Le Midterm americane e il ciclo conservatore occidentale
Le elezioni più importanti del 2026 potrebbero essere quelle in cui Donald Trump non è candidato.
Il 3 novembre gli Stati Uniti rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e poco più di un terzo del Senato. Formalmente saranno centinaia di competizioni distinte, combattute in Stati e collegi diversissimi tra loro. Politicamente, però, il protagonista sarà soprattutto uno: il Presidente.
È una caratteristica strutturale delle elezioni americane di metà mandato. Ma nel 2026 assume un significato particolare. Le Midterm saranno infatti il primo grande test elettorale nazionale dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e potrebbero permetterci di capire qualcosa che supera di molto la composizione del prossimo Congresso: se il ciclo politico aperto dal secondo trumpismo stia continuando la propria espansione oppure abbia cominciato a incontrare i primi limiti.
La questione riguarda direttamente anche l’Europa.
Non perché esista un automatismo per cui una sconfitta repubblicana negli Stati Uniti dovrebbe produrre un arretramento di Rassemblement National, AfD, Vox, Fidesz o delle altre formazioni della destra radicale europea. Una relazione causale di questo genere sarebbe metodologicamente indifendibile.
Ma perché negli ultimi dieci anni il trumpismo è diventato qualcosa di più di un fenomeno americano. È diventato un repertorio politico, comunicativo e istituzionale capace di produrre imitazione, legittimazione e circolazione transnazionale.
Per questo le Midterm possono essere lette almeno su tre piani: come competizione per il controllo del Congresso; come verifica della capacità di accountability della democrazia americana; come possibile test della forza espansiva del ciclo nazional-conservatore che attraversa una parte crescente dell’Occidente.
Perché il Presidente perde quasi sempre le Midterm
La prima cosa da ricordare è che la perdita di seggi del partito presidenziale alle elezioni di metà mandato non costituisce un’anomalia.
È una delle regolarità empiriche più robuste della politica americana.
La scienza politica cerca di spiegarla da decenni e nel tempo ha prodotto teorie differenti, non necessariamente alternative.
Una delle più celebri è quella del surge and decline, formulata da Angus Campbell negli anni Sessanta.
Il meccanismo è relativamente intuitivo. Le elezioni presidenziali producono un’eccezionale mobilitazione politica. Il candidato vincente riesce a portare alle urne elettori meno abituali, catalizza l’attenzione pubblica e genera un effetto di trascinamento sui candidati del proprio partito nelle competizioni congressuali.
Due anni dopo il Presidente non è sulla scheda.
Una parte di quella mobilitazione eccezionale scompare. Gli elettori più periferici tornano più facilmente all’astensione e il partito che aveva beneficiato dell’onda presidenziale perde una quota del proprio vantaggio.
La Midterm sarebbe quindi, almeno in parte, un ritorno verso un equilibrio precedente.
Ma questa spiegazione non basta.
Edward Tufte, nel classico studio del 1975 sui risultati delle Midterm, spostò l’attenzione sulle condizioni nelle quali gli elettori arrivano al voto: in particolare sulla situazione economica e sulla popolarità del Presidente (Tufte 1975). L’intuizione introduce un principio decisivo: le Midterm non sono soltanto una correzione statistica rispetto alla presidenziale precedente. Sono anche una valutazione del governo.
Samuel Kernell, nel 1977, fece un passo ulteriore con la teoria del negative voting.
Il punto non è semplicemente che chi disapprova il Presidente vota contro il suo partito. È che l’insoddisfazione tende a possedere una capacità di mobilitazione superiore alla soddisfazione. Gli elettori arrabbiati hanno una ragione specifica per presentarsi alle urne. Gli elettori soddisfatti possono avere meno incentivi a farlo.
Si produce così una forma di asimmetria motivazionale: il partito che controlla la Casa Bianca diventa il bersaglio naturale del malcontento, mentre l’opposizione può trasformare il voto in una sanzione (Kernell 1977).
Questa idea è particolarmente importante nelle Midterm, perché la partecipazione è meno automaticamente elevata rispetto alle elezioni presidenziali.
Non conta soltanto quanti elettori appartengano a una coalizione. Conta quanto intensamente desiderino votare.
