Restituire significato all’antifascismo non è vezzo ma dovere

11 Giugno 2026

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Articolo pubblicato su Domani
Daniela Padoan, 10 Giu 2026

Titolo originale Restituire significato all’antifascismo non è vezzo ma dovere

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

La targa in memoria di Giacomo Matteotti posta allo scranno 14 della Camera, da cui il 30 maggio del 1924 il parlamentare socialista pronunciò il discorso che portò al suo rapimento e al suo assassinio per mano fascista.

I problemi della vulnerabilità della democrazia e dell’educazione antifascista non sono in conflitto con il “ben altro” a cui dovremmo guardare; ne sono parte integrante e dovrebbero entrare a chiare lettere nel programma dell’opposizione.

Mentre, come nell’opera teatrale di Ionesco sull’insorgere del fascismo, i rinoceronti scorrazzano sempre più numerosi e spavaldi nelle nostre strade, dissertiamo se siano davvero rinoceronti, se abbiano uno o due corni, se siano indiani o africani, se valga la pena perdere tempo a osservarli o addirittura se esistano. Chi si ostina a indicarne la connaturata propensione a rompere argini e calpestare staccionate viene irriso da pensatori e opinionisti seduti d’abitudine nelle piazze, questa volta mediatiche, pronti a sentenziare che tassonomia e nomenclatura binomia non coincidono, e che i pericoli per la democrazia sono ben altri.

Non importa che, nell’ottantesimo anniversario del voto che portò la democrazia dopo il fascismo, la presidente del Consiglio venga annoverata da un cortometraggio prodotto da Fratelli d’Italia, preannunciando la ventura campagna elettorale, tra le figure del destino la cui venuta e le cui imprese sono annunciate da visioni o sogni; né che abbia affermato che il capogabinetto del Ministero della cultura popolare della Repubblica Sociale Italiana Giorgio Almirante «continua a vivere nel percorso della destra». Non importa che la seconda carica dello Stato renda omaggio ai caduti della RSI equiparandoli ai partigiani e si unisca all’elevazione a padre nobile della nazione del redattore della Difesa della razza divenuto fondatore e segretario del MSI, assicurando che «dopo aiutò il percorso verso la democrazia». 

In quel “dopo” trova spazio il kitsch linguistico e cognitivo che, più ancora del revisionismo, intorbida la memoria dell’incancellabile abiezione della Repubblica di Salò e della sua attiva partecipazione non solo alle attività antipartigiane ma allo sterminio degli ebrei d’Italia, fatta di rastrellamenti, identificazione, detenzione e consegna alle autorità occupanti tedesche dei prigionieri deportati ad Auschwitz-Birkenau, Bergen-Belsen, Ravensbrück e Buchenwald.

La progressiva normalizzazione sia del fascismo storico, ridotto a episodio della storia nazionale suscettibile di bilanci e rivalutazioni, alla stregua di una tradizione politica tra le altre, sia di Salò – raccontata come parentesi giovanile, quasi un’intemperanza di chi portò la fiamma tricolore della RSI nel simbolo missino, resa luogo di equiparazione tra “i ragazzi” che combatterono e morirono da entrambe la parti – converge e collude, paradossalmente, con la tendenza, da parte di chi si oppone a tale processo, a mobilitare le immagini del nazifascismo e della Shoah come metafore generali del male politico e dello sterminio condotto da Israele a Gaza.

Il rischio di ricordare il fascismo e il nazifascismo in modo talmente inflazionato e metaforico da renderlo irriconoscibile porta alla smorfia di saccente disgusto di chi ritiene che si tratti di cascami della storia, svincolando così dal proprio ingombrante passato chi oggi mostra di volere una salda presa sul potere dello Stato attraverso una ricostituzionalizzazione del paese.

A pronunciare la parola “fuori luogo” sono restati il presidente della Repubblica – che il 2 giugno ha definito il referendum del 1946 una svolta avvenuta «dopo il ventennio fascista, la tragedia bellica, la lotta di Liberazione» – e il presidente della CEI che, in un messaggio a Mattarella, ha sentito la necessità di ribadire che la Repubblica è nata «riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo».

Forse, dopo la straordinaria esperienza di autoformazione civica in cui migliaia e migliaia di persone in ogni città d’Italia hanno dato prova di voler studiare e approfondire non solo la fallita riforma della giustizia e il suo effetto di varco nel bilanciamento dei poteri disegnato dai costituenti, ma la necessità di difendere la democrazia da una svolta autoritaria, è il momento di dar corso a un’opera di riflessione e risignificazione delle basi antifasciste e della memoria che ci rende comunità. Così che diventi argomento di confronto il motivo per cui i parlamentari della maggioranza hanno potuto disertare l’aula durante la scopertura di una targa sullo scranno dal quale Matteotti, il 30 maggio 1924, pronunciò il discorso contro le violenze e i brogli fascisti prima di essere ucciso, o che iniziative ispirate a idee di nazionalismo etnico, come la “remigrazione”, trovino supporto in sedi istituzionali. I problemi della vulnerabilità della democrazia e dell’educazione antifascista non sono in conflitto con il “ben altro” a cui dovremmo guardare; ne sono parte integrante e dovrebbero entrare a chiare lettere nel programma dell’opposizione.

Scrittrice, saggista, presidente di Libertà e Giustizia. Si occupa da anni di razzismo e totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

Tra i suoi libri Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004, Einaudi 2024, Premio Aqui Storia) e Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo (Bompiani 2005, Castelvecchi editore 2026, Premio Nonino).

Per Castelvecchi dirige le collane “Lupicattivi. Voci di ecologia integrale” e “Papaveri rossi”.

Ha collaborato con Rai3, “il manifesto” e “L’Avvenire”, è stata editorialista di “La Stampa”, attualmente scrive su “Domani”.

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