Brasile, un laboratorio permanente

27 Ottobre 2026

Romeo Farinella Professore ordinario di Progettazione urbanistica

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Il SESC Pompeia di São Paulo ⓒ Foto Romeo Farinella

​La vittoria di Lula letta da un urbanista ferrarese che si è recato più volte in Brasile, laboratorio di pensiero e di pratiche sociali, oltre che di architettura e di urbanistica. ​La vera partita per il futuro del paese e dell’Amazzonia si giocherà nei territori e nelle comunità, dove si misurerà la capacità del nuovo governo di sostenere i movimenti sociali e trasformare le speranze elettorali in un cambiamento effettivo.

«Lula ha vinto le elezioni, l’Amazzonia è salva». Mi piacerebbe poter cominciare con questa certezza. Ma una vittoria elettorale, da sola, anche se è la quarta per Lula, non basta a garantirla. Sulla più grande foresta tropicale del pianeta si concentrano interessi economici e politici che il presidente dovrà affrontare con un Parlamento nel quale ogni maggioranza va costruita e negoziata. Gli strumenti, però, non gli mancano: può dare priorità ai controlli, mobilitare l’amministrazione federale contro il disboscamento illegale, far applicare le protezioni esistenti. Può anche porre il veto alle leggi che le indeboliscano, ma il Parlamento, che non gli è favorevole, può superarlo con la maggioranza assoluta dei deputati e dei senatori. La sua capacità di difendere l’Amazzonia dipenderà dunque tanto dall’uso dei poteri di cui dispone quanto dalle alleanze che riuscirà a costruire.

Partire dall’Amazzonia significa allora interrogarsi sul Brasile: sulla distanza fra conquistare il governo e avere la forza di cambiare il paese, offrendo un contributo decisivo a una salvezza che riguarda il pianeta intero. Il valore di questa vittoria è prima di tutto simbolico, perché traccia una prospettiva diversa per tutto il subcontinente latinoamericano. Lula e Sheinbaum, il Brasile e il Messico: i due paesi più importanti dell’America Latina hanno la possibilità di indicare una strada al continente, sottraendolo alle destre e alle prevaricazioni nordamericane, e di offrire un’esperienza da cui imparare anche a una sinistra europea troppo adagiata. Il segnale va oltre i confini del Brasile: la vittoria di Lula è la prova che l’onda di destra non è irreversibile e che una sinistra data per sconfitta può ancora ribaltare il pronostico. Una speranza, però, non è ancora un progetto. Il Brasile resta attraversato da forze che il voto non cancella, come le chiese evangeliche legate al bolsonarismo, attive nelle periferie e nelle favelas, e i nazionalismi di certe comunità di origine europea che guardano con disprezzo ai connazionali nativi o discendenti degli schiavi.

L’Amazzonia è anch’essa un simbolo che va oltre il suo ruolo ecologico. È un bene del Brasile e degli altri territori amazzonici, ma il suo destino riguarda l’umanità. Un aspetto delicato, perché l’umanità non è un soggetto uniforme e nemmeno le responsabilità della crisi climatica lo sono. Noi occidentali siamo completamente immersi nelle retoriche green, dove anche una speculazione immobiliare può diventare un bosco o una foresta, e la sostenibilità rischia di trasformarsi in un privilegio di classe. Si celebrano fittizi boschi verticali e città verdi costruite nel deserto, mentre altrove le comunità che vivono nella foresta e nelle aree silvo-pastorali africane vengono allontanate per lo sfruttamento delle risorse naturali, oppure in nome della conservazione o dei crediti di carbonio. È il problema del «colonialismo verde» indagato dallo storico Guillaume Blanc. L’Amazzonia è meno «selvaggia» di quanto si pensi: per millenni le popolazioni amerindiane ne hanno modellato e curato vaste porzioni. Possiamo leggerla anche come un paesaggio domestico, costruito attraverso pratiche d’uso, conoscenze e relazioni. Comprendere le civiltà dei «popoli della foresta» avrebbe significato riconoscerli come interlocutori; invece, nella lettura proposta dall’archeologo francese Stéphen Rostain, lo sguardo europeo è stato dominato dall’interesse a prendere più che a comprendere.

Intorno alla deforestazione si muovono oggi soggetti con poteri e responsabilità molto diversi: da un lato gli interessi economici che ne promuovono lo sfruttamento, dall’altro un esercito di persone povere che trova sostentamento nelle attività di frontiera e nei servizi che le accompagnano, fra camionisti, cercatori d’oro e piccoli commercianti. La Rodovia Transamazônica — BR-230 — è una ferita nel cuore della foresta e una strada che sembra non compiersi mai. Non è ancora del tutto asfaltata e lunghi tratti conservano il rosso della terra battuta, colorata dagli ossidi di ferro. Quando piove, il fango può interrompere i collegamenti e immobilizzare i camion per settimane, dando vita a un commercio di sopravvivenza intorno alle soste forzate. Un mondo legato all’economia del disboscamento: per affrontarne le contraddizioni servono alternative per chi oggi vive di quella condizione e alleanze politiche capaci di sostenerle. L’Amazzonia non esaurisce comunque il Brasile. È un paese-mondo: dalla foresta amazzonica alle savane del Cerrado, dalle distese allagabili del Pantanal alla Mata Atlântica, dalle praterie della Pampa alla Caatinga del Sertão. Un paese di metropoli e di antagonismi rurali come quelli che Gilberto Freyre indagava in Sobrados e mucambos, fra dimore signorili e abitazioni povere, nel passaggio dal mondo rurale alla società urbana.