Dal voto di protesta al riequilibrio del potere
La letteratura più recente ha aggiunto una distinzione teorica ancora più interessante.
Till Weber propone di separare due logiche: voice e balancing (Weber 2024).
La voice è relativamente semplice: utilizzo il voto congressuale per comunicare approvazione o disapprovazione nei confronti del Presidente.
Il balancing è più sofisticato.
Un elettore può essere complessivamente vicino al Presidente e tuttavia considerare desiderabile che il Congresso sia controllato dall’altro partito.
Non vota necessariamente per cambiare completamente la direzione politica del Paese.
Vota per limitare la concentrazione del potere.
Questa possibilità è particolarmente coerente con la struttura costituzionale americana. Il sistema non nasce dalla ricerca di una maggioranza capace di governare senza ostacoli, secondo la logica tipica dei sistemi parlamentari maggioritari. Nasce dalla separazione di istituzioni dotate di legittimazioni differenti e dalla costruzione di una rete di checks and balances.
Presidente e Congresso non derivano l’uno dall’altro.
Possono appartenere a maggioranze politiche differenti.
E il divided government non rappresenta necessariamente un guasto del sistema: può essere il risultato intenzionale delle preferenze degli elettori.
È qui che le Midterm assumono un significato istituzionale più profondo.
Possono funzionare come un meccanismo endogeno di riequilibrio del potere.
Il Presidente conquista la Casa Bianca e dispone, magari, di una maggioranza congressuale. Due anni dopo gli elettori hanno la possibilità di modificare soltanto una parte dell’assetto istituzionale senza rovesciare l’intero sistema.
In questo senso le elezioni di metà mandato sono uno dei luoghi nei quali la democrazia americana verifica concretamente la propria capacità di accountability.
Il problema della polarizzazione
Ma qui nasce una domanda decisiva. Questo meccanismo continua a funzionare in una società enormemente più polarizzata rispetto a quella studiata da Campbell, Tufte e Kernell?
La polarizzazione contemporanea non riguarda soltanto la distanza ideologica fra Democratici e Repubblicani. Riguarda sempre più l’identità.
La letteratura parla da tempo di affective polarization: l’appartenenza politica non determina soltanto quali politiche preferiamo, ma influenza il giudizio morale e sociale che formuliamo sull’altro campo. Il sostenitore dell’altro partito non è semplicemente qualcuno che sbaglia. Diventa qualcuno di cui diffidare. Questo cambia profondamente il funzionamento dell’accountability.
In un sistema poco polarizzato, un elettore può punire relativamente facilmente il proprio partito quando ritiene che abbia governato male. In un sistema fortemente polarizzato il costo psicologico del passaggio all’avversario aumenta. Posso essere insoddisfatto del mio Presidente e continuare a votare per lui perché considero l’alternativa ancora peggiore. L’identificazione partitica diventa così una sorta di pavimento sotto il quale il consenso difficilmente scende.
È uno dei paradossi più interessanti della politica americana contemporanea: la polarizzazione può contemporaneamente rendere un Presidente estremamente impopolare nell’opinione pubblica generale e straordinariamente resistente all’interno della propria coalizione. Per questo le Midterm del 2026 sono scientificamente interessanti. La domanda non è soltanto se Trump sia popolare. È quanto l’insoddisfazione nei suoi confronti riesca a superare le barriere costruite dalla polarizzazione.
Gli studi del Center for Politics dell’Università della Virginia hanno posto il problema proprio in termini di electoral accountability: in un ambiente caratterizzato da fortissima lealtà partitica, quale quantità di insoddisfazione è necessaria prima che una quota sufficiente di elettori decida di punire davvero il partito al governo?
I numeri dell’estate 2026
È dentro questa cornice teorica che i dati acquistano significato.
A luglio il Pew Research Center registrava per Donald Trump un’approvazione del 34 per cento, contro il 64 per cento di disapprovazione. È un dato molto basso in prospettiva comparata con altri Presidenti moderni nella stessa fase del mandato e inferiore anche al livello che Trump registrava nell’estate del 2018, prima delle Midterm nelle quali i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera. Ma il dato più interessante non riguarda necessariamente il livello assoluto del consenso. Riguarda come gli elettori interpretano il voto.
