Il dibattito pubblico tende a nascondere la violenza strutturale e simbolica subita dalle periferie che provoca un danno morale durevole ai cittadini che le abitano. Attendendosi il consenso dei dominati verso l’accettazione delle disuguaglianze e dei ruoli sociali. Le dinamiche sociali ci dicono l’esatto contrario.

Parlare dei recenti eventi accaduti a Milano risulta difficile alla luce del fiume di parole che si è in breve tempo riversato nel dibattito pubblico. Una pletora di sociologismi sono stati richiamati a ricomporre un quadro improvvisamente storto, a dare un senso alle rivendicazioni e alle devastazioni occorse, a delineare queste inedite soggettività senza organizzazione né struttura politica alle loro spalle. 

La sociologia, lo affermava Pierre Bourdieu, è uno sport da combattimento; intendo, con questa affermazione, la constatazione che il sociologo/la sociologa devono confrontarsi costantemente nel loro mestiere con una serie di fenomeni che necessitano di duro lavoro sul campo, di incontro/scontro con l’alterità con cui ci si rapporta al fine di comprenderne i meccanismi interni che li agitano. 

Il sociologo non è un terapeuta, non fornisce una cura, non dà risposte univoche in grado di svelare magicamente le grammatiche delle azioni umane e della società nella sua articolazione. Deve continuare ad andare e venire dalle sue interpretazioni, essere flessibile e disponibile ad accogliere istanze non riconducibili al suo esclusivo mondo. A partire da questa semplice e sintetica premessa lo sforzo compiuto per comprendere ciò che è avvenuto deve passare per una serie analisi di delle categorie utilizzate, sovente date per scontate. 

Partiamo da un primo punto, che riteniamo fondamentale. 

Questi giovani sono invisibili e rimangono tali nel momento in cui la comprensione sociologica si sofferma quasi esclusivamente sull’enfasi a determinismi che poco hanno a che fare con la realtà, ma molto con l’idea di carpire, non capire, l’immediatezza di un atto. Tale invisibilità a cui sono stati finora condannati è duplice: da un lato, essa si fonda sul senso comune sociologico che non chiede, che non ascolta, che non entra in quell’universo brutto, sporco e distante ma lo categorizza con espressioni superflue perché altrettanto date per scontate come “ragazzi di periferia”, “seconde generazioni” e altro ancora a seconda dell’orizzonte, negativo o paternalistico, entro cui si muovono le intenzioni dell’autore. Dall’altro l’utilizzo diffuso e strumentale del termine “maranza” che depoliticizza qualsiasi atto, o voce, sostituendolo mediante un riduzionismo sociologico a una banale rabbia giovanile, che trova nella razzializzazione dei partecipanti la sua ragion d’essere, creando, al contempo, una sorta di pensiero acritico che riduce a una fantomatica unità sociale, etnica ed esistenziale, tutta da dimostrare, i gruppi che hanno partecipato agli scontri. 

Un secondo importante punto riguarda la violenza espressa.

Nella stragrande maggioranza degli interventi ai quali ho avuto accesso (giornali, social) vi è la rincorsa frenetica a premettere, a ribadire più volte che gli atti violenti sono ingiustificati e ingiustificabili. Anche in questo caso è all’opera un ulteriore riduzionismo sociologico poiché tratta la violenza come se fosse qualcosa di alieno alle nostre vite quotidiane, qualcosa che non ci appartiene e che dobbiamo sempre e comunque condannare. Dimostrare di essere dentro a ciò che definiamo e accettiamo come “pratica democratica” invece di avviare una seria e focalizzata riflessione sociale e sociologica sulla violenza, che al di là dell’evento in sé, struttura il mondo in cui viviamo. Ancora una volta il buon Pierre Bourdieu ci aiuta e ci sostiene nel ragionamento. La sua analisi sulla violenza simbolica, ovvero come il potere in maniera indiretta indirizzi il consenso dei dominati verso l’accettazione delle disuguaglianze e dei ruoli sociali, è un fatto sul quale sarebbe utile tornare per alimentare una più ampia comprensione di quanto successo. Fortunatamente in alcuni commenti, assai minoritari in verità, si sono delineati sociologicamente le violenze reali e strutturali che questi giovani devono subire, o meglio, dovrebbero subire in silenzio, stando rinchiusi nei loro recinti periferici: dalla precarietà scolastica e lavorativa quale esclusiva prospettiva nel presente e nel futuro; dalla mancanza di chance d’inclusione se non per mezzo del consumo; dalla totale assenza di prospettive di miglioramento della propria situazione; dal senso di vuoto che pervade i luoghi in cui abitano. Tuttavia, per quanto siano ragionevoli queste valutazioni, bisogna fare molta attenzione a non cedere al rischio di aumentare il grado di stigmatizzazione sottraendo di fatto qualsiasi capacità di azione e di analisi ai giovani e alle giovani in questione. 

Del resto, questo è il limitato pensiero che travolge tutto e tutti nel momento in cui si sostiene che distruggere una vetrina per rubare una felpa firmata è la prova provata della loro inutilità in quanto “umanità eccedente” e del giustificare la repressione quale unico strumento per ristabilire l’ordine perduto. 

