«Due pirati sulla cassa del morto. Yo-ho-ho, e una botte di gasolio!»

12 Ottobre 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte dello speciale America Watch • dell’osservatorio Autoritarismo

Il titolo richiama la celebre ballata dei pirati, cantata da Billy Bones nell’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson (1883): «Quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum!».

Perché la Casa Bianca sacrifica Zelensky e si accorda con Putin per abbassare i prezzi dell’energia? Perché ci sono le elezioni, si dice. Giusto. Ma alla radice della svolta sull’Ucraina c’è soprattutto il tradimento del capitale fossile americano. L’alleato storico di Trump rifiuta di pagare il prezzo elettorale della guerra in Iran, mentre democratici e sinistra riportano al centro le diseguaglianze sociali.

Una questione americana

Donald Trump ha trovato un nuovo alleato nella lotta contro l’inflazione che minaccia i repubblicani alle urne: Vladimir Putin. Il 9 ottobre ha annunciato un accordo per riportare sui mercati oltre 300.000 tonnellate di diesel russo subito, altre 500.000 a novembre e ulteriori forniture in seguito. Il Tesoro americano ha allentato temporaneamente le sanzioni sul prodotto russo. L’obiettivo è abbassare il prezzo dei carburanti. Mancano tre settimane alle midterm.1

Zelensky ha protestato: quelle esportazioni riportano denaro nelle casse di Mosca mentre la Russia bombarda l’Ucraina. Trump ha replicato accusandolo di prolungare il conflitto e suggerendo che Kiev dovrebbe scegliersi un nuovo presidente. Secondo Axios, la Casa Bianca aveva già chiesto almeno sei volte, nei mesi precedenti, di interrompere gli attacchi ucraini alle raffinerie russe. Nei colloqui recenti, secondo una fonte ucraina, è stata perfino evocata la sospensione della condivisione dell’intelligence; un funzionario americano ha negato che si sia trattato di una minaccia.

Una parte della stampa europea, e in particolare italiana, legge la vicenda in termini politici e morali internazionali: abbandono dell’aggredito, riabilitazione dell’aggressore, crisi della solidarietà occidentale. Tutto vero. Ma spiega ben poco di quello che Trump sta facendo e del perché.

Da tempo Trump non considera la difesa dell’Ucraina un obbligo strategico o morale degli Stati Uniti. Ha mostrato maggiore comprensione per le pretese di Putin che per quelle di Zelensky. Il 28 febbraio 2025, alla Casa Bianca, umiliò il presidente ucraino davanti alle telecamere: «You don’t have the cards», non hai le carte in mano. Con Vance gli intimò di mostrarsi riconoscente agli americani, mentre Zelensky cercava di discutere le garanzie di una pace negoziata.2 Non era un incidente diplomatico. Era una concezione transazionale della politica estera: l’alleanza vale finché produce vantaggi e chi dispone delle risorse impone le condizioni.

La novità dell’ottobre 2026 non è dunque la disposizione favorevole a Putin e ostile a Zelensky. È il prezzo che Trump è disposto a pagare per ottenere dal Cremlino una risorsa che gli serve immediatamente: energia meno costosa. Il motivo va cercato soprattutto negli Stati Uniti, nel rapporto fra il presidente e alcuni degli industriali che hanno beneficiato della sua politica, ma non intendono sacrificare i propri profitti per salvarne la campagna elettorale.

La ribellione (e l’ingratitudine) dei petrolieri

Il capitale fossile è un alleato storico dei repubblicani. Nel 2024 quasi nove dollari su dieci dei contributi del settore destinati direttamente a candidati e partiti andarono al GOP. Il patto trumpiano sembrava semplice: liberare petrolio, gas e carbone dai vincoli ambientali e accelerare autorizzazioni e trivellazioni; in cambio, investimenti, posti di lavoro ed energia abbondante a buon mercato.

Trump ha mantenuto la propria parte. Ha dichiarato l’emergenza energetica nazionale, istituito il National Energy Dominance Council e allentato numerose regole climatiche. Nel febbraio 2026 l’Ente per la Protezione Ambientale americano ha revocato anche l’accertamento del 2009 sulla pericolosità dei gas serra, che sosteneva una parte importante della regolazione federale delle emissioni.

Poi la guerra contro l’Iran, trascinata da Netanyahu, ha prodotto uno shock dannosissimo per Trump. La crisi di Hormuz ha portato il petrolio oltre cento dollari al barile e il gasolio sopra i sei dollari e mezzo al gallone. Il rincaro dei trasporti alimenta quello delle merci. Il presidente che aveva promesso una vita meno costosa si è ritrovato a pochi mesi dal voto con l’inflazione di nuovo al centro del malcontento.

la prima mossa è stata di rivolgersi agli ‘amici”. Già dalla primavera si erano mossi il segretario all’Energia Chris Wright e Doug Burgum, segretario agli Interni (il dipartimento che amministra le terre federali e le loro risorse naturali). Avevano sollecitato Exxon, Chevron e gli altri produttori ad aumentare le estrazioni. La produzione americana è cresciuta fino a sfiorare i quattordici milioni di barili giornalieri in settembre, ma non c’è stata la nuova corsa alle trivelle sperata dalla Casa Bianca. Le compagnie hanno preferito investimenti selettivi, dividendi e riacquisti di azioni, mentre i prezzi mondiali sostenevano profitti eccezionali.