Il 42 per cento degli elettori registrati intervistati da Pew considera il proprio voto congressuale un voto contro Trump; soltanto il 22 per cento lo considera un voto a suo favore. Tra gli elettori democratici la funzione anti-presidenziale del voto diventa nettissima. È quasi una rappresentazione empirica del modello di Kernell. Ancora più significativo è il differenziale di mobilitazione. Nello stesso studio gli elettori democratici mostrano, in questa fase, maggiore attenzione alla competizione congressuale e maggiore interesse per il controllo del Congresso rispetto ai repubblicani.
Naturalmente agosto non è novembre. Il differenziale può ridursi. Ma nelle elezioni a partecipazione variabile l’enthusiasm gap è una variabile da osservare attentamente.
Economia, voto retrospettivo e responsabilità politica
Poi c’è l’economia. Qui è utile richiamare un’altra grande tradizione degli studi elettorali: quella del retrospective voting. L’elettore non deve necessariamente conoscere in dettaglio ogni politica pubblica. Può utilizzare una scorciatoia molto più semplice:: come stanno andando le cose?
Se percepisce un miglioramento, premia chi governa. Se percepisce un peggioramento, lo punisce. Il meccanismo è più complesso di così, naturalmente. Gli elettori attribuiscono responsabilità in modo imperfetto; economia reale ed economia percepita non coincidono; le identità politiche influenzano perfino il modo in cui giudichiamo gli stessi indicatori economici.
Ma l’idea dell’economic voting rimane centrale nell’analisi delle democrazie. E il dato americano è particolarmente interessante perché l’economia era uno degli asset reputazionali più forti del trumpismo. Nel luglio 2026 soltanto il 24 per cento degli americani intervistati da Pew giudicava buone o eccellenti le condizioni dell’economia. Il 60 per cento riteneva che le politiche economiche di Trump avessero peggiorato la situazione; solo il 20 per cento riteneva che l’avessero migliorata.
Ma c’è un altro elemento, teoricamente ancora più importante.
Sul tema economico Democratici e Repubblicani risultano ormai quasi perfettamente appaiati quando agli americani viene chiesto quale partito sentano più vicino alle proprie opinioni: 37 per cento Democratici, 36 Repubblicani. È una possibile erosione dell’issue ownership.
I partiti non competono infatti soltanto proponendo soluzioni differenti agli stessi problemi. Nel tempo costruiscono una reputazione di maggiore competenza su determinati temi.
Quando un partito perde il vantaggio sul tema che costituiva una parte fondamentale della propria reputazione, cambia la struttura stessa della competizione. Non significa che l’elettorato americano sia diventato progressista. Significa che una risorsa competitiva repubblicana potrebbe essersi indebolita.
Perché Nate Silver serve, ma non basta
Solo a questo punto entrano davvero in scena i modelli previsionali. Nate Silver è utile precisamente perché non rappresenta la fonte teorica della nostra interpretazione. Ne rappresenta una verifica congiunturale.
Il suo nuovo modello FLIPR combina sondaggi, indicatori fondamentali, caratteristiche delle singole competizioni e expert ratings, generando migliaia di scenari simulati. La logica fondamentale della previsione probabilistica è spesso fraintesa. Se un modello attribuisce a un partito il 70 per cento di probabilità di vittoria e quel partito perde, questo non dimostra automaticamente che il modello fosse sbagliato.
Un evento con probabilità del 30 per cento deve accadere, nel lungo periodo, circa tre volte ogni dieci. Un forecast non dice: accadrà questo. Dice: date le informazioni disponibili e le assunzioni del modello, questo insieme di esiti è più probabile di quest’altro.
A metà agosto FLIPR descrive la Camera come nettamente più favorevole ai Democratici e considera invece il Senato molto più vicino all’equilibrio.
Altri forecast producono stime parzialmente differenti. Decision Desk HQ, per esempio, continua a vedere una differenza significativa tra le possibilità democratiche alla Camera e quelle al Senato. Questo dissenso non è un problema. È un’informazione. Significa che gli indicatori disponibili ci permettono di formulare con maggiore sicurezza un giudizio sul clima politico nazionale che non sulla precisa distribuzione dei seggi. I modelli non sostituiscono la teoria politica. La quantificano entro determinate assunzioni.