In un recente saggio tradotto da Einaudi (Modernità esplosiva), la sociologa Eva Illouz affronta il tema dell’ira e della rabbia quali emozioni sempre più addentro alle società democratiche. È assai interessante seguire il suo pensiero poiché asserisce che la rabbia sia “espressione della cultura democratica dell’eguaglianza” che non ha rispettato delle sue premesse e le sue promesse. Non è questa la sede per approfondire gli esiti potenziali di queste manifestazioni della rabbia, soprattutto collegabile alla continua manipolazione della destra e dell’estrema destra che sfocia nel razzismo e nel generalizzato risentimento popolare. Nondimeno, come ci ricorda l’autrice l’oppressione costante diretta a specifici gruppi significa infliggere un danno morale durevole a quei gruppi. In questo caso l’ira, la rabbia sono elementi indissolubili contro la rassegnazione e la passività verso le ingiustizie e l’esclusione. 

Tutto ciò non giustifica nulla, non vuole essere un paravento rispetto a singoli episodi di violenza fine a sé stessa. Vi è solo l’urgenza di uscire dai cliché ritenuti sociologicamente rilevanti che non spiegano nulla, anzi rendono ancora più fosche le possibilità di comprendere quei mondi vitali che sono, volente o nolente, parte integrante delle nostre società caratterizzate da un crescente autoritarismo.

Un terzo e importante punto parte da queste ultime proposizioni.

In un articolo scritto a due mani con l’urbanista Romeo Farinella in queste pagine (Note per un manifesto contro la città autoritaria) abbiamo discusso gli elementi portanti di ciò che abbiamo chiamato “città autoritaria”. Uno dei fattori decisivi che connota questa realtà sta proprio nelle reiterate dinamiche di segregazione e di ghettizzazione delle classi subalterne, spesso etnicamente connotate. Questa dinamica di marginalità amplifica e sostiene la negazione dei diritti di cittadinanza, del diritto all’abitare e alla città ritenendo politicamente non ci sia alcun spazio per chi vive in queste aree. Il centro deve essere preservato da questa orda, da questi nuovi barbari alle porte, senza padrini politici, senza ideologia, senza organizzazione se non il qui e ora di un atto distruttivo. La pretesa della città preservativo è l’atto di guerra dichiarato delle nuove élite economiche che devono difendere i propri interessi e le proprie rendite immobiliari. La militarizzazione dello spazio pubblico è l’ulteriore aspetto che ne consegue e che determina l’egemonia di pratiche autoritarie nelle nostre metropoli divenute feticci di democrazia.

Davvero di fronte alla brutalità di questo dominio, riprendendone il significato datogli da Marco D’Eramo nel suo libro, qualcuno si è sorpreso degli accadimenti scorsi? Qualcuno non ha avvertito che dal punto di vista sociologico vi erano segnali oltremodo espliciti di una rivolta che marcasse definitivamente il confine tra chi è fuori e chi è dentro che per decenni è stato disegnato dalle politiche sociali, economiche e culturali adottate durante le varie crisi del passato? 

Il fatto che questa azione sia stata portata avanti dagli esclusi è l’ennesima prova che il confine si può oltrepassare riaffermando la propria differenza reagendo alla violenza del centro con la violenza del margine, di chi è e si sente ai margini. Riprendendo le note dell’intellettuale portoghese Boaventura de Sousa Santos, la divisione netta che sperimentiamo nelle città contemporanee si determina dalla natura stessa del pensiero occidentale moderno, definito “abissale”, il quale opera configurando due principali linee di frattura tra quelli che “stanno da questo lato della linea” e quelli che stanno dall’altro lato della linea”, per cui quest’ultimi svaniscono nella loro realtà e umanità divenendo inesistente. Qui sta la logica alla quale ci si deve contrapporre, per quanto ci si possa differenziare sulla valutazione dei disordini. 

Infine, due considerazioni finali tratte l’una da uno sketch del famoso gruppo comico inglese Monty Python (Hell’s Grannies, L’inferno delle vecchiette) e l’altra da una sequenza dal noto film L’Odio. Nello sketch, si rappresenta la parodia di una gang composta da vecchiette che terrorizzano e bullizzano le persone che incontrano per la strada. A un certo punto viene inquadrato il sociologo che camminando spiega la natura di questa violenza urbana, dopo poche parole cade in un tombino aperto dalle stesse vecchiette. Da questo esempio metaforicamente si potrebbe immaginare come la narrazione sociologica sia essa stessa inutile se si pone al di sopra e al di fuori di quei contesti in cui cresce la rabbia. Il suo destino di cadere dal vuoto delle sue parole al vuoto di un tombino appare, in questo caso, una pena quantomeno giusta. Nella sequenza del film, invece, i protagonisti sono seduti su una panchina del loro quartiere e vengono sorpresi da una troupe televisiva che, chiusa al riparo del loro mezzo, vorrebbe intervistarli. La reazione è immediata e verbalmente violenta poiché gli intervistati capiscono di essere considerati come animali in uno zoo, non come persone, non come soggetti con legittimi desideri, sogni, aspettative. In questi due esempi fuori dall’impianto prettamente sociologico e accademico si situa in modo evidente ciò che abbiamo vissuto nei mesi, negli anni e che ha contribuito a generare ciò che si è manifestato in un pomeriggio milanese.

Alfredo Alietti è docente di Sociologia e di Sociologia Urbana all’Università di Ferrara, Dipartimento di Studi Umanistici.
È co-coordinatore del Laboratorio di Studi Urbani presso il Dipartimento di Studi Umanistici e Diretto del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Ha pubblicato nel 2024 il testo “Interruzioni. Città, razzismo, politiche”, Mimesis.

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