Un emendamento sulla legittima difesa che reintrodurrebbe la pena di morte 

24 Luglio 2026

Rodolfo Saracci Epidemiologo

La pistola di Malmö annodata realizzata da Carl Fredrik Reuterswärd dopo l'omicidio di John Lennon. Si trova nella città svedese.

Un emendamento leghista prevede la totale impunità per chi reagisce a un’aggressione armata, eliminando criteri fondamentali come la proporzionalità e la persistenza del pericolo, in qualunque ambito, anche quello ospedaliero. Appello ai professionisti della salute a difendere l’integrità umana contro derive legislative ritenute pericolose.

«La sottile patina della civilizzazione si basa su quella che può essere una fede solo illusoria in una nostra comune umanità. Illusoria o no, faremo bene a rimanere aggrappati ad essa. Certamente è quella fede – e i vincoli che pone ai cattivi comportamenti umani – che per prima svanisce in tempi di guerra o di tumulto civile».

Tony Judt, “New York Review of Books”, 2010; LVII (5)

Sull’onda della vicenda Roggero e con l’intento dichiarato di innalzare il livello di sicurezza dei cittadini, la Lega, senatore Claudio Borghi in testa, propone, secondo quanto riportato da “La Repubblica” del 19 luglio 2026, un emendamento integrativo dell’art. 52 del Codice penale. In continuazione del testo attualmente vigente, l’emendamento introdurrebbe il seguente paragrafo: «In caso di aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, professionale o imprenditoriale, qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta».

Difficile non ravvisare una qualche sintonia con un altro titolo del giornale: Vannacci tra slogan e magliette: “Se uno mi entra in casa rinuncia alla vita’”.

Per paradosso – al fine di evitare dubbi nell’applicazione della legge, e per chiarezza e completezza – si potrebbe aggiungere alla proposta, come logica conseguenza: «In queste circostanze, il cittadino aggredito è autorizzato, qualora lo giudichi a sua sola discrezione necessario, a comminare all’aggressore ed eseguire immediatamente la pena di morte, in deroga all’art. 27 della Costituzione che, trattando delle pene, stabilisce: “Non è ammessa la pena di morte”».

Per comprendere a cosa porterebbe la formulazione della proposta, basti pensare a cosa accadrebbe se medici e operatori sanitari potessero utilizzare questa forma di “tutela” della propria sicurezza qualora si producesse un’aggressione a mano armata, ad esempio, in un pronto soccorso. A Torino, l’anno scorso un’équipe del 118 era intervenuta per soccorrere una donna di 82 anni colpita da un grave malore cardiaco. Mentre il medico eseguiva le manovre di rianimazione, il figlio dell’anziana gli ha puntato una pistola alla nuca gridando «se non salvi mia madre ti ammazzo». Nonostante il terrore, il medico ha continuato a rianimare la paziente, e sul posto sono poi intervenute pattuglie della polizia allertate dai colleghi della centrale. Sempre nel 2025, un uomo di 59 anni, portato in ambulanza in stato confusionale al Pronto soccorso dell’ospedale di Sassari, ha estratto un coltello tradizionale sardo minacciando medici e infermieri. 

Non so se sia più grave che gli estensori della proposta di legge non si rendano conto delle sue implicazioni, o se, pur rendendosene conto, non esitino a proporre un testo che comporterebbe, né più né meno, l’introduzione nell’ordinamento legislativo della Repubblica italiana della pena di morte, amministrabile per via extra-giudiziaria. 

La prevenzione della pena di morte, come della tortura e di altre gravi offese all’integrità fisica e psicologica delle persone, rientra pienamente nell’ambito professionale di medici, epidemiologi, operatori della sanità: sia nel senso negativo, di rifiuto di partecipare a qualsiasi intervento inteso a realizzare atti di questo tipo, sia nel senso positivo, di sostegno a iniziative puntuali e legislative miranti a eliminarli.

Non deve quindi scivolare via dall’attenzione dei professionsiti della sanità il segnale di imbarbarimento costituito dal fatto che oggi in Italia non un cittadino o un collettivo di cittadini ma un partito di governo proponga, di fatto, per specifiche circostanze, l’introduzione legalizzata benché del tutto anticostituzionale della pena di morte.

Ex-presidente della International Epidemiological Association. Già Direttore dell’Unità di Epidemiologia Analitica, International Agency for Research on Cancer, Lione, Francia. Direttore di ricerca in epidemiologia, Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, Pisa.

 

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