L ‘Apocalisse è la nostra inerzia, l’ottundimento interrotto da rapidi squarci di quella paura che da bambini è godimento, sospensione dell’incredulità nell’attesa di essere rassicurati, una fiaba di orchi raccontata prima di dormire. L’olocausto climatico, l'”invasione” di migranti, la guerra di droni molto sopra le nostre teste, l’Ia che prende il controllo: stiamo apprendendo i codici di un reality che – mischiando orrori concreti e fiction – fa del catastrofismo un asset capace di mandare in fibrillazione le borse dell’economia come quelle della politica, con impennate, dividendi, spostamenti di algoritmi speculativi e rilancio di future – termine quanto mai icastico nel mercificare il futuro e la paura, perfetta metafora dell’Apocalisse come prodotto finanziario – che prosperano nel vuoto di logica e di memoria.
Suprematismo climatico
Dobbiamo credere, giorno dopo giorno, a un teatro che determina, mostra o nasconde la portata delle ondate migratorie, utilizzate come flussi di piena che offrono la percezione del controllo o dell’invasione. E dobbiamo credere alle piaghe del Libro dell’Apocalisse – «il sole brucia gli uomini con un grande calore e con il fuoco», «le acque del grande fiume Eufrate si prosciugano», «fulmini, tuoni e una grandine enorme con chicchi pesanti cadono dal cielo» – ripetuto in una formulazione distopica, dove ciò che esiste è determinato da schermi che amplificano e poi spengono, dopo aver per anni chiuso gli occhi davanti alle ondate di calore, agli incendi, alle alluvioni di cui siamo stati testimoni, ostinatamente sordi agli ammonimenti degli scienziati che, fin dal rapporto del Club di Roma, nel 1972, mostravano che il collasso sarebbe avvenuto non per cause metafisiche ma per l’insostenibilità di una crescita che intende continuare ad arricchire una parte di mondo a danno di un’altra, consumando le risorse del pianeta.
Una sorta di suprematismo climatico fa sì che gli oligarchi della tecnologia e i loro referenti politici possano sentirsi parte di un’umanità separata da quella delle moltitudini in fuga, dei poveri, dei fragili, di un ceto medio sempre più impotente e spaventato, al quale vengono consegnati, per distrazione, gli spauracchi dell’odio.
Alimentare il mito dell’Apocalisse ci rende spettatori passivi del disastro, mentre le oligarchie tecnocapitaliste, fautrici di quello che Naomi Klein chiama il «fascismo della fine dei tempi», immaginano di costruire per se soltanto una nuova dimensione di abitabilità del pianeta. Catastrofismo e negazionismo, esonerando dall’azione, evitando un’assunzione di responsabilità verso il reale, diventano così dispositivi retorici di una formidabile strategia di potere. Una società terrorizzata e al tempo stesso assuefatta all’idea dell’imminenza della fine è una società che non chiede più conto di nulla, che accetta l’esistente come solo ordine possibile, pronta a volgere altrove lo sguardo mentre il livello dell’acqua sale fino a sommergerla.
Desiderio di cambiamento
Ma la massa di corpi immobili su lettini da spiaggia disposti in schiere sotto un sole implacabile che Antonio Scurati ha descritto con pregnanza come «morgue balneare», «moltitudine cadaverica da ombrellone» ( La Repubblica, 15 agosto 2026 ), è l’immagine di un ordinamento biopolitico, la rappresentazione perfetta del controllo sui corpi, il risultato di un profondo senso di abbandono. Quando il desiderio di reazione non trova rappresentanza, la paura e l’impotenza si traducono in comportamenti di rinuncia collettiva: l’abbandono delle più elementari pratiche ecologiche, lo spegnimento dell’umanità e dell’empatia verso i migranti, la diserzione del voto, la fuga autoreferenziale davanti alla morsa autoritaria.
Alle forze dell’alternativa spetta il compito di rendere azione istituzionale e organizzativa il desiderio di cambiamento dei cittadini, che hanno già dimostrato di sapersi mobilitare sulle questioni ultime della democrazia e che oggi chiedono programmi di governo radicali e visionari, facendosi carico di un’inversione di rotta prima che gli effetti del fascismo climatico diventino irreversibili.
In Il futuro rimpianto, Günther Anders scrive che Noè, pur di salvare l’umanità alla vigilia del diluvio, inscenò un lutto preventivo per risvegliare le coscienze. «Perché se il diluvio arriverà domani, allora sarà troppo tardi per ricordare e troppo tardi per portare il lutto. Perché non ci sarà più nessuno che potrà ricordarsi di noi e nessuno che potrà portare il lutto per noi». Quella rappresentazione, scrive Anders, scosse i presenti al punto che uno dopo l’altro si fecero avanti per offrire aiuto a Noé nella costruzione dell’arca. Oggi l’arca – intima, politica e reale prefigurazione del lutto futuro – può convertirsi in azione cooperando a mettere in salvo quella generatività sociale, ecologica e umana che il potere autoritario procede a insterilire.

