L’associazione tra “mitigazione” e “rivoluzione” suona quasi come un ossimoro: la prima richiama moderazione, attenuazione, contenimento; la seconda evoca rottura, radicalità, trasformazione profonda. Ma nel linguaggio climatico mitigation significa intervenire sulle cause del cambiamento climatico. E allora il paradosso diventa politico: in una società sempre più orientata ad adattarsi agli effetti, intervenire davvero sulle cause è la scelta più radicale. Rivendicarla deve diventare un impegno politico, a ogni livello, anche e soprattutto locale.
Dico questo perché mi preoccupa una parola che sento sempre più spesso quando si parla di cambiamento climatico: “inevitabile”. Si sentono sempre più affermazioni secondo le quali il cambiamento climatico è ormai in corso e che dobbiamo prepararci alle sue conseguenze: verità incontestabile. Ma a volte il discorso sembra fare un passo ulteriore: non riusciremo più a tornare indietro, dunque dobbiamo soprattutto adattarci. È su questo passaggio che credo dovremmo interrogarci.
Giorgio Parisi, nel recente libro Il nostro futuro non sarà migliore, descrive una situazione drammatica, ma non ne ricava affatto la necessità di rassegnarsi. Al contrario, parla di interventi decisi per fermare le emissioni, di energie rinnovabili, di risparmio energetico, e persino della necessità di accettare alcune “rinunce”. E ci ricorda che le scelte che faremo nei prossimi anni avranno conseguenze per molto tempo. Possiamo prevedere quello che succederà se arriviamo ai due gradi, ma non siamo in grado di prevedere che succederà se superiamo questa soglia, afferma lo scienziato. Dunque non tutto è già scritto, possiamo ancora intervenire sul testo.
Certamente dobbiamo adattarci a ciò che ormai non possiamo evitare. Ma cosa accade se l’adattamento diventa progressivamente il centro delle politiche climatiche e la mitigazione passa in secondo piano o addirittura sparisce? Invece di chiederci come cambiare un modello economico fondato sul consumo crescente di energia e risorse e sull’uso dei combustibili fossili, ci chiediamo soprattutto come permettere a quel modello di continuare a funzionare in un pianeta più caldo.
Non è soltanto un dubbio politico. Da tempo una parte della letteratura critica osserva che l’adattamento può essere depoliticizzato, trasformato cioè in una questione prevalentemente tecnica, affidata all’innovazione, al mercato e alla gestione del rischio. Elise Remlinganalizzando le politiche europee di adattamento ha mostrato proprio questa tensione: si afferma la necessità di agire, ma nello stesso tempo si lascia intendere che le strutture fondamentali possano restare sostanzialmente immutate. È una distinzione importante: non si tratta di contrapporre semplicemente adattamento e mitigazione, ma di chiedersi se l’adattamento stia affiancando la mitigazione o, progressivamente, la stia sostituendo.
E forse dovremmo guardare anche alla guerra come a un fatto climatico, oltre che come a una tragedia umana e politica. Non perché le guerre siano semplicemente “causate dal clima”, ma perché guerra e crisi climatica attraversano lo stesso sistema materiale: energia, combustibili fossili, materie prime, infrastrutture, produzione industriale, controllo dei territori. Mentre discutiamo di ridurre le emissioni civili, assistiamo al riarmo, alla crescita della produzione militare e a conflitti che, oltre a uccidere milioni di persone, consumano enormi quantità di energia e materiali, distruggono città e infrastrutture che dovranno essere ricostruite rendendo nuovamente strategici petrolio e gas. Possiamo pensare seriamente alla mitigazione senza includere anche tutto questo nel bilancio?