Il 3 agosto Trump ha attaccato pubblicamente Exxon e Chevron, accusandole di guadagnare «troppo», e ha rimproverato l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth, di dimenticare quanto l’impresa dovesse alla sua amministrazione. Voleva che una parte di quella prosperità fosse restituita ai consumatori.3

In settembre lo scontro si è spostato sul diesel. Le raffinerie americane lavoravano quasi a piena capacità, ma esportavano quantitativi crescenti perché il carburante rendeva di più all’estero. Valero, Marathon Petroleum e altri raffinatori beneficiavano dei margini internazionali; autotrasportatori, agricoltori e famiglie americane pagavano il conto. Wright ha chiesto di limitare volontariamente le esportazioni per lasciare più prodotto sul mercato nazionale. L’industria ha resistito sostenendo, non senza ragioni tecniche, che restrizioni all’export avrebbero aggravato le distorsioni e che la capacità perduta nel conflitto non si ricostruiva in poche settimane.

Ma il nodo politico era un altro. Per aiutare Trump, i raffinatori avrebbero dovuto rinunciare a parte dei profitti. Il presidente chiedeva ai loro azionisti di contribuire al costo elettorale della crisi. E i raffinatori non ci stavano. La Casa Bianca ha allora preso in considerazione restrizioni alle esportazioni e poteri straordinari per la raffinazione; il 6 ottobre Trump ha prospettato perfino la sospensione della tassa federale sulla benzina.

Le imprese hanno semplicemente continuato a scegliere produzione e vendite in base alle proprie convenienze, non alle necessità politiche del loro maggior benefattore. Il presidente che le aveva liberate dai vincoli ambientali di Obama e di Biden ora chiedeva loro di autotassarsi. Il compromesso prometteva che l’arricchimento del capitale nazionale avrebbe prodotto automaticamente vantaggi per operai e consumatori. Il pieno di gasolio raccontava un’altra storia.

Cinquemila dollari e un gallone di gasolio

Trump ha cercato allora di compensare quella frattura attraverso lo Stato. Il 9 settembre, alla convention repubblicana di Dallas, ha promesso un «Trump dividend» di 5.000 dollari a ogni cittadino adulto, a condizione che i repubblicani conservino Camera e Senato. Non c’erano né legge né copertura finanziaria per una spesa di oltre mille miliardi. C’era una condizione immediatamente comprensibile: votatemi e riceverete il denaro.

Non era un episodio isolato. Il 10 settembre la Casa Bianca ha annunciato rimborsi di 500 dollari a quasi un milione di persone che comprano a prezzo pieno un’assicurazione sanitaria nel mercato federale. Il 2 ottobre ha annunciato altri 90 dollari una tantum a oltre venti milioni di anziani assistiti da Medicare, il programma sanitario pubblico. Nel primo caso gli assegni sono stati accompagnati da una lettera firmata da Trump: «Quel denaro appartiene agli americani che lavorano sodo, non al governo, e ora ve lo restituisco!». Nel secondo è previsto un messaggio simile, per lettera o email. Sono interventi diversi per natura e copertura, ma il gesto politico è analogo: il beneficio pubblico arriva con il nome del capo.4

Dove il mercato e gli amici reticenti non garantiscono il benessere promesso, Trump prova a distribuirlo direttamente; quello che non può distribuire subito lo promette dopo le urne. Poi tenta di agire sul prezzo che più visibilmente smentisce la promessa di prosperità: l’energia.

Qui entra Putin. Le raffinerie russe subiscono da mesi attacchi ucraini volti a colpire le entrate e la capacità bellica di Mosca. Danneggiando la produzione di carburanti, però, contribuiscono anche a restringere l’offerta internazionale. Per Zelensky è una strategia di guerra; per Trump, davanti alle midterm, diventa un ostacolo alla riduzione dei prezzi e dunque un rischio elettorale. Dopo le richieste inascoltate a Kiev, Washington negozia direttamente con Mosca la ripresa delle esportazioni, allentando le sanzioni.

