La maggioranza inquieta: chi sta abbandonando Trump?

23 Ottobre 2026

Simone Pazzaglia dottorando in Scienze Sociali

Questo contenuto fa parte dello speciale US'26 • dell’osservatorio Autoritarismo

La coalizione che nel 2024 aveva riportato Donald Trump alla Casa Bianca mostra segni di cedimento, soprattutto fra giovani ed elettori ispanici. Ma il malcontento verso il presidente non si traduce automaticamente in fiducia nei democratici. Le elezioni di novembre diranno molto sul futuro del trumpismo e sulla capacità dell’opposizione di tornare a rappresentare una parte dell’America che aveva perduto.

Nel novembre del 2024 Donald Trump era riuscito in un’impresa che, soltanto qualche anno prima, molti osservatori consideravano improbabile. Dopo la sconfitta contro Joe Biden, l’assalto al Campidoglio e quattro anni trascorsi a contestare la legittimità delle elezioni, era tornato alla Casa Bianca con una coalizione elettorale più ampia e socialmente più composita di quelle che lo avevano sostenuto nelle precedenti campagne presidenziali.

La vittoria aveva sorpreso soprattutto per un dato. Trump non aveva semplicemente consolidato il consenso della destra repubblicana tradizionale: era riuscito a conquistare una parte degli elettori che, fino a pochi anni prima, i democratici consideravano relativamente sicuri. Giovani uomini, lavoratori senza laurea, cittadini ispanici, persone che avevano vissuto con crescente insofferenza l’aumento del costo della vita. Gruppi molto diversi, accomunati spesso dalla percezione che le istituzioni politiche non fossero più in grado di occuparsi dei loro problemi.

A meno di due settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026, quella coalizione appare assai meno compatta. Secondo una rilevazione del Pew Research Center, soltanto il 67 per cento degli elettori che avevano votato Trump nel 2024 approva oggi il suo operato. All’inizio del secondo mandato erano il 95 per cento. Fra gli elettori trumpiani sotto i 35 anni l’approvazione scende al 49 per cento, mentre fra quelli ispanici si ferma al 57.

È una perdita di consenso considerevole, tanto più perché riguarda persone che avevano scelto consapevolmente di riportare Trump al potere. Ma prima di parlare di dissoluzione del trumpismo occorre capire che cosa ci dicano davvero questi numeri. Un elettore deluso può votare per l’opposizione, astenersi, scegliere un candidato locale del proprio partito oppure continuare a votare repubblicano pur giudicando negativamente il presidente. Sono comportamenti politici differenti, che una percentuale di approvazione non consente di distinguere.

La domanda più interessante delle prossime midterm è dunque se il 2024 abbia inaugurato un nuovo equilibrio sociale della politica americana oppure se la vittoria repubblicana abbia riunito, per una circostanza favorevole, elettori destinati a separarsi quando fosse arrivato il momento di giudicare il governo.

Per capire la posta in gioco bisogna tornare proprio a quella vittoria.

Una coalizione più ampia di quanto sembrasse

Nell’analisi pubblicata nel giugno 2025, basata su elettori la cui partecipazione al voto era stata verificata nei registri ufficiali, il Pew Research Center ha ricostruito i cambiamenti intervenuti fra le presidenziali del 2020 e quelle del 2024. Fra gli elettori ispanici, Trump era passato dal 36 al 48 per cento, avvicinandosi quasi alla parità con Kamala Harris. Fra gli afroamericani aveva ottenuto il 15 per cento, contro l’8 del 2020. Anche fra gli asiatico-americani aveva accresciuto considerevolmente il proprio sostegno.

Il movimento era particolarmente significativo perché sembrava contraddire una lettura consolidata della politica statunitense, quella di un Partito repubblicano sempre più identificato con l’elettorato bianco, anziano e conservatore, di fronte a un Partito democratico sostenuto dalle minoranze etniche, dai giovani e dai cittadini più istruiti.

La realtà, naturalmente, era più complicata. I democratici continuavano a ottenere la maggioranza dei voti afroamericani e ispanici, mentre Trump conservava un forte vantaggio fra gli elettori bianchi senza laurea. Ma l’allargamento repubblicano introduceva un elemento di novità: l’appartenenza etnica, da sola, spiegava sempre meno le scelte politiche.

