La rincorsa senza freni dei vari partiti di estrema destra a utilizzare il razzismo nella sua forma più evidente e scabrosa a fondamento della propria proposta politica raffigura un orizzonte assai critico con cui fare i conti. Chi studia questo fenomeno nella sua dimensione storico-sociale sa bene che queste retoriche hanno percorso in lungo e in largo la vecchia Europa. Basti citare il classico discorso Rivers of blood del neofascista Enoch Powell in cui, nel 1968, si configurava l’invasione incontrollata di immigrati e già si preannunciava la re-immigrazione quale politica per esaltare la britishness. Negli ultimi decenni questa posizione si è costantemente rafforzata attraverso il successo elettorale di partiti e movimenti anti-immigrazione nella maggioranza dei paesi europei e del successo di Donald Trump negli Stati Uniti. I contenuti di tale proposta politica si possono identificare come xeno-populismo, termine con il quale si evidenzia la coniugazione di sentimenti autoritari e xenofobi entro una cornice in cui si reclamano diritti e privilegi contro ipotetici usurpatori.
Gli ultimi tragici eventi che hanno visto coinvolti cittadini stranieri – tra cui il recentissimo caso di Abderrahim Fakir, deceduto durante un intervento di polizia, e la morte dopo un violento pestaggio di Bakari Sako – sono un ulteriore segnale di una crisi strutturale degli assetti democratici in favore di un crescente autoritarismo su base etnico-razziale.
Dovremmo chiederci perché il razzismo mantiene una sua forza e una stabile presenza dentro il dibattito politico e le dinamiche sociali. Le risposte sono diverse e ciascuna di esse contiene un frammento che spiega il fenomeno nella sua articolazione.
Il razzismo, lo hanno capito molto bene i vari leader della destra estrema in Europa, è “democratico”: annulla disuguaglianze di classe e differenze di ceto in nome di una sovra identità che tiene tutto insieme, e annulla le eventuali conflittualità sociali interne per rivolgersi al nemico esterno di turno, “il nemico a orologeria” (Alietti, Padovan 2020). Ma oltre a questa caratteristica ben nota, è importante sottolineare come esso si offra come ragionamento semplice, dato per scontato, che permette di affrontare la complessità del reale. Il razzismo esprime una sua capacità di creare legame sociale, di mettere ordine dentro a un supposto caos in cui vengono meno i confini della propria appartenenza. Inoltre, il razzismo non è soltanto l’orizzonte di senso dei cosiddetti perdenti della globalizzazione, come una superficiale analisi dichiara, ma anche dei ceti medi e medio-alti i quali si coagulano intorno ad esso sulle basi della paranoia securitaria incentrata quasi totalmente sulla minaccia dello straniero. La figura mitologica del “maranza”, etnicamente connotata nelle nostre città, è divenuto, a proposito, il paradigma a cui fare riferimento per intonare la litania del “non sentirci più a casa nostra”.
In questo paesaggio oscuro si associa l’emergere di ciò che è stato definito tecno-fascismo, impersonato pubblicamente da Elon Musk e da altri milionari della Silicon Valley, che riassume assai bene quanto le posizioni suprematiste siano un fattore determinante nella costruzione di una società tecnologicamente avanzata in cui non vi è alcun posto per la diversità etnica e, soprattutto, per la democrazia così come l’abbiamo perseguita finora.
Infine, è opportuno sottolineare il paradosso per cui il discorso xenofobo anti-immigrazione è variegato al suo interno al punto che, ad esempio in Olanda, la rivendicazione dei diritti civili delle comunità LGBT da parte del principale partito anti-immigrazione diviene un assunto discriminante contro gli stranieri, e in particolare contro le comunità musulmane, considerate fuori dalla società liberale a causa del loro “tradizionalismo”. E’ interessante notare quanto la logica razzista sia liquida, transitiva e mobile, orientata in generale contro le comunità migranti a seconda dei temi salienti delle cronache e delle contingenze socio-politiche.