Non sappiamo se le quantità annunciate basteranno a ridurre sensibilmente i prezzi americani: diversi analisti ne dubitano. Il loro rendimento politico può essere, invece, immediato. Trump può dichiarare di aver trovato personalmente un nuovo fornitore, e aggirare l’egoismo degli industriali americani che resistono alle sue richieste.5

Il costo internazionale è pesante. La Russia può ottenere nuovi ricavi; Kiev subisce pressioni per rinunciare ad attaccare infrastrutture energetiche nemiche; l’Europa scopre che la politica americana delle sanzioni può essere rinegoziata in funzione della politica interna. La posta, per Trump, è prima di tutto americana. La sorte di Zelensky viene sacrificata al tentativo di contenere l’inflazione prima del 3 novembre. D’altra parte Trump glielo aveva detto fin dal primo, umiliante incontro: “Tu non hai le carte”. È America First al suo meglio. E non è una novità né un’uscita di testa estemporanea.

Il nemico sbagliato

Dietro l’urgenza energetica si muove un conflitto ancora più pericoloso per il trumpismo: quello sulla distribuzione della ricchezza. Un tempo si chiamava conflitto di classe. Il compromesso interclassista trumpiano – di cui il ritorno al fossile era il centro di gravità – prometteva al proprietario libertà di accumulare ricchezza, all’operaio lavoro e protezione dalla concorrenza straniera, al consumatore abbondanza a poco prezzo. A tenerli insieme doveva essere la “sovranità energetica nazionale”. Il miliardario patriottico e il lavoratore americano starebbero dalla stessa parte, contro gli avversari della rinascita del paese: ambientalisti militanti, intellettuali liberal, scienziati allarmisti. Ma se le compagnie guadagnano profitti abnormi mentre le famiglie pagano il prezzo di una guerra sbagliata nel momento sbagliato, quel racconto perde forza.

L’8 ottobre un’indagine Pew ha indicato che l’84 per cento degli elettori registrati considera l’economia molto importante per il voto. Prezzi, salari, affitti e sanità occupano la campagna. I democratici insistono sul costo della vita; una parte della sinistra cerca di trasformare quel disagio in critica al potere economico.6 I nemici sono pronti ad approfittarne. I Democratic Socialists of America rilanciano lo slogan «Workers over billionaires»: i lavoratori prima dei miliardari. Socialisti e progressisti parlano di salari, abitazioni, sanità e tassazione dei patrimoni. Anche fuori dalla DSA cresce la critica al peso dei grandi donatori. La strategia democratica resta plurale, ma il conflitto politico può di nuovo articolarsi tra chi possiede e chi lavora senza riuscire ad arrivare a fine mese. La corte dei miliardari attorno alla Casa Bianca non è più la prova visibile della potenza nazionale; diventa un bersaglio.

È proprio la frattura “di classe” in salsa populista americana che Trump ha sempre tentato di spostare altrove. Il suo popolo doveva riconoscersi nel comune antagonismo verso gli immigrati accusati di sottrarre posti di lavoro e risorse pubbliche, verso le élite progressiste che li difendono, verso i «comunisti» che vorrebbero distruggere l’America. Da anni Trump sostiene, senza prove, che milioni di non cittadini votino illegalmente per i democratici. Tutta la campagna sotterranea dell’amministrazione per manipolare e delegittimare il voto appartiene a questa battaglia. Un potente mezzo di distrazione di massa, come oggi usa dire. Ma gli elettori che guardano il prezzo della benzina possono continuare a farsi una domanda diversa: chi guadagna e chi paga?

Trump offre assegni, promette agli elettori migliaia di dollari, e adesso tratta con Putin. Il motivo è che i suoi petrolieri l’hanno piantato in asso per coltivare i profitti immediati e stratosferici creati da una guerra che non doveva essere fatta, o almeno non ora, sotto le elezioni.

Le raffinerie russe che Zelensky vuole colpire per indebolire l’aggressore sono quelle da cui il presidente americano spera di ricavare il gasolio che gli serve prima del voto. Putin lo sa. Gli unici che fingono di non saperlo sono Zelensky, l’Europa e i commentatori dei grandi giornali che continuano a scandalizzarsi per l’“immoralità” di Trump.


  1. Axios, «U.S. official: Trump cut deal with Putin after Zelensky ignored his requests», 10 ottobre 2026. ↩︎
  2. CNN, «Trump-Zelensky Oval Office meeting», trascrizione del colloquio del 28 febbraio 2025. ↩︎
  3. Jarrett Renshaw e Nicole Jao, «US energy secretary seeks refiners’ help amid narrow options to curb diesel price», Reuters, 24 settembre 2026. ↩︎
  4. White House, «President Donald J. Trump Announces the Working Families Obamacare Refunds», 10 settembre 2026; White House, «President Donald J. Trump Announces Medicare Improvement Fund Payments for Seniors», 2 ottobre 2026. ↩︎
  5. Financial Times, «Can Russia meet Trump’s diesel demands?», 11 ottobre 2026. ↩︎
  6. Jocelyn Kiley et al., «Economy Ranks as Top Issue in Midterms for All Voters – But Partisans Differ Over the Importance of Other Issues», Pew Research Center, 8 ottobre 2026; Democratic Socialists of America, «Your National Political Committee newsletter — Socialism is Practical», luglio 2026. ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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