Una nazione, due Camere, due elezioni differenti
Ed è proprio la differenza fra Camera e Senato a mostrare quanto sia sbagliato ridurre la democrazia al conteggio nazionale dei voti. La Camera rinnova tutti i suoi 435 membri contemporaneamente. Il Senato soltanto una parte. Alla Camera, quindi, un’oscillazione nazionale può investire simultaneamente decine di collegi. Al Senato tutto dipende dalla classe di seggi che casualmente arriva a rinnovo in quell’anno.
E poi c’è una caratteristica ancora più importante: ogni Stato elegge due senatori indipendentemente dalla propria popolazione. La California, con quasi quaranta milioni di abitanti, ne elegge due. Il Wyoming, con meno di seicentomila, ne elegge due. Questa struttura produce inevitabilmente una distanza fra distribuzione nazionale del consenso e distribuzione del potere.
Nel 2026 i Democratici hanno bisogno di un guadagno netto di quattro seggi per conquistare una maggioranza autonoma.
Possono quindi verificarsi contemporaneamente tre fatti:
- una netta vittoria democratica nel voto congressuale nazionale;
- la conquista della Camera;
- la permanenza di una maggioranza repubblicana al Senato.
Non sarebbe un paradosso statistico. Sarebbe un effetto istituzionale.
La geografia contro l’aritmetica
Lo stesso problema riguarda la Camera, anche se in forma diversa. Il consenso politico americano non è distribuito uniformemente sul territorio. I Democratici tendono a concentrare percentuali enormi di voti nelle grandi aree urbane; i Repubblicani sono spesso distribuiti in modo territorialmente più efficiente.
A questo si aggiunge il gerrymandering: la possibilità per le maggioranze statali di ridisegnare i collegi secondo criteri politicamente vantaggiosi entro i limiti posti dalla legge. Il nuovo ciclo di redistricting ha reso la mappa del 2026 più favorevole ai Repubblicani, secondo le analisi del Center for Politics. Ma non necessariamente abbastanza da proteggerli da un’eventuale onda nazionale. Ed è qui che compare un principio fondamentale: le istituzioni mediano il consenso, ma non possono sempre neutralizzarlo. Un vantaggio strutturale di alcuni seggi può essere decisivo in un’elezione equilibrata. Può diventare irrilevante se lo spostamento nazionale raggiunge dimensioni sufficientemente grandi. La soglia fra questi due scenari è precisamente ciò che le elezioni permetteranno di osservare.
Dal ciclo americano al ciclo occidentale
Fin qui gli Stati Uniti. Ma la questione politicamente più interessante comincia forse quando attraversiamo l’Atlantico. Donald Trump non ha inventato la destra radicale europea.
L’ascesa di queste forze precede il 2016 e affonda le proprie radici in trasformazioni strutturali delle società europee: globalizzazione, immigrazione, mutamenti culturali, crisi delle appartenenze politiche tradizionali, disuguaglianze territoriali, trasformazione del lavoro, indebolimento dei corpi intermedi.
La ricerca di Cas Mudde ha fornito una delle definizioni ormai classiche della populist radical right, fondata sulla combinazione di tre elementi: nativismo, autoritarismo e populismo. È importante distinguerla dall’estrema destra apertamente antidemocratica. La destra radicale contemporanea non deve necessariamente rifiutare le elezioni. Può accettare il principio maggioritario contestando però i vincoli liberali alla maggioranza. Il conflitto si sposta allora dalla democrazia in senso strettamente elettorale alla democrazia liberale.
La questione diventa il ruolo dei giudici. L’indipendenza dei media. I diritti delle minoranze. L’autonomia delle autorità indipendenti. La separazione dei poteri. La legittimità dell’opposizione. In altre parole: tutto ciò che impedisce alla maggioranza momentanea di identificarsi completamente con il popolo. È il nucleo illiberale della concezione populista del potere.