C’era poi un secondo aspetto, spesso trascurato nel racconto del successo trumpiano. Lo studio del Pew mostrava che buona parte dei cambiamenti rispetto al 2020 dipendeva da chi aveva deciso di votare e chi era rimasto a casa. Gli spostamenti individuali fra i due partiti erano stati relativamente contenuti. Trump aveva mobilitato con maggiore efficacia i propri sostenitori e aveva conquistato un vantaggio fra gli elettori che non avevano partecipato alla consultazione precedente.

È un punto decisivo. L’elettorato americano cambia attraverso conversioni politiche, ma anche mediante la composizione della popolazione che effettivamente si presenta alle urne. Un partito può guadagnare terreno senza persuadere milioni di avversari, semplicemente riuscendo a portare al voto persone che si erano sentite escluse o indifferenti. E può perderlo quando quelle stesse persone tornano a disinteressarsi della politica.

La differenza conta soprattutto nelle elezioni di metà mandato, dove l’affluenza è generalmente inferiore a quella delle presidenziali e il presidente in carica non compare sulla scheda. Il trumpismo ha dimostrato di possedere una straordinaria capacità di mobilitazione quando al centro della competizione c’è Trump. Resta da capire se la stessa energia sopravviva quando sono altri candidati repubblicani a chiedere il voto.

Gli elettori che si erano avvicinati alla destra

Uno degli esempi più istruttivi riguarda la popolazione ispanica, che i commentatori americani tendono talvolta a trattare come un unico blocco elettorale. In realtà comprende comunità molto diverse per origine nazionale, reddito, istruzione, generazione, appartenenza religiosa e rapporto con l’immigrazione.

Un cittadino di origine cubana che vive in Florida, un lavoratore texano la cui famiglia risiede negli Stati Uniti da generazioni e un giovane portoricano di New York possono condividere alcune esperienze culturali senza avere le stesse priorità politiche. Né è ragionevole presumere che le politiche sull’immigrazione rappresentino automaticamente la prima preoccupazione di ciascuno di loro.

Trump aveva colto questa eterogeneità meglio di quanto molti democratici avessero fatto. La sua campagna del 2024 aveva insistito sui prezzi, sull’accessibilità economica della vita quotidiana, sul lavoro e sul discredito delle élite politiche. Per una parte dell’elettorato ispanico, il Partito repubblicano era diventato un’opzione credibile proprio perché parlava di problemi materiali senza presentare l’identità etnica come la principale chiave di interpretazione delle preferenze politiche.

Il nuovo rapporto del Pew, pubblicato il 16 ottobre 2026, mostra quanto questo avvicinamento fosse vulnerabile.

Fra gli ispanici che avevano votato Trump, il giudizio positivo sul presidente è sceso dal 93 al 57 per cento. Appena il 34 per cento di loro considera oggi buone o eccellenti le condizioni economiche, contro il 57 per cento all’inizio dell’anno. Nel complesso dell’elettorato ispanico registrato, soltanto il 24 per cento approva l’operato presidenziale.

I democratici hanno recuperato un vantaggio consistente nelle intenzioni di voto per la Camera: 51 contro 24 per cento fra gli elettori ispanici registrati, con una quota rilevante di indecisi e sostenitori di altre candidature.

Sarebbe però sbagliato leggere questi dati come un semplice ritorno all’ordine politico precedente. Fra gli ispanici che votarono Trump nel 2024, il 65 per cento dichiara ancora di voler sostenere un candidato repubblicano alla Camera. Solo l’11 per cento sceglierebbe un democratico; gli altri si dividono fra indecisione e alternative.

Qui si vede la differenza tra disaffezione personale e riallineamento partitico. Trump può deludere senza che il Partito democratico torni immediatamente a essere percepito come una casa politica. È possibile che alcuni elettori conservino le proprie convinzioni conservatrici, pur criticando la gestione dell’economia o determinate scelte dell’amministrazione. Altri possono essere convinti che entrambi i partiti siano ugualmente incapaci di migliorare la loro condizione.

