi a Gaza; dinanzi alle limitazioni delle libertà costituzionali che si accompagnano alla moltiplicazione di nuove fattispecie  penali e le misure restrittive in materia di ordine pubblico; davanti all’aggravarsi delle condizioni di vita (in materia di lavoro, sanità, istruzione, ambiente); di fronte a tutto questo, finalmente un gran numero di persone esprime il proprio sdegno.

La protesta, tuttavia, non basta. L’indignazione è una condizione del cambiamento, non il suo esito. Se non si traduce in organizzazione, indirizzi politici, programmi e trasformazioni normative, rischia di consumarsi nella frustrazione o di disperdersi. E se allora rimane vero che solo un movimento reale può cambiare lo stato di cose presenti è anche vero che questo movimento, di cui da tempo si sono perse le tracce, è tutto da costruire. C’è molto lavoro da fare.

Ancora due osservazioni sulle politiche che sarebbero necessarie per dare una possibilità ad un cambiamento nel segno di quella rivoluzione promessa inscritta nella Costituzione italiana.

In primo luogo, appare necessaria una rottura di continuità con il passato. Si devono abbandonare le politiche moderate sin qui perseguite, finalizzate a non turbare gli animi (che si sono invece sempre più alterati). Quando chi si oppone allo stato di cose presenti si limita a proporre una versione meno aspra delle politiche altrui, finisce per accettarne il quadro di riferimento e per lasciare senza risposta le cause profonde del disagio sociale. Fare le politiche “degli altri” in modo meno hard ci ha portato sin qui. Una politica costituzionale alternativa deve essere in grado di formulare una propria interpretazione dei conflitti e una diversa gerarchia delle priorità.

La Costituzione italiana non è un testo neutro rispetto ai rapporti sociali. Essa contiene una promessa di trasformazione: l’eguaglianza sostanziale, la dignità della persona, il lavoro, la solidarietà, la partecipazione e il pluralismo non sono semplici formule celebrative, ma criteri per orientare l’azione pubblica. L’articolo 3, secondo comma, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza; il riconoscimento di questo compito impedisce di ridurre la democrazia alla sola competizione elettorale. La democrazia costituzionale è anche capacità collettiva di intervenire sulle condizioni materiali che distribuiscono in modo diseguale libertà e potere.

Da qui la necessità di costruire contro-narrazioni che non si limitino a denunciare i difetti delle singole riforme. Alla riduzione della rappresentanza a investitura del capo occorre contrapporre la centralità del Parlamento, il pluralismo dei partiti e la partecipazione dei cittadini. Alla concezione appropriativa dell’autonomia differenziata va opposto un regionalismo solidale, nel quale l’autonomia sia compatibile con la garanzia uniforme dei diritti e con la responsabilità comune verso i territori più fragili. Alle politiche securitarie va contrapposta una concezione della sicurezza fondata sulla dignità di tutte le persone, sulla prevenzione sociale e sulla tutela delle libertà. Alla subordinazione del lavoro e dei servizi pubblici alle sole esigenze di contenimento della spesa va opposta la centralità dei diritti sociali, della salute, dell’istruzione e della protezione dell’ambiente.

Anche sul terreno elettorale, la critica non può arrestarsi alla denuncia dei possibili vizi di costituzionalità. Deve interrogare il modello di democrazia che la legge contribuisce a realizzare: il rapporto tra voto e rappresentanza, la possibilità per gli elettori di conoscere e scegliere i propri rappresentanti, l’equilibrio tra governabilità e pluralismo, la funzione del Parlamento come luogo di confronto e mediazione. Una legge elettorale non è un dispositivo puramente tecnico. Essa organizza il modo in cui la sovranità popolare si traduce in istituzioni e può rafforzare oppure indebolire la capacità della società di riconoscersi nelle sedi della decisione pubblica. Se si vuole cambiare direzione di marcia è necessario passare dalla difesa all’attacco, ricordando che la Costituzione non è un testo neutro. 

Chi dubita della necessità di riscoprire un pensiero radicalmente innovativo dovrebbe riflettere su un fatto della nostra storia recente, che non può più essere rimosso. Nel mondo la socialdemocrazia è ormai morta (in via esemplare lo dimostra l’agonia senza speranza della SPD in Germania), mentre il socialismo è tornato (partendo dal cuore dell’impero: Mamdani a New York, e i nuovi socialisti americani).

La recente esperienza referendaria offre un’ultima indicazione importante. Un referendum costituzionale vinto contro ogni previsione e ormai già dimenticato, assorti o forse inebetiti come siamo dal penoso spettacolo delle primarie. 

La vittoria è stata certamente merito di tutti coloro che si sono opposti. Frutto certamente del lavoro di convinzione dei partiti di opposizione e delle forze sociali a loro collegate.  Ma non credo si possa negare che il valore aggiunto è stato quello di chi è andato a votare non per fedeltà, ma perché ha percepito la posta in gioco: la democrazia costituzionale pluralista e conflittuale. Prima hanno riempito le piazze schifati, poi hanno riconosciuto il valore della costruzione. Non era scontato. È questo il popolo da recuperare se vogliamo dare un futuro alla democrazia pluralista e conflittuale, se vogliamo evitare la deriva di una democrazia autoritaria.

La lezione del referendum allora è questa: una vittoria in difesa della Costituzione può maturare anche al di fuori delle appartenenze politiche consolidate, quando una parte dell’elettorato percepisce con chiarezza la posta in gioco. Il valore di una mobilitazione di questo tipo risiede proprio nella capacità di coinvolgere persone che non votano per fedeltà a un partito, ma perché riconoscono nella questione costituzionale una scelta che riguarda il futuro della democrazia pluralista e conflittuale. È questo spazio sociale, più ampio dei confini organizzativi dei partiti, che occorre riconquistare e rendere politicamente produttivo.

Il richiamo alla Costituzione, però, non può restare retorico. La sua forza dipende dalla capacità di collegare i principi alle esperienze quotidiane: precarietà, diseguaglianze, difficoltà di accesso ai servizi, esclusione dai processi decisionali, insicurezza materiale e perdita di fiducia nelle istituzioni. Senza questo collegamento, la difesa costituzionale rischia di apparire come un esercizio formale o una nostalgia per un ordine passato. Deve, invece, diventare il fondamento di un programma di trasformazione del presente

La conclusione, dunque, può essere la seguente: la svolta autoritaria è possibile ma non inevitabile. Non ci si può però limitare a confidare nel fatto che la Costituzione sia in grado di difendersi da sola. La trasformazione è in corso e le acque sono agitate. Proprio questo impone di ri-conoscere la portata della posta in gioco: non una semplice alternanza tra maggioranze, ma la scelta tra una democrazia ridotta alla legittimazione elettorale del potere e una democrazia costituzionale pluralista e conflittuale. Difendere la Costituzione significa, oggi, attuarne la promessa trasformativa e costruire le condizioni sociali e politiche perché quella promessa torni a essere una forza viva. È un lavoro lungo, che richiede analisi, conflitto democratico e responsabilità collettiva. Ma ogni cambiamento comincia da un primo passo; a ciascuno spetta assumere la propria parte di responsabilità. Nessuno si dichiari estraneo.

[Questo articolo riporta l’intervento di Gaetano Azzarati alla ​tavola rotonda promossa dall’Università di Brescia e Libertà e Giustizia, nell’ambito dell’Osservatorio Autoritarismo, il 27 ottobre: «Attacco alle democrazie costituzionali e deriva autoritaria nel mondo contemporaneo»]

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