Se il leader sostiene di rappresentare il “vero popolo”, l’opposizione rischia di smettere di essere un avversario legittimo. Diventa l’espressione di élite, interessi stranieri, traditori, burocrati o minoranze che impedirebbero alla volontà popolare di realizzarsi. Questo passaggio è essenziale per capire perché il fenomeno trumpiano abbia una rilevanza che supera gli Stati Uniti.
Il trumpismo come modello
Trump non è semplicemente il leader di una destra più conservatrice. Ha prodotto un modello di competizione politica fondato su alcuni elementi riconoscibili:
- la personalizzazione estrema della leadership;
- la costruzione permanente di un antagonismo fra “popolo” ed élite;
- la delegittimazione dei mediatori istituzionali;
- il conflitto con i media professionali;
- la politicizzazione crescente delle istituzioni;
- la narrazione della politica come scontro esistenziale;
- il nazionalismo economico;
- la sovrapposizione fra sovranità, identità culturale e sicurezza.
Questi elementi non vengono esportati come un programma politico completo. Circolano come repertori. Ed è qui che possiamo utilizzare, con tutte le cautele necessarie, la formula di una nuova “internazionale nera”. Non nel senso di un’organizzazione. Nel senso di un ecosistema.
Il paradosso di un nazionalismo transnazionale
La letteratura recente ha insistito sempre più sulla dimensione transnazionale della destra radicale.
Thorsten Wojczewski interpreta la cooperazione internazionale della populist radical right come un tentativo di costruire un progetto contro-egemonico capace di collegare movimenti nazionali differenti intorno a rappresentazioni comuni del conflitto politico (Wojczewski 2026).
Il paradosso è evidente: il nazionalismo contemporaneo è diventato transnazionale. Partiti che rivendicano la superiorità dello Stato-nazione cooperano oltre le frontiere. Non perché abbiano improvvisamente superato il nazionalismo. Ma perché identificano nemici comuni. Le élite globaliste. Le istituzioni sovranazionali. Le politiche migratorie liberali. Il multiculturalismo. Le regolazioni ambientali. Il cosmopolitismo culturale. Una determinata concezione universalistica dei diritti. Questa convergenza non significa uniformità.
Le destre radicali europee divergono profondamente sulla Russia, sull’Ucraina, sulla NATO, sulla politica economica, sul rapporto con gli Stati Uniti e perfino sul futuro dell’Unione europea. Questa è precisamente la ragione per cui “internazionale nera” deve rimanere una metafora politica e non diventare una categoria analitica impropria. Quello che osserviamo è piuttosto un campo transnazionale di cooperazione, apprendimento e legittimazione reciproca.
Dalla marginalità alla normalizzazione
Ma c’è un secondo meccanismo, forse ancora più importante. Il successo della destra radicale non si misura esclusivamente nella conquista del governo. Si misura anche nella capacità di modificare il comportamento dei partiti che non appartengono alla destra radicale. Qui entrano in gioco due concetti distinti: agenda-setting e normalizzazione.
L’agenda-setting riguarda la capacità di stabilire quali questioni debbano occupare il centro della discussione politica. Un partito può ottenere il 15 per cento dei voti e tuttavia costringere tutti gli altri a discutere ogni giorno del suo tema prioritario. In quel caso possiede un’influenza maggiore di quella suggerita dalla semplice percentuale elettorale.
Una recente ricerca di Daniel Saldivia Gonzatti e Teresa Völker, basata sull’analisi di oltre 520 mila articoli pubblicati in Germania nell’arco di 26 anni, mostra empiricamente la crescente capacità della destra radicale di influenzare l’agenda comunicativa dei partiti mainstream, in particolare su immigrazione, Islam e integrazione (Saldivia Gonzatti e Völker 2026).
Il secondo fenomeno è la normalizzazione. Qui il cambiamento è ancora più profondo. Una posizione inizialmente considerata incompatibile con il mainstream democratico può diventare progressivamente: discutibile; poi accettabile; poi ordinaria; infine necessaria.
Il sistema politico si sposta anche se la destra radicale non conquista direttamente il governo. È una forma di egemonia politica che precede l’egemonia elettorale.
La domanda decisiva non è più soltanto: quanto votano? Ma: quanto hanno modificato ciò che tutti gli altri ritengono possibile dire e fare?