Soffermiamoci sulle coste. Davanti all’erosione, alle mareggiate e all’innalzamento del mare, adattarsi significa soltanto rendere gli stabilimenti più resilienti, più attrezzati e utilizzabili per un periodo più lungo dell’anno? Oppure dovrebbe significare anche ridurre la pressione sulla costa, rinaturalizzare, restituire spazio al mare e, dove necessario, arretrare e ridimensionare? E le città? Davanti all’aumento delle temperature, alle ondate di calore, alle siccità e agli eventi meteorologici estremi, adattarsi significa soltanto rendere gli edifici più efficienti, installare condizionatori, piantare alberi, creare tetti verdi e realizzare infrastrutture capaci di resistere a piogge più intense? Oppure dovrebbe significare anche ridurre le cause urbane della crisi climatica, consumare meno suolo ed energia, limitare la mobilità automobilistica, rinunciare a nuove espansioni, de-impermeabilizzare, restituire spazio alla natura e ripensare il modello urbano neoliberista fondato sulla crescita continua dei consumi e dei valori immobiliari, che oggi accomuna conservatori e progressisti in molte città? E sul fronte dell’agricoltura e dei consumi alimentari? Siamo disposti a modificare le nostre abitudini, a partire dalla riduzione del consumo di carne, non soltanto per ragioni sanitarie, ma anche per il suo impatto ambientale e climatico? Più in generale, siamo pronti ad accettare una nuova sobrietà collettivamente organizzata, capace di tenere insieme scelte politiche ed economiche e trasformazione degli stili di vita, soprattutto nei paesi occidentali, che hanno maggiormente beneficiato di un modello fondato sul consumo crescente di energia, risorse e suolo?
E’ l’inversione di queste tendenze che rende la mitigazione un atto rivoluzionario. Perché mitigare davvero non significa soltanto sostituire una tecnologia con un’altra. Significa interrogarsi su quanto consumiamo, quanto produciamo, quanto costruiamo, come ci muoviamo, quali risorse utilizziamo e soprattutto chi sostiene i costi della trasformazione e chi ha beneficiato del modello che ci ha portato fin qui. Se siamo entrati nell’Antropocene non è colpa dell’umanità ma di una parte ben individuabile di essa che attraverso colonialismo e capitalismo ha sfruttato la terra e chi la abita come fossero una miniera da cui trarre profitto.
Parisi, sulla scia di numerosi autori prima di lui, pone anche il problema delle diseguaglianze: senza una prospettiva equa e solidale nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Se accettiamo il cambiamento climatico come una nuova condizione alla quale dobbiamo prevalentemente adattarci, non rischiamo di dichiarare vincitore proprio il modello economico fondato sull’uso intensivo delle energie fossili che ha contribuito a produrre questa crisi? Adattarsi è indispensabile. Ma adattarsi senza continuare a combattere radicalmente le cause potrebbe significare imparare a convivere con le conseguenze lasciando sostanzialmente intatte le cause. Lo stesso IPCC invita a non pensare l’adattamento come una possibilità illimitata. Il Sesto rapporto segnala sia il rischio di maladattamento — interventi che possono consolidare vulnerabilità, esposizione e disuguaglianze — sia l’esistenza di limiti all’adattamento, che diventano più stringenti con l’aumento del riscaldamento. In altri termini: meno mitighiamo oggi, più dovremo adattarci domani; ma più il clima cambia, più adattarsi diventa difficile, costoso e, in alcuni casi, impossibile. L’IPCC richiama per questo anche la necessità di passare da risposte puramente incrementali – la città è più calda? Pianto più alberi, ombreggio, climatizzo, rendo verdi i tetti – a forme di adattamento trasformativo – oltre alle misure incrementali, ad esempio, potenzio la mobilità pubblica, per ridurre la dipendenza dall’automobile; riduco realmente il consumo di suolo mentre promuovo forme decentrate e condivise di produzione dell’energia, come le comunità energetiche – necessaria per intervenire sulle condizioni che producono vulnerabilità.
