La violenza che irrompe nella nostra vita civile la sfigura. Prenderne le distanze è necessario. Ma chi decide cosa è violenza, in un mondo in cui siamo continuamente circondati da immagini di violenza, alle quali ci stiamo poco alla volta addestrando? Da provvedimenti sempre più limitativi e punitivi, che inevitabilmente isolano e stigmatizzano chi ne è destinatario, prefigurando una gabbia linguistica e simbolica, ancor prima che amministrativa o penale?
Quella che propongo è una riflessione su quello che succede quando la tentazione della violenza, nelle sue forme concrete e simboliche, proviene direttamente da rappresentanti dello Stato. Quando è il Governo a produrla e a metterla in scena attraverso la comunicazione, la propaganda politica, gli atti normativi e legislativi. Quando il conflitto viene sedato come pericoloso, anziché essere interpellato come vero e proprio lievito della democrazia.
La violenza può diventare un linguaggio assimilato e diffuso, un sottotesto, una parte della nostra convivenza civile. Può essere rappresentata e ripetuta, fino a insegnarci a riconoscerla come normale, necessaria, inevitabile: meritata persino. È a questo processo che vorrei dare il nome di pedagogia della violenza.
La violenza esercita un potere anche su chi non la subisce direttamente.
La sua esposizione – la sua declinazione pubblica – può intimorire, mobilitare, dividere e costruire consenso.
È qui che la parola “pedagogia” ci obbliga a spostare lo sguardo. Non dobbiamo chiederci soltanto chi esercita la violenza e chi la subisce, ma anche che cosa essa insegna, quali gerarchie produce, quali sensibilità modifica, quali persone ci abitua a considerare degne di protezione e quali, invece, a guardare con indifferenza, sospetto, paura, disprezzo.
La nostra vita civile sembra impigliata in un gorgo di violenza sistemica sempre più rapido e brutale. Non parlo – per ora – della cronaca nera – proposta, rimestata, resa intrattenimento – né delle immagini violente postate come contenuti social sempre più espliciti, veri o costruiti con l’intelligenza artificiale, ma di casi reali, divenuti consueti.
Una costellazione che, come una lenta educazione sentimentale, rischia di addestrare il paese a un passaggio di soglia che, benché derubricato a cronaca, è essenzialmente politico e premonitore di nuovi scenari.
Se, oggi, una determinata modalità del conflitto (quella agita nelle piazze, in scioperi, blocchi stradali, sit-in, picchetti, disobbedienza passiva) può essere stigmatizzata, repressa, criminalizzata, fino a insegnare a chi si oppone forme sempre più introiettate di auto-limitazione, auto-contenimento, autocensura, la violenza simbolica esercitata dallo Stato può, parallelamente e senza apparente contraddizione, essere normalizzata, giustificata, codificata.
Sta accadendo nel nostro Paese e in altre democrazie cui storicamente facciamo riferimento, a cominciare dagli Stati Uniti. Basti ricordare la veridica tracotanza con cui Donald Trump, nel gennaio 2016, mentre correva per le primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali di novembre, affermò che avrebbe potuto «stare nel bel mezzo della Fifth Avenue e sparare a qualcuno, e non perdere un voto».
Quando, nella sua più brutale formulazione, il “capo” lascia intendere che potrebbe perfino sparare a un passante, senza per questo perdere il proprio popolo, quella che mette in scena non è una predisposizione personale all’iperbole ma una teoria del consenso, che assume la violenza come seduzione, la fedeltà come assoluzione preventiva, il legame con le masse come sospensione implicita della misura e della legge, la mediazione carismatica come surrogato vitale delle grigie forme del diritto. Ma sono proprio quelle grigie forme del diritto, che rendono possibile la democrazia: i «logori ingranaggi della libertà, del suffragio popolare e della divisione dei poteri» di cui parlava Piero Calamandrei, descrivendo i metodi costituzionali dello Stato liberale, messi in discussione, allora, dall’affacciarsi del fascismo; oggi, dalle democrazie che, sempre più, sembrano volersi costituire come illiberali.