Perché Trump conta in Europa
È qui che il ruolo internazionale di Trump diventa più chiaro. La sua influenza non consiste necessariamente nel trasferire elettori. Consiste nel produrre legittimazione. Il 2016 ha mostrato che un candidato capace di infrangere quasi sistematicamente le convenzioni della politica democratica americana poteva arrivare alla Casa Bianca. Il 2024 ha aggiunto qualcosa di ancora più importante. Ha mostrato che poteva perdere il potere e riconquistarlo. Il valore simbolico di quella vittoria è enorme. Trasforma Trump da anomalia storica in modello riproducibile. Il messaggio implicito alle destre radicali è semplice: questa strategia può vincere; può sopravvivere alla sconfitta; può tornare al governo; può modificare il sistema politico più potente dell’Occidente.
Non produce automaticamente voti a Parigi o Berlino. Produce qualcosa di diverso: aspettative di efficacia. E le aspettative hanno conseguenze politiche. Modificano le strategie dei partiti. La disponibilità delle élite a stringere alleanze. Le scelte dei finanziatori. L’attenzione dei media. Le carriere dei giovani dirigenti. Ciò che fino a ieri appariva estremista può domani apparire semplicemente vincente.
L’Europa e il sovranismo senza uscita
Qui la questione incontra direttamente l’Unione europea.
La prima generazione dell’euroscetticismo radicale immaginava spesso la fuoriuscita dall’Unione o perfino la sua dissoluzione. Brexit ha reso politicamente meno seducente quella prospettiva. Una strategia differente può essere molto più efficace: non uscire dall’Europa. Trasformarla. Ridurre il ruolo delle istituzioni sovranazionali. Restituire potere di veto agli Stati. Rafforzare il metodo intergovernativo. Indebolire la capacità dell’Unione di assumere decisioni autonome in politica estera, difesa, energia, industria, clima, immigrazione. Non è necessario abolire l’Unione europea. È sufficiente impedirle di diventare una vera unione politica. Ed è qui che il sovranismo contemporaneo produce il suo paradosso più profondo.
In un mondo organizzato intorno a potenze continentali, la sovranità formale del singolo Stato europeo può coincidere con una crescente irrilevanza sostanziale. Un’Italia, una Francia o una Germania formalmente più libere da Bruxelles ma politicamente isolate possiedono meno capacità di incidere su Washington, Pechino o Mosca. La contrapposizione reale potrebbe quindi non essere fra sovranità nazionale e sovranità europea. Potrebbe essere fra sovranità europea condivisa e impotenza nazionale frammentata.
Le Midterm possono fermare tutto questo?
No. E sarebbe un errore concludere l’analisi suggerendo il contrario.
Una vittoria democratica nel novembre 2026 non cancellerebbe le condizioni sociali che hanno prodotto il trumpismo. Non risolverebbe l’insicurezza economica. Non eliminerebbe le fratture territoriali. Non farebbe scomparire la questione migratoria. Non ricostruirebbe automaticamente la fiducia nelle istituzioni. Non fermerebbe AfD, Rassemblement National, Fidesz o altre destre radicali.
E soprattutto non invertirebbe per qualche misterioso effetto domino la politica europea.
La causalità non funziona così. Ma può esistere un altro effetto. Quello sulla percezione dell’inevitabilità. Ogni ciclo politico produce una narrazione su se stesso. Quando un campo accumula vittorie, le vittorie successive cominciano a essere lette come conferme di una tendenza storica. Ciò che è frequente diventa inevitabile. Ciò che è contingente diventa epocale.
La destra radicale occidentale ha beneficiato enormemente di questa dinamica. Ogni successo dimostra il successo precedente. Trump torna alla Casa Bianca. Le destre crescono in Europa. Il mainstream ne assume il linguaggio.
La conclusione sembra quasi obbligata: la storia si sta spostando a destra. Ma questa è una proposizione politica, non una legge scientifica.
Democracy backsliding e capacità di resistenza
Il problema diventa ancora più serio se allarghiamo lo sguardo alla qualità delle democrazie.