Non vi è bisogno di riportare ideologie razziologiche del passato fondate sull’assunto biologico. La variante culturalista del razzismo contemporaneo altro non è che la sua biologizzazione, o naturalizzazione, che ripercorre con formule inedite la stessa identica formulazione di una gerarchia etnico-razziale. La semplice constatazione culturalista (“sono fatti così perché è nelle loro tradizioni, nella loro cultura”) crea un determinismo pressoché simile alla biologia razziale. Quindi, nulla di nuovo sotto il sole. Le differenze culturali divengono un elemento irriducibile che alimenta in sé la distanza tra i distinti gruppi etnicamente definibili come un immaginario “noi” e “loro”. A partire da questo orizzonte, la legittimazione del razzismo come discorso accettabile si misura con il classico esempio della frase “io non sono razzista, ma…”. Per quanto giustamente criticata e criticabile, tale frase premette, tuttavia, una sorta di adesione al principio morale che dichiararsi razzista è un fattore negativo, una colpa. Questo debole elemento oramai è decaduto. Non vi sono più attenuanti: essere razzisti assume da un lato un valore politico ben definito e fruttuoso nella competizione per il consenso, dall’altro un valore sociale di differenziazione verso chi è prossimo nella scala sociale. Del resto, in passato le stesse sinistre istituzionali in Europa hanno favorito questo passaggio. L’insieme delle narrazioni sulla crisi del multiculturalismo e sul presunto fallimento delle conseguenti politiche d’inclusione hanno avuto come portavoce anche vari esponenti del cosiddetto social-riformismo. Senza dimenticare la formulazione regressiva in termini di diritti umani del nuovo Patto migrazione e asilo promosso dall’Unione europea che, nella sua sostanza ideologica, recepisce in gran parte le prerogative delle retoriche anti-accoglienza dei vari partiti xenofobi.
Riprendendo le parole di Boaventura de Sousa Santos, siamo di fronte a un pensiero abissale paradigmatico della civiltà occidentale, il cui carattere è di attuare costantemente una separazione netta tra chi è dentro e chi è fuori da una linea ideale, da un confine. Chi è fuori non solo è escluso dalla vita collettiva, ma svanisce dalla realtà sociale tramite un discorso che lo stigmatizza, lo inferiorizza e lo demonizza. La ragione e la pratica razzista si condensano in questa eminente logica di apartheid e trovano nel linguaggio ordinario la loro legittimazione. Su questo aspetto è decisivo valutare l’impatto del sistema dei media tradizionali e dei social network nel nutrire e rafforzare il risentimento e l’odio interetnico. Da decenni la figura del migrante, dello straniero, ha subito incessantemente nei circuiti dei media classici (stampa e TV) un effetto di “tabloidizzazione” ovvero di rappresentazione negativa e stereotipata che ha intensificato i caratteri propriamente emozionali dello xeno-populismo. Del resto, come aveva sottolineato a suo tempo lo storico israeliano Zeev Sterhell, il fascismo – storicamente e nella contemporaneità – misura il suo consenso attraverso uno stile comunicativo che gioca sull’impatto emozionale che annulla qualsiasi razionalità. Questa eredità è stata pienamente raccolta dai social network, la cui struttura comunicativa ha ulteriormente intensificato il senso comune xenofobico che normalizza l’espressione razzista nella pubblica opinione.
Occorre sottolineare, inoltre, come questi nuovi media siano funzionali strategicamente alla produzione e diffusione di un regime di ignoranza mediante il ricorso sistematico alle fake news. A partire da questa constatazione, il problema è capire allora come affrontare la natura razzista delle nostre società che si fonda su tale dimensione priva di mediazione. L’antirazzismo nelle sue diverse modalità di espressione politica e di movimento deve combattere con un avversario subdolo che non ha bisogno di dimostrare nulla rispetto ai temi discussi, né ha necessità di esibire ragioni che soddisfino i criteri base del confronto democratico. Ne consegue una riflessione ampia, urgente, su come il discorso antirazzista possa reagire politicamente e culturalmente e quali possano essere gli strumenti più efficaci. La capacità di argomentare razionalmente contro la normalizzazione del razzismo appare decisamente un compito difficile in una società che ha ceduto alla post-verità. Non si può e non si deve certo rinunciare a questo approccio, semmai il problema sarà costituire nell’immediato futuro un fronte comune tra tutte le componenti progressiste, comprese quella cattolica e l’associazionismo migrante, così da stabilire opzioni percorribili per opporsi all’attuale deriva autoritaria, anti-democratica e razzista negli ambiti della vita collettiva.