Chiamate democrature, capocrazie, populismi, autoritarismi elettorali, pur mantenendo la facciata formale del sistema democratico, mostrano di sentire come limiti al proprio potere le garanzie fondamentali dello Stato di diritto, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di espressione, la tutela delle minoranze.
Vorrei portare tre esempi presi dalle cronache recenti e destinati, ritengo, a fare storia.
Il caso dell’agente Cinturrino difeso a priori dall’esecutivo prima di diventare una “mela marcia”
Quando, a gennaio, nel “boschetto della droga” di Rogoredo, a Milano, l’agente Cinturrino uccise con un colpo di pistola alla testa lo spacciatore ventottenne di origine marocchina Abderrahim Mansouri, che taglieggiava da tempo, diverse alte autorità del governo di centrodestra ne difesero a priori l’operato, sostenendo fermamente la tesi della legittima difesa, ancor prima che le indagini dimostrassero la falsità di quella ricostruzione e il depistaggio con l’arma giocattolo, che avrebbe motivato la “legittima difesa”.
La Procura della Repubblica di Milano, che aprì un fascicolo per eccesso colposo, fu oggetto di una levata di scudi da parte dei vertici dell’esecutivo (la presidente del Consiglio parlò di doppiopesismo), che si schierarono «senza se e senza ma». Venne lanciata una raccolta di firme con lo slogan #io sto col poliziotto. Ma soprattutto, il caso venne cavalcato per accelerare l’approvazione del cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine nell’ennesimo Decreto Sicurezza che sarebbe stato approvato da lì a poco.
Finché gli elementi raccolti nell’indagine non portarono alla richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario, e Cinturrino venne derubricato a “mela marcia”.
Indicativa la battuta di spirito fatta dal presidente del Senato, seconda carica dello Stato, quando la condotta del poliziotto Cinturrino divenne indifendibile: «Io mi rifarei a quello che diceva Giorgio Almirante ai tempi del terrorismo: se il terrorista è di sinistra chiedo la pena di morte, se il terrorista è di destra chiedo una doppia pena di morte».
Con il risultato di introdurre nell’ordine del discorso, sotto le sembianze di un paradosso, la normalizzazione della pena di morte, la citabilità aneddotica di Almirante e la legittimazione della politica a emettere sentenze sostituendosi alla complessità delle garanzie necessarie al giudizio.
Il caso della morte di Aderrahim Fakir dopo una manovra di contenimento delle forze dell’ordine
Quando, a luglio, la lunga agonia di Abderrahim Fakir – un uomo di 42 anni di origini marocchine residente a Bologna dall’età di 7 anni, deceduto dopo una drammatica manovra di contenimento da parte delle forze dell’ordine, bloccato a terra, a faccia in giù, con i polsi dietro la schiena – fu mostrata in un video che ne documentava le prolungate e strazianti richieste d’aiuto e le persone insorsero, le massime cariche dell’esecutivo difesero l’operato della Polizia, definendo «inaccettabili» le proteste dei cittadini. I primi risultati dell’autopsia hanno rilevato sangue nei polmoni e segni di schiacciamento. È in corso un’indagine per omicidio colposo. I due agenti coinvolti non risultano formalmente iscritti nel registro degli indagati ma in quello delle “annotazioni preliminari”, in applicazione della procedura 45-bis prevista dal cosiddetto “scudo penale” inserito nel Decreto sicurezza n. 23/2026.
Il caso della richiesta di grazia per Mario Roggero
Quando, sempre a luglio, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva sul caso di Mario Roggero – il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso, nel 2021, due rapinatori e ferito un terzo durante un tentativo di rapina nel suo negozio – la presidente del Consiglio definì la pena «sproporzionata» e sollecitò il Guardasigilli Nordio a presentare richiesta di grazia al Presidente della Repubblica. «Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali», affermò.
Chi siano le persone per bene e chi quelle per male, quali tutele applicare alle prime e quali pene alle seconde, si fa più chiaro giorno dopo giorno, nel delinearsi del “governo del capo” che si vorrebbe introdurre surrettiziamente con la riforma della legge elettorale, dopo che presidenzialismo e premierato sono stati respinti, insieme alla riforma della magistratura.