Anche fra i giovani il fenomeno merita una lettura attenta. Nel 2024 una parte importante degli uomini più giovani si era avvicinata ai repubblicani, contribuendo a ridurre il tradizionale vantaggio democratico nelle nuove generazioni. Le analisi del Center for Information & Research on Civic Learning and Engagement della Tufts University avevano segnalato, in particolare, una distanza crescente tra il comportamento elettorale delle giovani donne e quello dei giovani uomini.

Il crollo dell’approvazione di Trump fra i suoi elettori sotto i 35 anni suggerisce che una parte di quel consenso fosse meno stabile di quanto sembrasse. L’identificazione con uno stile politico provocatorio, il rifiuto del linguaggio delle istituzioni e la promessa di una rottura con l’establishment possono favorire un candidato in campagna elettorale. Governare significa però confrontarsi con risultati misurabili, a cominciare dalle condizioni economiche.

Le categorie generazionali, del resto, non descrivono individui politicamente omogenei. Un venticinquenne con un lavoro precario, affitto elevato e debiti universitari ha interessi differenti da un coetaneo inserito in un’impresa familiare. La loro eventuale convergenza elettorale può dipendere dalla capacità di un candidato di offrire una spiegazione convincente delle difficoltà che entrambi incontrano, senza che ciò implichi un’identità di interessi durevole.

La differenza fra protesta e appartenenza

Nella letteratura politologica esiste un filone consolidato che interpreta il voto anche come giudizio retrospettivo sull’operato di chi governa. Morris Fiorina, nel suo Retrospective Voting in American National Elections, ha mostrato come gli elettori possano valutare i risultati di un’amministrazione senza possedere un sistema coerente di preferenze su tutte le questioni politiche. L’elettore osserva la propria condizione, attribuisce responsabilità e decide se confermare o punire il governo.

Questa prospettiva aiuta a leggere il 2026, ma presenta una difficoltà. L’attribuzione delle responsabilità avviene dentro un ambiente politico polarizzato, dove molti cittadini interpretano gli stessi avvenimenti in modi profondamente diversi. Il costo della benzina, una decisione economica o una crisi internazionale possono essere imputati al presidente, al Congresso, alle imprese o a fattori esterni, secondo le convinzioni di chi giudica.

Anche quando la valutazione negativa è condivisa, quindi, non è detto che conduca alla stessa scelta elettorale.

Da diversi decenni il sistema politico americano è attraversato da un processo di crescente polarizzazione affettiva. Gli studi di Shanto Iyengar e dei suoi collaboratori hanno documentato quanto l’identificazione partitica sia legata a sentimenti di ostilità verso il campo avversario. Il partito è diventato, per molti americani, una componente dell’identità sociale. Abbandonarlo può comportare un costo psicologico e relazionale superiore a quello prodotto dalla delusione verso un singolo leader.

Un elettore repubblicano che critica Trump non diventa per questo meno ostile ai democratici. Può considerare il presidente inadeguato e ritenere comunque l’opposizione troppo distante dai propri valori. Può desiderare un diverso leader conservatore. Oppure può scegliere di non votare, senza modificare la propria identità politica.

L’impopolarità del presidente può dunque convivere con una notevole capacità di resistenza del suo partito.

Questo aiuta anche a comprendere il paradosso dell’opposizione democratica. Nel settembre 2026 Gallup registrava un miglioramento dell’immagine del partito, valutato favorevolmente dal 43 per cento degli americani contro il 35 dei repubblicani. Ma la maggioranza degli intervistati continuava ad avere un’opinione negativa dei democratici. Il vantaggio relativo non equivaleva a un riconoscimento positivo della loro proposta politica.

Per una formazione che aspira a riconquistare stabilmente il governo, è una distinzione tutt’altro che secondaria.

Che cosa prometteva davvero il 2024?

Per comprendere la crisi del consenso trumpiano bisogna interrogarsi anche sulle aspettative che ne avevano alimentato la crescita.

Il voto del 2024 era maturato in un periodo nel quale molti americani percepivano una distanza crescente tra il racconto dei risultati macroeconomici e la propria esperienza quotidiana. L’occupazione poteva restare sostenuta e l’inflazione rallentare, mentre il livello dei prezzi rimaneva elevato rispetto agli anni precedenti. Una famiglia non giudica la situazione economica soltanto attraverso il tasso di disoccupazione nazionale: guarda al costo dell’affitto, alla spesa alimentare, al carburante, alle assicurazioni sanitarie e alla possibilità di migliorare la propria condizione.