Per chi lo frequenta da urbanista è stato, e continua a essere, un laboratorio: certamente di urbanistica, con Curitiba e Brasília; di architettura, con São Paulo e Rio de Janeiro; ma anche di pensiero e di pratiche sociali. A Rio la favela è ovunque. Circonda il centro città, è arrampicata sui morro che bordano Ipanema e Copacabana. Ogni mattina molte persone scendono per far funzionare la città «bassa» e la sera risalgono. Fra la città dei ricchi e quella dei poveri c’è un rapporto di interdipendenza tanto evidente quanto diseguale. È la «modernizzazione selettiva» di cui parla il geografo afrobrasiliano Milton Santos: alcune aree urbane vengono integrate nei circuiti globali della ricchezza, mentre molte altre restano ai margini. Santos, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita (https://krisis.info/it/2026/05/temi/urbanistica-temi/lurbanizzazione-verde-della-poverta/), ha mostrato come l’urbanizzazione possa redistribuire e concentrare la povertà anziché eliminarla. A São Paulo, Ermínia Maricato, Raquel Rolnik e Valter Caldana hanno letto, da prospettive diverse, nell’informalità e nella finanziarizzazione dello spazio le forme concrete di una città diseguale. Santos distingueva la globalizzazione raccontata da quella vissuta: la «favola» di un mondo connesso, capace di offrire opportunità a tutti, e la «perversità» di un sistema che produce disuguaglianze ed esclusione. Ma indicava anche una possibilità: mettere le conoscenze e le tecnologie disponibili al servizio della solidarietà, della cittadinanza e della giustizia sociale. Era questa la sua idea di «un’altra globalizzazione». Se le favelas sono diventate il simbolo dell’urbanizzazione della povertà, la precarietà abitativa assume forme più articolate. È una geografia sociale che attraversa la città: dalle persone che dormono in strada o sotto i viadotti ai cortiços: gli edifici suddivisi in stanze in affitto con servizi condivisi; dalle occupazioni di immobili alle favelas. Anche nei bairros populares le condizioni dell’abitare possono essere molto diverse. La strada e gli spazi sotto i viadotti, dove vivono le pessoas em situação de rua, rappresentano la condizione più estrema di questa precarietà. Avere un lavoro non è sempre sufficiente per potersi permettere una casa, e Carmen Silva si batte da quasi trent’anni per il diritto alla casa e per politiche pubbliche rivolte anche a chi, pur lavorando, resta povero. Ci siamo incontrati all’Ocupação São João 588, a São Paulo, nell’edificio che ospitava l’Hotel Columbia Palace. Rimasto vuoto e abbandonato per decenni, è diventato uno dei luoghi della lotta per il diritto alla casa. Gli occupanti rivendicano la possibilità di abitare il centro, in una città dove molti edifici restano inutilizzati.

La possibilità di abitare la città si lega anche a quella di prendere parola, di raccontarla. Lo aveva mostrato la TV Maxambomba, grazie a Paulo Freire, Eduardo Coutinho e Claudius Ceccon, nel 1986 per iniziativa del CECIP nella Baixada Fluminense, nell’area metropolitana di Rio de Janeiro. Una Kombi attrezzata per le proiezioni portava nelle piazze video realizzati con gli abitanti: la periferia raccontava le proprie esperienze e si ritrovava per discuterle. Quella storia mi è tornata alla mente osservando il ruolo di WhatsApp nella mobilitazione per Lula. Il canale «Exército do Lula», animato da André Janones, ha coinvolto milioni di sostenitori nella diffusione dei messaggi della campagna. Maxambomba costruiva il racconto insieme agli abitanti; il canale elettorale ne organizzava soprattutto la circolazione. Il passaggio che ora conta è dalla mobilitazione al coinvolgimento nelle scelte: fare in modo che le persone raggiunte dalla campagna possano continuare a prendere parola dopo il voto.

La difesa della foresta, le occupazioni abitative e le esperienze di comunicazione popolare pongono, da prospettive diverse, una domanda comune: quale potere hanno le persone di decidere del territorio che abitano e del modo in cui viene raccontato? È su questo terreno che le scelte del nuovo governo potranno sostenere le esperienze sociali esistenti oppure lasciarle sole. Il laboratorio brasiliano vive anche della capacità di appropriarsi di idee e trasformarle. Oswald de Andrade ne fece una provocazione nel Manifesto antropófago: nutrirsi delle culture altrui, anche di quella dominatrice, per reinventarle. Una capacità di rielaborazione che possiamo riconoscere, in forme diverse, anche nei sincretismi religiosi, nell’intreccio fra cattolicesimo, divinità africane, spiritualità indigene e razionalità laica. Per le forze progressiste che festeggiano Lula, il lavoro comincia adesso. La sua vittoria apre uno spazio politico che va oltre il Brasile, ma a dargli contenuto saranno anche le comunità, i movimenti e le persone che da decenni sperimentano altri modi di abitare e di convivere. Il laboratorio permanente del Brasile vive nei territori, tra la gente. È lì, nella foresta come nelle città, che si misurerà la distanza fra la vittoria elettorale e il cambiamento.

Romeo Farinella è professore ordinario di Progettazione urbanistica e Teorie dell’urbanistica all’Università degli Studi di Ferrara.
La sua ultima pubblicazione è Aghelbalon. Note di un urbanista in viaggio, Mimesis editore, Milano 2026.
In precedenza, Farinella ha pubblicato Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali, Mimesis editore, Milano 2024.

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