Da un lato, con la protezione del gioielliere omicida che esercita violenza al di fuori della legge, si veicola il principio che – a garanzia di un “noi” stretto, identitario, umorale – la legittimazione plebiscitaria del capo vale più delle cautele costituzionali, dei giudici e delle forme istituzionali.
Dall’altro, con la difesa aprioristica di singoli episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine, prima ancora dell’accertamento dei fatti da parte della magistratura,
si precisa la partizione fra il “noi”, persone per bene, e il “non noi”, fatto di persone ai margini, in stato di disagio mentale, stranieri, poveri, piccoli delinquenti; ma anche di chi chiede semplicemente giustizia, tacciato di pregiudizio ideologico contro i servitori dello Stato.
A commento di quel caso, la presidente del Consiglio disse che «se si subisce un’aggressione, il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità “combattimento”: esiste una ampia letteratura a riguardo, che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi, il corpo, la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino». Un’affermazione che non solo situa stress e rabbia iperattiva in una cornice di legittimazione della violenza privata, ma esercita una pressione sul diritto penale a espandere la disciplina dell’autodifesa – e della legittima difesa per le forze dell’ordine – oltre i suoi limiti.
Se la legge considerasse l’adrenalina o il sequestro dell’amigdala come una spiegazione, il patto sociale crollerebbe, facendoci tornare all’arbitrio individuale.
Si procede così a introdurre quella pedagogia della violenza che è tipica dei populismi, non come programma esplicito ma come superamento di una soglia che il capo – assumendo su di sé la prerogativa del giudizio – rende dicibile. Ma cosa succede quando, nel solco di un sentire populista, è l’esecutivo ad avanzare la volontà e la pretesa di una giustizia intuitiva, naturale, che risiede – più che nelle leggi scritte, nelle Costituzioni, nelle sentenze dei tribunali e nel diritto internazionale – nell’istinto politico e nella sensibilità etica del leader, che prima si indigna, protesta, proclama (come “uno di noi”) e subito dopo legifera, con la copertura di un Parlamento in cui dispone di una maggioranza schiacciante?
Il presidente degli Stati Uniti utilizza sistematicamente una retorica che divide il mondo e le persone in categorie nette: good people e bad people.
Ma la “brava persona”, indicata come figura assolta in partenza, non è una categoria giuridica: è una categoria ideologica. Spostare il dibattito dal piano giuridico (legale/illegale, costituzionale/incostituzionale) a quello morale (buono/cattivo) dà a chi governa un enorme vantaggio discrezionale, e addestra i cittadini, i “governati”, a concedere un’immunità narrativa a chi rientra nello statuto di “brava persona”: le sue sono “buone intenzioni”.
La moralizzazione della politica trasforma l’avversario in un nemico morale e, poiché la definizione di “buono” non è ancorata a fatti oggettivi ma a criteri ideologici, il leader potrà sempre ridefinire chi fa parte dei “buoni” in base alla convenienza politica del momento.
L’insegnamento della Fattoria degli animali orwelliana («Quattro gambe buono, due gambe cattivo») è il paradosso del populismo al potere, che adotta una strategia dell’anti-establishment permanente, posizionandosi contemporaneamente come “uomo (donna) del popolo” e come capo del governo.
Lo vediamo, ancora una volta, nella parabola di Donald Trump, che quando definisce i condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 come “ostaggi” o “incredibili patrioti”, sostituisce il verdetto giuridicocon un’assoluzione morale ideologica.
Al contrario, i magistrati che istruiscono i processi contro di lui vengono descritti come “persone orribili” o “corrotte”. E così i giornalisti, gli oppositori, e via dicendo.
Ma quando la retorica politica riduce il mondo a una divisione binaria tra “persone per bene” e “persone per male” getta le basi per un processo che educa progressivamente sia i cittadini, sia gli apparati di sicurezza, ad accettare, giustificare o persino desiderare
l’uso della forza extragiuridica contro categorie specifiche di persone.