Trump aveva trasformato questa distanza in un argomento politico di grande efficacia. Aveva promesso di restituire potere d’acquisto, rilanciare la produzione nazionale e proteggere lavoratori e famiglie dalle conseguenze della globalizzazione. Era riuscito così a intercettare una domanda di sicurezza economica che travalicava l’elettorato conservatore tradizionale.

Il malcontento registrato nel 2026 suggerisce che una parte di quelle aspettative sia rimasta insoddisfatta. Nel sondaggio del Pew l’economia torna a essere la questione più importante per gli elettori, mentre peggiora il giudizio sulla capacità presidenziale di affrontarne i problemi.

Occorre tuttavia distinguere le percezioni dai nessi causali. L’insoddisfazione per i prezzi non dimostra, da sola, quali provvedimenti dell’amministrazione abbiano prodotto un particolare aumento del costo della vita. Dazi, politica fiscale, scelte energetiche, tensioni internazionali e dinamiche dei mercati richiedono valutazioni separate. È un terreno che merita un approfondimento autonomo.

Dal punto di vista elettorale, intanto, conta il divario fra la promessa e l’esperienza del governo. Per gli elettori che avevano sostenuto Trump soprattutto nella speranza di ottenere un miglioramento economico, il rapporto con il presidente è più esposto alla delusione rispetto a quello di chi lo considera il rappresentante di una battaglia culturale irrinunciabile.

Il nucleo identitario del movimento MAGA può sopportare giudizi negativi su alcuni risultati di governo. Gli elettori acquisiti più recentemente possono invece rivedere la propria scelta.

È questa differenza, molto più della percentuale nazionale di approvazione, che potrebbe spiegare gli spostamenti delle prossime elezioni.

Il problema che attende i democratici

Le midterm offriranno un primo banco di prova, ma da sole non potranno stabilire se il sistema partitico americano sia entrato in una nuova fase.

La teoria del riallineamento elettorale, associata agli studi classici di V. O. Key, invita a distinguere le oscillazioni temporanee dalle trasformazioni durature delle coalizioni politiche. Un’elezione può produrre un risultato eccezionale senza modificare stabilmente il rapporto fra gruppi sociali e partiti. Per parlare di riallineamento occorre osservare cambiamenti capaci di sopravvivere a diversi candidati e consultazioni.

Il 2024 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il Partito repubblicano ha consolidato una nuova base multietnica e popolare. Oppure come un’elezione nella quale l’insoddisfazione verso l’amministrazione Biden ha temporaneamente portato a Trump cittadini che non si riconoscevano pienamente nella sua proposta politica.

È presto per scegliere fra queste interpretazioni.

Il Partito democratico ha però un problema immediato. Può beneficiare della mobilitazione contro il presidente senza riuscire a ricostruire un legame stabile con gli elettori perduti. Il Pew registra che il 63 per cento dei sostenitori democratici si dichiara estremamente motivato a votare, contro il 46 per cento dei sostenitori repubblicani. È una differenza importante per novembre. Non dice però quanto durerà quella mobilitazione, né quale progetto politico possa sostenerla in futuro.

Negli ultimi anni i democratici hanno costruito una parte consistente della propria identità sulla difesa delle istituzioni democratiche e sul contrasto al trumpismo. È una battaglia decisiva, soprattutto dopo il 6 gennaio 2021 e il progressivo indebolimento delle convenzioni che regolavano il confronto politico americano.

Ma l’elettore che giudica troppo alto il costo della vita può condividere quelle preoccupazioni e continuare a chiedersi chi sia in grado di rendere più accessibili una casa, un’assicurazione sanitaria o un percorso di istruzione. La tutela delle istituzioni democratiche acquista maggiore forza politica quando si accompagna a una risposta credibile alle condizioni materiali dell’esistenza.

