Il 250° anniversario dell’indipendenza americana si celebra in una rinascita patriottica dalle radici cristiane; sul palcoscenico di una liturgia politica incentrata sulla figura del capo e il concetto di popolo ridotto a una comunità morale omogenea.

Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti celebreranno il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Nessun’altra ricorrenza occupa un posto comparabile nell’immaginario nazionale americano. Da quasi due secoli e mezzo il 4 luglio accompagna la storia del paese e ne scandisce il racconto pubblico. Ogni generazione vi ha proiettato speranze, paure e una propria idea dell’America.

L’anniversario arriva in una delle fasi più polarizzate della storia recente americana. Le celebrazioni si sono così trasformate in un terreno di confronto tra idee diverse della nazione e del suo futuro.

Due commemorazioni, due linguaggi

La divisione è visibile già nell’organizzazione delle commemorazioni. Da una parte c’è America250, la commissione istituita dal Congresso nel 2016 per coordinare le celebrazioni ufficiali. Nei documenti preparatori ricorrono espressioni come shared history, common future e pause and reflect. Il 250° anniversario viene presentato come un’occasione per riflettere sul percorso della Repubblica, ricordare il contributo di generazioni diverse e immaginare il futuro comune del paese. Scuole, musei, biblioteche, associazioni civiche e comunità locali sono chiamati a partecipare a una commemorazione nazionale diffusa.

È il linguaggio classico della religione civile americana. La Dichiarazione d’Indipendenza, la Costituzione, Lincoln, la Guerra civile e il movimento per i diritti civili entrano in un racconto che prova a tenere insieme differenze politiche, religiose ed etniche. L’obiettivo non è stabilire chi siano i veri americani, ma ricordare ciò che gli americani hanno costruito insieme.

Accanto a questo progetto se ne è sviluppato un altro. Freedom250, promosso dalla Casa Bianca trumpiana, non si presenta come una semplice appendice delle celebrazioni ufficiali. Propone una lettura diversa del medesimo anniversario. Il lessico cambia. Al posto della memoria condivisa compaiono rinascita, restaurazione, risveglio e ritorno alle origini.

Preghiera e rinascita

La sequenza degli eventi è eloquente. Prima America Prays, una mobilitazione religiosa nazionale. Poi Rededicate 250, il grande raduno del 17 maggio sul National Mall. Infine la Great American State Fair, pensata per accompagnare le settimane del 4 luglio. Non sono iniziative isolate. Raccontano la stessa storia.

Nella preparazione di America Prays e di Rededicate 250 un ruolo centrale è stato svolto dal White House Faith Office, l’organismo creato dall’amministrazione Trump per coordinare i rapporti con il mondo religioso. Attorno a queste iniziative si è raccolta una rete di organizzazioni, pastori e attivisti vicini alla destra evangelica conservatrice e al Christian nationalism. Ne emerge una precisa idea di America: una nazione definita anzitutto dalle sue radici cristiane e chiamata a recuperare una vocazione smarrita.

Al centro di questo racconto vi è l’idea che l’America abbia perduto qualcosa di essenziale. La storia nazionale viene riletta come una vicenda di allontanamento e ritorno. Esiste un momento originario nel quale la nazione sarebbe stata più autentica, più unita e più fedele ai propri valori. Il compito del presente consiste nel recuperare quell’eredità. Il 250° anniversario smette così di essere soltanto una commemorazione e diventa una restaurazione simbolica.

In questa visione il popolo non coincide con l’insieme dei cittadini. Diventa una comunità morale, custode dell’identità autentica della nazione. Le divisioni religiose, culturali e sociali dell’America contemporanea scompaiono dietro l’immagine di un popolo omogeneo che ritrova sé stesso.

Anche la religione cambia funzione. Non è semplicemente una componente della vita pubblica americana. Diventa il linguaggio attraverso cui la nazione interpreta la propria storia. La formula scelta per Rededicate 250, la riconsacrazione del paese come One Nation Under God, riassume bene questa ambizione. L’America viene invitata a rinnovare pubblicamente il proprio patto con Dio.

Il momento culminante arriva il 17 maggio 2026. Sul National Mall migliaia di persone partecipano a una giornata di preghiera, testimonianze religiose e celebrazione patriottica. Bandiere americane, richiami ai Padri Fondatori, riferimenti alla Provvidenza e appelli alla rinascita spirituale si fondono in un’unica rappresentazione. La storia americana e la storia della salvezza sembrano procedere nella stessa direzione.

In questo racconto Donald Trump non compare soltanto come presidente. Compare come interprete della rinascita nazionale evocata dalla manifestazione. Il leader non si limita a governare. Diventa colui che riconosce la volontà del popolo autentico e la traduce in linguaggio politico.

Crepe nell’edificio

La forza simbolica di questa costruzione non deve nascondere le difficoltà incontrate dal progetto. Freedom250 nasce con l’ambizione di parlare a nome della nazione intera. La Great American State Fair avrebbe dovuto esserne la traduzione concreta: padiglioni dedicati ai cinquanta stati e ai territori federali, concerti, mostre, competizioni agricole, spettacoli popolari. Una celebrazione della varietà americana raccolta sotto un’unica bandiera.

Proprio qui sono emerse le prime crepe. Una parte consistente del programma musicale si è dissolta. Diversi artisti inizialmente annunciati hanno ritirato la propria adesione perché l’evento appariva ormai troppo strettamente associato al trumpismo. Alcuni hanno spiegato di aver accettato l’invito pensando di partecipare a una celebrazione nazionale, non a una manifestazione riconducibile a una specifica parte politica.