Porterò alcuni casi, avvenuti nel 2026, di decessi e vessazioni per mano di singoli cittadini, isolati o in gruppo, nel corso di ronde, di cacce allo straniero e al povero, ma anche nel corso di operazioni di polizia, che costituiscono ormai un sottotesto delle nostre giornate, tra sottovalutazione, indifferenza, vampate di sdegno che si spengono senza aver determinato atti conseguenti.
Perdonerete questa contabilità del reale, questa parentesi inventariale, ma i fatti sono l’ossatura che rende possibile il discorso.
Decessi avvenuti nel corso di azioni o fermi delle forze dell’ordine
Sono sette le morti avvenute nel nostro Paese in meno di dieci mesi, durante un fermo, una contenzione o un inseguimento. Non è un numero irrilevante.
In Italia non esiste una statistica pubblica che raccolga sistematicamente i decessi. Un’interrogazione parlamentare, presentata nel luglio di quest’anno, rileva questa lacuna: a oggi, si legge, «ancora non si prevede un sistema pubblico, uniforme e trasparente, di raccolta dei dati relativi ai decessi e alle lesioni verificatisi durante operazioni di polizia o mentre le persone si trovano sotto la custodia dello Stato».
In aprile, a Châtillon, in Valle d’Aosta, muore Davide Suvilla, un uomo di 43 anni, piemontese, che, inseguito dalla Polizia dopo aver rubato un camion in una cava, secondo gli agenti si sarebbe lanciato dal camion in corsa, urtando contro l’auto della Polizia e venendo poi investito. Ammanettato in posizione supina, con politrauma cervico-toracico, decede nonostante le successive manovre di rianimazione. Cinque agenti risultano iscritti nel registro degli indagati. L’ipotesi, iniziale è omicidio colposo, successivamente riportata a omicidio stradale.
A luglio Massimo Ciarelli, quarantatreenne di Pescara in regime di semilibertà alla guida di uno scooter, non si ferma a un posto di blocco. Secondo una prima ricostruzione, perde la vita in uno scontro con la macchina dei Carabinieri che lo insegue. La Procura di Teramo ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale, ma il carabiniere alla guida dell’auto non è stato iscritto nel registro degli indagati, in applicazione della procedura preliminare 45-bis prevista dal cosiddetto “scudo penale” inserito nel decreto sicurezza n. 23/2026.
Ad agosto, a Senigallia, Oleksandr Muravskyi, un uomo ucraino di 35 anni residente in Polonia e in vacanza in Italia con la famiglia, muore in ambulanza durante il trasferimento in ospedale, dopo un inseguimento e una colluttazione con i Carabinieri, durante la quale viene utilizzato un taser. La Procura di Ancona ha avviato accertamenti attraverso la procedura preliminare prevista nei casi in cui appaia evidente una possibile causa di giustificazione, senza iscrivere i militari nel registro ordinario degli indagati. Il caso richiama quello del muratore albanese Elton Bani, 41 anni, morto nell’agosto 2025 nell’androne della sua abitazione, nell’entroterra genovese, dopo l’intervento dei Carabinieri e l’uso dell’arma a impulsi elettrici. I militari che hanno utilizzato il dispositivo risultano indagati per omicidio colposo, – e anche per falso ideologico, perché, nel corso dell’incidente probatorio, un testimone ha riportato che un carabiniere gli avrebbe suggerito di descrivere Bani come aggressivo.
A ottobre, a Catania, il quarantunenne italiano Marcello Reito, dopo essere sfuggito a un controllo di Polizia mentre è alla guida di uno scooter, coinvolto in uno schianto durante l’inseguimento, viene condotto negli uffici della Questura per accertamenti. Qui accusa un malore accompagnato da convulsioni e muore, nonostante i soccorsi. I primi esami autoptici rilevano una frattura al femore destro e un’escoriazione alla gamba sinistra. Due poliziotti sono indagati per omicidio preterintenzionale.
