La sentenza non risolve il futuro industriale e occupazionale di Taranto, ma pone un limite preciso: la continuità produttiva non può giustificare il rinvio indefinito della tutela sanitaria.

La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 29 ottobre 2026 rappresenta un passaggio fondamentale nella lunga vicenda dell’ex ILVA di Taranto, perché oltre a confermare la sospensione dell’attività dell’area a caldo, chiarisce il rapporto tra tutela della salute, lavoro e produzione industriale, riaffermando la centralità della salute e della prevenzione.

Il primo elemento di rilievo riguarda il superamento della contrapposizione tra salute e lavoro, che ha accompagnato per decenni la vicenda tarantina. La Cassazione afferma che questi diritti non devono essere considerati antagonisti, perché il lavoro che lo Stato deve promuovere è un lavoro salubre e sicuro. Il conflitto riguarda piuttosto la libertà di iniziativa economica, che la stessa Costituzione subordina al rispetto della salute, dell’ambiente e della dignità umana.

Un secondo elemento riguarda il valore delle conoscenze scientifiche nelle decisioni pubbliche. La sentenza richiama il lungo percorso di studi epidemiologici e valutazioni ambientali e sanitarie che hanno documentato gli effetti dell’inquinamento industriale sulla popolazione di Taranto. Conoscenze accumulate mentre si susseguivano autorizzazioni, proroghe e programmi di risanamento incompiuti.

Richiamando la Corte di giustizia europea, la Cassazione ribadisce che la valutazione degli effetti sulla salute deve essere parte integrante delle autorizzazioni industriali e accompagnare l’intero esercizio degli impianti, considerando tutte le sostanze scientificamente riconosciute come nocive.
Viene quindi ribadito un principio essenziale per la sanità pubblica: il rispetto dei limiti normativi ambientali non equivale automaticamente all’assenza di rischio sanitario. I limiti sono strumenti regolatori, non necessariamente soglie di sicurezza, come dimostrano le conoscenze epidemiologiche sugli effetti delle polveri sottili anche a basse concentrazioni.
La Cassazione naturalmente non entra nel merito di tutte le controversie scientifiche sulle valutazioni sanitarie delle polveri sottili, ritenendo già sufficiente la questione dell’amianto a sostenere la sospensione.
Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra conoscenza, incertezza e responsabilità di agire. La prevenzione non può essere continuamente rinviata in attesa di ulteriori dimostrazioni. Quando esistono evidenze consolidate di pericoli gravi per la salute, produrre nuove conoscenze e adottare misure preventive devono procedere insieme.

La sentenza non risolve il futuro industriale e occupazionale di Taranto, ma pone un limite preciso: la continuità produttiva non può giustificare il rinvio indefinito della tutela sanitaria.

La questione centrale supera l’ertoneamente evocato bilanciamento tra salute (da sacrificare) per mantenere la produzione, e riporta l’asse su wuale produzione sia compatibile per tutelare la salute delle persone. Dopo decenni di studi e promesse, Taranto ha soprattutto bisogno che le conoscenze disponibili diventino finalmente decisioni e azioni concrete. Per Taranto rimane il problema di intraprendere una strada di riconversione industriale che produca salute e non malattie.

Fabrizio Bianchi è epidemiologo ambientale con 40 anni di esperienza, ricercatore senior associato del CNR; autore di oltre 300 articoli scientifici su riviste internazionali; collaboratore di media nazionali tra cui Presa diretta, Report, il Domani, Quotidiano Sanità, Scienzainrete, Bo Live dell’Università di Padova, Ambientenonsolo e di Libertà e Giustizia.

È membro del comitato scientifico nazionale di Legambiente e dell’associazione dei medici per l’ambiente ISDE-Italia; Associato ANPI.

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