Anche la comunicazione conta, naturalmente. La campagna di Trump del 2024 era riuscita a raggiungere pubblici che i democratici faticavano a intercettare, anche attraverso ambienti digitali e circuiti mediatici differenti da quelli della politica tradizionale. Ma spiegare tutto con podcast, social network e capacità di occupare l’attenzione rischia di nascondere il problema. La comunicazione funziona quando dà forma a una domanda politica che esiste già. Da sola non costruisce un’appartenenza durevole.

Per i democratici, dunque, la questione riguarda la rappresentanza sociale. Quali interessi intendono riunire? Come possono ricostruire fiducia fra lavoratori senza laurea, giovani economicamente insicuri e minoranze che hanno smesso di considerare automatico il proprio sostegno? E quale idea di sviluppo economico può tenere insieme i grandi centri urbani, le periferie e le aree industriali che negli ultimi decenni hanno vissuto trasformazioni molto diverse?

Non esiste una risposta unitaria, né sarebbe utile fingere che esista. Le tensioni attraversano lo stesso campo progressista americano, diviso fra sensibilità socialdemocratiche, liberalismo moderato e attenzione crescente ai conflitti culturali.

La possibilità di approfittare di un errore dell’avversario è una condizione favorevole. La capacità di costruire una nuova maggioranza richiede qualcosa di più impegnativo.

Una vittoria, molte domande ancora aperte

Il 3 novembre il voto potrà rivelare quanto del malcontento verso Trump sia diventato opposizione attiva, quanto abbia prodotto astensione e quanto possa convivere con una persistente fedeltà repubblicana.

I risultati andranno letti tenendo conto delle differenze territoriali e demografiche. Un arretramento repubblicano nei collegi suburbani, per esempio, avrebbe un significato diverso da una diminuzione dell’affluenza nelle aree rurali. Un recupero democratico fra gli elettori ispanici potrebbe dipendere da una nuova preferenza partitica oppure dalla maggiore partecipazione di cittadini che avevano disertato le presidenziali. I numeri complessivi, da soli, non racconteranno tutta la storia.

Soprattutto, una sconfitta alle midterm non rappresenterebbe automaticamente la fine del trumpismo. I movimenti politici possono sopravvivere ai loro leader e alle battute d’arresto elettorali, specialmente quando hanno trasformato l’identità di un partito, selezionato una nuova classe dirigente e modificato il linguaggio della competizione pubblica.

La domanda è se Trump abbia costruito una coalizione destinata a durare oltre la sua presenza oppure se la sua capacità di riunire gruppi sociali differenti resti, in larga misura, personale.

Per il momento, le ricerche indicano che molti di coloro che avevano contribuito alla vittoria del 2024 stanno prendendo le distanze dal presidente. Questo però non dice ancora chi saprà rappresentarli.

Ed è forse il dato politicamente più rilevante dell’America che si prepara al voto: la crisi di una maggioranza non coincide necessariamente con la nascita di un’altra. Fra gli elettori delusi e i partiti che cercano di conquistarli si è aperto uno spazio di incertezza. Da ciò che accadrà in quello spazio dipenderà una parte importante della politica americana dei prossimi anni.


Fonti e bibliografia essenziale

Ricerche elettorali

Riferimenti politologici

  • Fiorina, M. P. (1981), Retrospective Voting in American National Elections. Yale University Press.
  • Key, V. O. Jr. (1955), A Theory of Critical Elections. The Journal of Politics, 17(1), 3–18. https://doi.org/10.2307/2126401
  • Iyengar, S., Sood, G., Lelkes, Y. (2012), Affect, Not Ideology: A Social Identity Perspective on Polarization. Public Opinion Quarterly, 76(3), 405–431. https://doi.org/10.1093/poq/nfs038
  • Achen, C. H., Bartels, L. M. (2016), Democracy for Realists: Why Elections Do Not Produce Responsive Government. Princeton University Press.

Simone Pazzaglia si occupa di comunicazione politica e istituzionale. Ha conseguito una laurea magistrale in Studi Culturali in ambito umanistico, una laurea magistrale in Scienze Cognitive della Comunicazione, con una tesi in filosofia dell’intelligenza artificiale, e un Master universitario di II livello in Comunicazione e Marketing Politico e Istituzionale. Attualmente è dottorando in Scienze Sociali, con un progetto di ricerca dedicato al rapporto tra comunicazione politica, intelligenza artificiale e propaganda.

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×