Infine adattarsi ha un costo. Adattare le città alle ondate di calore, proteggere le coste dall’innalzamento del mare, mettere in sicurezza gli edifici, garantire l’acqua durante le siccità, modificare le produzioni agricole o difendere le infrastrutture dagli eventi estremi richiede risorse economiche, tecnologie e capacità istituzionali. Chi potrà permettersi questi costi si adatterà. Ma cosa accadrà a chi non potrà farlo? È qui che torna attuale l’intuizione di Ulrich Beck sulla società del rischio (La società del rischio. Verso una seconda modernità, 2000). La modernizzazione non produce soltanto ricchezza: produce anche rischi che la società è poi costretta a conoscere, gestire e distribuire. La crisi climatica porta questa intuizione ancora più avanti. Il rischio è globale, ma non la possibilità di proteggersi. La temperatura aumenta per tutti, ma non tutti dispongono di una casa efficiente e raffrescata; il mare si innalza per tutti, ma non tutte le coste possono essere difese; siccità e alluvioni possono colpire ovunque, ma territori e popolazioni dispongono di risorse profondamente diverse. Alla disuguaglianza nell’esposizione al rischio si aggiunge così una disuguaglianza nell’accesso alla protezione. Quartieri ricchi raffrescati, alberati e protetti dalle alluvioni potranno convivere più a lungo con temperature crescenti mentre i quartieri poveri continueranno a essere più caldi, più esposti e più vulnerabili. Le coste economicamente strategiche potranno essere difese, mentre altre verranno abbandonate. Le imprese con maggiori capitali potranno riconvertirsi, assicurarsi o trasferirsi; quelle più fragili potranno scomparire. I paesi più ricchi potranno investire miliardi nell’adattamento, mentre quelli che hanno contribuito meno alla crisi climatica rischieranno di subirne le conseguenze più gravi. I Paesi Bassi e il Bangladesh sono entrambi esposti all’innalzamento del livello del mare, ma non dispongono delle stesse risorse economiche, tecnologiche e istituzionali per affrontarlo. La Banca Mondiale stima che tra 7.000 e 14.000 miliardi di dollari di infrastrutture costiere potrebbero trovarsi a rischio entro la fine del secolo. Proteggere tutto non sarà possibile, né economicamente né fisicamente. Bisognerà scegliere quali territori difendere, quali trasformare, da quali arretrare e quali, inevitabilmente, abbandonare. L’adattamento diventa così una questione eminentemente politica: chi deciderà che cosa proteggere e che cosa sacrificare, e secondo quali criteri?
La prospettiva per chi non può permettersi di adattarsi diventa allora l’esposizione, la perdita e, nei casi estremi, lo spostamento. Perdita della casa, del lavoro, della terra, del valore degli immobili; aumento dei costi energetici e assicurativi; migrazione verso luoghi considerati più sicuri. L’adattamento, se affidato prevalentemente alla capacità economica individuale o alla redditività degli investimenti, può così produrre una nuova geografia della disuguaglianza: non soltanto tra chi è più o meno responsabile della crisi climatica, ma tra chi può comprarsi la protezione dal clima che cambia e chi non può farlo. La domanda, allora, non è se dobbiamo adattarci, perché dobbiamo farlo, ma se possiamo trasformare l’adattamento nell’unico orizzonte possibile visto che continuiamo a rinviare la riduzione delle cause. Se il cambiamento climatico viene presentato come inevitabile e il modello economico come immodificabile, l’unica cosa che resta da modificare siamo noi: le nostre città, le coste, le case, le economie e le vite, affinché possano sopportare un mondo sempre più caldo. È in questo senso ribadire la centralità della mitigazione come finalità prima diviene un atto rivoluzionario: non per rifiutare l’adattamento, ma per rifiutare la prospettiva che l’unico futuro possibile sia adattarsi indefinitamente alle conseguenze, lasciando intatto ciò che continua a produrle. Se un tempo i negazionisti climatici costituivano un ostacolo alla “rivoluzione della mitigazione” oggi ne abbiamo un altro, forse più pericoloso. Mi riferisco all’ “inattivista climatico” ovvero a quella classe dirigente che riconosce formalmente la gravità della crisi climatica ma rinvia sistematicamente le decisioni necessarie per affrontarla.
Riferimenti essenziali: IPCC, Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability, AR6 WGII, Summary for Policymakers e capp. 1 e 17; Elise Remling, “Depoliticizing adaptation: a critical analysis of EU climate adaptation policy”, Environmental Politics, 27(3), 2018, pp. 477–497; Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carrocci, 2000; Giorgio Parisi, Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura, Castelvecchi editore, 2026.