Il Democracy Report 2026 di V-Dem colloca l’attuale fase dentro la cosiddetta third wave of autocratization e segnala un deterioramento democratico che ha raggiunto anche democrazie occidentali consolidate. V-Dem considera gli Stati Uniti uno dei nuovi casi più significativi di arretramento.
Il dato deve essere interpretato correttamente. Gli indici democratici non sono misurazioni neutrali come la temperatura. Dipendono dalla definizione di democrazia adottata, dagli indicatori scelti, dai processi di codifica e dai modelli statistici utilizzati. Ed è infatti utile confrontarli con altre misurazioni, come Freedom House, che continua a classificare gli Stati Uniti come un Paese “Free” pur registrando un deterioramento di alcuni indicatori.
La differenza fra le due valutazioni non dimostra che una delle due sia inutile. Mostra che la democrazia è un concetto multidimensionale. Elezioni competitive. Stato di diritto. Libertà di informazione. Pluralismo. Diritti civili. Limiti al potere esecutivo. Indipendenza delle istituzioni. Possono deteriorarsi a velocità differenti.
Una definizione minima e potente della democrazia
Esiste però un criterio sorprendentemente semplice.
Una democrazia deve consentire al potere di perdere. Non basta poter votare. Deve esistere una possibilità effettiva che chi governa venga sconfitto, che l’opposizione conquisti istituzioni reali e che quella vittoria modifichi concretamente la distribuzione del potere. È da questo punto di vista che le Midterm del 2026 acquistano un significato che supera i Democratici.
La domanda non è: Vincerà il partito che preferiamo?
La domanda più importante è: Un Presidente fortemente impopolare può ancora essere efficacemente sanzionato da un sistema politico estremamente polarizzato?
Se la risposta fosse sì, avremmo un segnale importante sulla resilienza delle istituzioni americane. Se la risposta fosse no, dovremmo chiederci perché. Perché l’opposizione non è riuscita a costruire una maggioranza? Perché la polarizzazione ha neutralizzato il voto retrospettivo? Perché la struttura istituzionale ha impedito al cambiamento dell’opinione pubblica di trasformarsi in cambiamento di potere?
Sono domande molto più interessanti della semplice previsione elettorale.
Il vero significato del 3 novembre
Arriviamo così al punto. Le elezioni del 3 novembre produrranno almeno tre risultati differenti.
Il primo sarà aritmetico: quanti seggi avranno Democratici e Repubblicani.
Il secondo sarà politico: quanto Trump sia ancora capace di mobilitare la propria coalizione e quanto sia diventato, al contrario, un potente fattore di mobilitazione dell’opposizione.
Il terzo sarà sistemico: se il ciclo nazional-conservatore continuerà a essere percepito come una traiettoria politica in espansione oppure se emergerà la prima grande evidenza contraria.
È quest’ultimo punto che dovrebbe interessare particolarmente l’Europa. Non perché la nostra democrazia dipenda dal risultato americano. Proprio il contrario. Perché l’Europa deve smettere di dipendere politicamente dagli Stati Uniti per definire perfino le proprie alternative. Dovrà costruire da sola una capacità politica, industriale, strategica e democratica adeguata al secolo nel quale vive. Ma i rapporti di forza globali influenzano anche gli immaginari.
Una seconda grande vittoria trumpiana rafforzerebbe ulteriormente l’idea che nazionalismo, leadership plebiscitaria e contestazione dell’ordine liberale costituiscano il linguaggio politico vincente della nostra epoca.
Una forte sconfitta repubblicana non dimostrerebbe il contrario. Dimostrerebbe qualcosa di più limitato ma forse più importante: che esiste un contrario. Che il trumpismo mobilita ma produce anche contro-mobilitazione. Che la polarizzazione può costruire fedeltà straordinarie ma anche coalizioni negative altrettanto potenti. Che un sistema democratico può ancora generare anticorpi istituzionali. Che un ciclo politico può essere egemonico senza essere irreversibile. Ed è forse questo il risultato più importante che potremmo leggere nella notte americana. Non la fine del trumpismo. Non la fine delle destre radicali. Non il ritorno di un immaginario passato che probabilmente non tornerà.
Qualcosa di più semplice. La fine dell’idea che una sola direzione della storia sia possibile.