Ancora a ottobre, a Lodi, muore Agostino Conigliaro, di 39 anni. I residenti di un caseggiato (ironicamente) in via Vittime della Violenza chiamano il 112 perché l’uomo è in forte stato di agitazione, si arrampica su recinzioni e strutture del cortile. Contenuto e ammanettato dai Carabinieri, accusa un grave malore e muore in ospedale 36 ore più tardi. I due carabinieri coinvolti sono iscritti nel registro delle annotazioni preliminari, modello 45-bis, non nel registro ordinario degli indagati, come accade quando il fatto appare evidentemente coperto da una causa di giustificazione.
Decessi e violenze per mano di privati cittadini
In questo stesso 2026, in nome della “remigrazione”, si è registrato un aumento significativo di ronde di cittadini, nelle metropolitane e nei quartieri degradati, generalmente formate da attivisti neofascisti ed etno-nazionalisti che spesso agiscono con l’intenzione di trasformare le azioni di intimidazione e vessazione contro immigrati, marginali e senza tetto in contenuti social. In un caso tragico si è arrivati all’omicidio: a maggio, a Taranto, un gruppo di giovani italiani, tra cui quattro minorenni, in cerca di una vittima vulnerabile, accerchia e uccide di botte il bracciante agricolo maliano Bakari Sako. Già ferito e sanguinante, aveva cercato scampo in un bar ma ne era stato respinto. Trascinato fuori dal locale, muore sull’asfalto.
Molti sono stati gli episodi di violenza agiti da cittadini.
A febbraio, a Roma, in zona Termini, tre giovani italiani militanti di estrema destra prendono di mira persone straniere e senza fissa dimora, colpendole con sfollagente e spranghe. Sequestrati un coltello e materiale di propaganda nazista. I tre indagati sono accusati a vario titolo di lesioni aggravate dall’odio razziale e porto abusivo di armi od oggetti atti a offendere
A giugno, a Genova, nei quartieri di Quinto e San Fruttuoso, ragazzi giovanissimi del posto, a volto coperto e armati di spranghe e bastoni, si sono scagliati contro giovani stranieri, tra cui anche minorenni.
A luglio, in una via centrale di Milano, un senzatetto brasiliano di 45 anni si sveglia per il calore a un braccio: una banda di ragazzini, che si allontanano correndo, ha dato fuoco a un contenitore di carta e plastica lì accanto.
Ancora a luglio, a San Benedetto del Tronto, il cittadino iracheno Michael Habeeb Jousif – rifugiato politico assiro-cristiano che, dicono le cronache, parla cinque lingue e lavora in Italia come cartongessista, reo di occupare la strada e rallentare il traffico, forse perché in stato di ubriachezza, è stato insultato, spintonato e malmenato da un noto esponente di Futuro nazionale, che ha poi pubblicato la scena sui suoi social, proclamando di essersi fatto giustizia da solo di fronte all’inazione delle istituzioni.
In agosto, a Roma, in tre zone diverse, quattro giovani a bordo di un’auto hanno sparato con una pistola ad aria compressa contro quattro uomini stranieri scelti a caso: due indiani, un pakistano, un nigeriano. Le accuse sono di lesioni aggravate, con aggravante della discriminazione e dell’odio razziale.
A settembre, a Rozzano, nell’hinterland milanese, dopo molestie verbali nei confronti di una donna, un gruppo di residenti ha formato una ronda contro persone di origini magrebine ritenute responsabili di degrado o spaccio. Le cronache riferiscono tre aggressioni nell’arco di dodici ore; due contro la stessa persona. Due residenti sono indagati per percosse aggravate dall’odio razziale.
Forse questa elencazione può apparire noiosa. Persino fuori luogo. Se così fosse, sarebbe il segno della normalizzazione delle enormità che accadono giorno dopo giorno, soglia dopo soglia, nelle nostre città, attorno a noi, in un clima in cui la propaganda politica della destra è riuscita a insinuare l’immagine di immigrati, stranieri e persone considerate o rese marginali alla stregua di una minaccia collettiva, di un “disordine” da raddrizzare. Al punto che il Consiglio d’Europa, in un documento del marzo 2026 della Commissione di Venezia, richiama il rapporto fra discorsi discriminatori contro migranti e rifugiati, e aggressioni e altre gravi violazioni.