Contemporaneamente una decina di stati, quasi tutti guidati da amministrazioni democratiche, ha rinunciato a partecipare oppure ha ridotto il proprio coinvolgimento. Le motivazioni ufficiali hanno richiamato ragioni economiche e organizzative. In più di un caso, però, è emersa una preoccupazione più politica: che l’evento fosse diventato troppo partigiano rispetto alla sua presentazione iniziale.

Queste defezioni hanno prodotto un effetto paradossale. Nella concezione originaria il centro della scena avrebbe dovuto essere occupato dagli stati, dalle comunità locali, dagli artisti e dalla pluralità delle culture americane. Con il passare dei mesi la comunicazione di Freedom250 si è concentrata sempre più sulla figura del presidente.

Il problema non è marginale. Se la nazione appare divisa proprio nel momento in cui viene celebrata, chi può rivendicare il diritto di rappresentarla? Se una parte degli stati, degli artisti e dell’opinione pubblica contesta la cornice simbolica della manifestazione, la pretesa di parlare a nome dell’America diventa più difficile da sostenere.

La centralità del capo-popolo

È qui che la figura del capo torna al centro della scena. Più la nazione reale mostra le proprie divisioni, più diventa importante chi afferma di interpretarne l’unità. Più il popolo si presenta come una realtà plurale e conflittuale, più cresce il ruolo di chi sostiene di conoscerne la volontà autentica.

Il 14 giugno 2026 — ottantesimo compleanno di Donald Trump, Flag Day e duecentocinquantesimo anniversario dell’Esercito degli Stati Uniti — è stato emblematico. Formalmente era una celebrazione patriottica e militare. Di fatto ha reso sempre più difficile tracciare il confine tra ricorrenza nazionale e celebrazione personale.

Il punto non è il compleanno del presidente in sé, ma la sua centralità nell’insieme delle celebrazioni che conducono al 4 luglio. Sempre più spesso il racconto della nazione converge sul racconto del leader. La ricorrenza nazionale tende a trovare il proprio protagonista naturale nella figura del capo.

Un significato particolare ha assunto lo spettacolo di arti marziali miste ospitato nell’iconico South Lawn della Casa Bianca. Trasformare il prato della residenza presidenziale in un’arena per uno degli spettacoli preferiti dal presidente è apparso come un esempio della fusione progressiva tra istituzione e persona. L’evento ha mescolato spettacolo politico, intrattenimento commerciale e ritualità patriottica, con Trump al centro e attorno a lui figure del mondo economico e mediatico vicine al suo universo politico.

La Casa Bianca non appare più soltanto come il luogo simbolico della presidenza. Diventa anche il palcoscenico di una celebrazione costruita attorno ai gusti, alle relazioni e all’immaginario personale del capo. In questa sovrapposizione la ricorrenza nazionale perde neutralità istituzionale e assume i tratti di una liturgia politica personalizzata. Non è soltanto il presidente a occupare la Casa Bianca. È la Casa Bianca che assume i tratti dell’immaginario del presidente.

La stessa dinamica attraversa Freedom250. Il progetto ha progressivamente abbandonato l’idea di una commemorazione nazionale pluralista per assumere la forma di una narrazione più semplice e più personalizzata. La storia americana viene raccontata come una parabola di grandezza, declino e rinascita. In questo racconto Trump occupa uno spazio crescente. È lui che individua la crisi. È lui che riconosce il popolo autentico. È lui che promette il ritorno alle origini. È lui che annuncia la restaurazione nazionale.

Si può parlare di culto della personalità? Non nel senso storico e novecentesco del termine. Le istituzioni democratiche continuano a esistere. Le elezioni continuano a svolgersi. Il dissenso resta visibile. Ma qualcosa si sposta. Diventa sempre più difficile distinguere la nazione dal leader che afferma di rappresentarla.

Vox populi vox dei?

Le polemiche che hanno accompagnato Freedom250 rendono questo problema ancora più evidente. Quando artisti e stati si ritirano dalla State Fair, il conflitto non scompare. Cresce semmai il valore simbolico di chi sostiene di poter parlare a nome dell’America autentica. Più la società appare frammentata, più aumenta il peso del leader che dichiara di interpretarne l’unità.

È qui che linguaggio religioso, immaginario populista e personalizzazione del potere finiscono per sovrapporsi. La nazione viene immaginata come una comunità unitaria. Il popolo come il soggetto morale della storia. Il leader come il suo interprete privilegiato.

Il lessico di Freedom250 ruota continuamente attorno alla stessa idea: il popolo che ritrova la propria voce. Una voce che pretende di esprimere non soltanto una maggioranza politica, ma una verità più profonda sull’identità della nazione. In teoria quella voce appartiene al popolo. Nella pratica, però, è il capo a renderla udibile. È lui che stabilisce che cosa pensa il popolo autentico, quali siano i suoi valori e quale destino gli sia stato affidato.

A questo punto la sovranità popolare rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso. La voce del popolo non appare più come una delle molte voci presenti nella democrazia. Assume una dignità superiore. Diventa una fonte di verità. E il capo che pretende di interpretarla finisce per parlare in suo nome. Vox populi, vox Dei.

NOTA. Per un’ottima ricostruzione storica del significato delle celebrazioni di questa ricorrenza, si veda Arnaldo Testi, 4 luglio, il Mulino, Bologna 2026.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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