Riferimenti bibliografici e fonti
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Un riferimento classico per l’interpretazione ciclica delle elezioni presidenziali e di metà mandato.
Tufte, Edward R. (1975), “Determinants of the Outcomes of Midterm Congressional Elections”, American Political Science Review, 69(3), pp. 812-826.
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Weber, Till (2024), “Voice and Balancing in US Congressional Elections”, Perspectives on Politics, 22(1), pp. 229-246. DOI: 10.1017/S1537592721001171.
https://www.cambridge.org/core/journals/perspectives-on-politics/article/voice-and-balancing-in-us-congressional-elections/0F1824305EBC188B8F4A3714A29716AC
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Fonte per intenzioni di voto, engagement, approvazione presidenziale e issue ownership.
https://www.pewresearch.org/politics/2026/07/23/as-the-2026-midterms-approach-economy-is-front-and-center/
Pew Research Center (2026), “Trump’s Job Approval Rating Is Low by Historical Standards”, 6 agosto 2026.
Confronto storico dell’approvazione di Trump con quella dei Presidenti precedenti nella stessa fase del mandato.
https://www.pewresearch.org/short-reads/2026/08/06/trumps-job-approval-rating-is-low-by-historical-standards/
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https://www.natesilver.net/p/nate-silver-2026-midterm-election-polls-model
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Metodologia del modello.
https://www.natesilver.net/p/flipr-midterms-model-methodology
Silver, Nate (2026), “Everything is breaking Democrats’ way. Is it enough to win the Senate?”, Silver Bulletin, 11 agosto 2026.
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Analisi del redistricting e della struttura competitiva della Camera.
https://centerforpolitics.org/crystalball/taking-stock-of-the-2026-house-map-an-update/
University of Virginia Center for Politics / Sabato’s Crystal Ball (2026), “Redistricting Makes the House Map a Bit Redder, but Not By Enough to Protect Republicans from a Wave”.
https://centerforpolitics.org/crystalball/redistricting-makes-the-house-map-a-bit-redder-but-not-by-enough-to-protect-republicans-from-a-wave/
Mudde, Cas (2007), Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press.
Riferimento fondamentale per la definizione della populist radical right attraverso nativismo, autoritarismo e populismo.
Mudde, Cas (2019), The Far Right Today, Polity.
Utile soprattutto per la distinzione fra radical right ed extreme right e per il processo di normalizzazione della destra radicale.
Wojczewski, Thorsten (2026), “The International Cooperation of the Populist Radical Right: Building Counter-Hegemony in International Relations”, International Relations.
https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/00471178231222888
Saldivia Gonzatti, Daniel; Völker, Teresa (2026), “Far-right agenda setting: How the far right influences the political mainstream”, European Journal of Political Research, 65(1), pp. 101-123.
Studio quantitativo basato su 520.408 articoli di sei quotidiani tedeschi nell’arco di 26 anni.
https://www.cambridge.org/core/journals/european-journal-of-political-research/article/farright-agenda-setting-how-the-far-right-influences-the-political-mainstream/D247EC90E46089A9EDA3223B435BC149
Heinze, Anna-Sophie, “Mainstreaming vs. normalisation: Towards more conceptual clarity on how mainstream parties legitimise the far right”, European Journal of Political Research.
https://www.cambridge.org/core/journals/european-journal-of-political-research/article/mainstreaming-vs-normalisation-towards-more-conceptual-clarity-on-how-mainstream-parties-legitimise-the-far-right/84C3612B21AFF3416B4D24E1D7C64B21
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https://www.v-dem.net/publications/democracy-reports/
V-Dem Institute (2026), V-Dem Dataset v16.
La versione 2026 comprende 531 indicatori e 95 indici relativi alle diverse dimensioni della democrazia.
https://www.v-dem.net/data/the-v-dem-dataset/
Freedom House (2026), Freedom in the World 2026 – United States.
Utile come termine di confronto con V-Dem per evitare di trattare gli indici di qualità democratica come misurazioni perfettamente intercambiabili.
https://freedomhouse.org/country/united-states/freedom-world/2026
Freedom House (2026), The Growing Shadow of Autocracy.
https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2026/growing-shadow-autocracy