[…] Un atteggiamento potenzialmente eversivo, che scavalca la mediazione dello Stato, e che, tuttavia, in parti dello Stato trova alimento.
Così come quando esponenti del governo e delle istituzioni intervengono a caldo sulle sentenze definendole “ingiuste”; quando esercitano pressioni politiche per chiedere la grazia presidenziale che eviterebbe il carcere a uno di “noi”; quando ne propongono la candidatura politica, per sottrarre “uno di noi” alla legge.
In tutti questi casi si mette in discussione, assieme all’insegnamento di solidarietà che i Costituenti hanno posto come architrave della nostra Repubblica, il principio della separazione dei poteri.
L’accusa di inazione rivolta alla magistratura, quando non di permissività o complicità – il pericolo dei giudici che “liberano” stupratori e pedofili agitato nella campagna referendaria – unita alla difesa a priori, sempre e comunque, in qualsiasi circostanza, dell’operato delle forze dell’ordine, e addirittura all’idea che cittadini organizzati possano sostituirsi alle forze dell’ordine individuando, sorvegliando, punendo chi ritengono indesiderabile, sono condotte che inducono l’idea di una giustizia che è il contrario dello Stato di diritto.
Dove il costituzionalismo moderno ha definito limiti, procedure, separazioni e cautele, proprio perché la cessione della forza non tracimi in arbitrio, il capo populista vede, sente, comprende, giustifica, riabilita, chiede punizioni e nuove regole, avocando a sé il “buon senso” del padre di famiglia, della madre di famiglia, e al tempo stesso sussurrando al cittadino – addestrato dal martellamento della cronaca nera a considerarsi in costante pericolo – che può godere di una comprensione dei suoi moventi.
Nel caso del gioielliere Roggero – dove a portare alla condanna in via definitiva è stata l’applicazione dell’articolo 52 del Codice Penale, che esclude la legittima difesa quando il pericolo non sia più attuale e l’azione diventi una vendetta o una caccia all’uomo al di fuori dalla propria abitazione o dall’esercizio commerciale – presentare l’omicida come “vittima della magistratura” ha veicolato non solo l’idea che la proprietà privata valga più della vita umana, ma che le sentenze dello Stato possano essere disattese se è il “capo”, o la piazza, a chiederlo con forza.
Difendere lo Stato di diritto non significa ignorare la paura, la necessità di sicurezza dei cittadini, o negare la sofferenza, ma rifiutare che la paura diventi fonte del diritto, e che il governo usi i casi individuali per logorare i contrappesi costituzionali.
Come abbiamo visto, quando, in una forma di governo che si vorrebbe sempre più costruita sul legame diretto con il “popolo”, il “capo” si espone su un fatto di sangue delegittimando l’operato della magistratura o legittimando a priori l’azione di singoli agenti delle forze di polizia nel corso di interventi che sfociano in morti cruente, l’argomento non è il fatto in sé, ma lo spostamento di soglia che delimita cosa è diritto e cosa indulgenza, concessione, autorizzazione preventiva o retrospettiva.
E quando l’esecutivo insinua che la giustizia debba adeguarsi al racconto del capo, non sta parlando solo di un gioielliere che si erge a giustiziere o di un esponente deviato delle forze dell’ordine. Sta dicendo quale idea di Repubblica ha in mente.
[…]
«La vita di ognuno di noi è sempre minacciata e incerta. Viviamo nella repressione e fingiamo di vivere nella libertà […]. Quel che ci circonda è un immenso arazzo di menzogne, sul quale pascoliamo ignari» affermava nel 2005 il drammaturgo statunitense Harold Pinter nel suo discorso del Nobel per la Letteratura, non a caso intitolato Arte, verità e politica. Esserne consapevoli, tenerlo come sottotesto, è già una strada per la libertà.

