Quando, in una forma di governo che si vorrebbe sempre più costruita sul legame diretto con il “popolo”, il “capo” si espone su un fatto di sangue delegittimando l’operato della magistratura o legittimando a priori l’azione di singoli agenti delle forze di polizia implicati in morti cruente, l’argomento non è il fatto in sé ma lo spostamento di soglia che delimita cosa è diritto e cosa indulgenza, concessione, autorizzazione retrospettiva. L’esposizione dell’esecutivo sul caso del gioielliere condannato per l’omicidio di due ladri in fuga e sulle circostanze della morte di Abderrahim Fakir mentre era in custodia dello Stato non è un riflesso emotivo di fronte a una sentenza o a un fatto di cronaca, ma la prefigurazione di un affondo nel corpo costituzionale. Delegittimando, nel caso del gioielliere Roggero, i giudici che si sono espressi nei tre gradi di giudizio, e giudicando, nel caso della morte di Fakir, la richiesta di verità e giustizia della società civile alla stregua di un affronto, l’esecutivo si arroga il diritto di incarnare il “buon senso” dei governati e dimostra platealmente di considerare i limiti della legalità un impaccio frapposto alla verità immediata. Una giustizia intuitiva, naturale, che non risiede nelle leggi scritte, nelle Costituzioni, nelle sentenze dei tribunali e nel diritto internazionale, ma nell’istinto politico e nella sensibilità etica del leader che prima si sdegna, protesta, proclama, come “uno di noi”, ma subito dopo legifera, con la copertura di un Parlamento in cui dispone di una maggioranza schiacciante. Non si tratta di forzature isolate ma di tasselli di un medesimo disegno che, dopo il fermo sul premierato e sulla riforma della giustizia, ambisce, attraverso la nuova legge elettorale, a limitare il bilanciamento dei poteri, a precostituire il risultato elettorale con un abnorme premio di maggioranza riducendo l’opposizione a un ruolo testimoniale, in ultima analisi a presentare l’investitura del capo come forma democratica più autentica della volontà popolare.
Dove il costituzionalismo moderno ha definito limiti, procedure, separazioni e cautele proprio perché la cessione della forza non tracimi in arbitrio, il capo populista vede, sente, comprende, giustifica, riabilita, chiede punizioni e nuove regole, avocando a sé, nell’immediatezza della reazione, il “buon senso” del padre di famiglia, della madre di famiglia.
Quando, nella sua più brutale formulazione, il “capo” lascia intendere che potrebbe perfino sparare a un passante senza per questo perdere il proprio popolo – come fece Trump
nel gennaio 2016, mentre si presentava alle primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali di novembre – quella che mette in scena non è una predisposizione personale all’iperbole ma una teoria del consenso: la fedeltà come assoluzione preventiva, il legame con le masse come sospensione implicita della misura e della legge, la mediazione carismatica come surrogato vitale delle grigie forme del diritto.
Ed è proprio qui, nel rischio della dismisura, che potrebbe celarsi di nuovo la possibilità della sconfitta. Come è accaduto sul finire della campagna referendaria sulla riforma governativa della giustizia, quando la presidente del Consiglio affermò che, in caso di vittoria del No, avremmo visto «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà. Antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria». Un passo falso che, nella sua funzione rivelatrice, si prefigura anche nella difesa del gioielliere omicida e nella richiesta di grazia rivolta al presidente della Repubblica – quasi che il potere esecutivo potesse arrivare ad orientare, se non formalmente almeno moralmente, il perimetro delle decisioni che la Costituzione sottrae alla sua disponibilità diretta. Così come si prefigura nella criminalizzazione di chi non può fare a meno di indignarsi e chiedere verità e giustizia per Fakir. L’eccesso rischia di apparire per quello che è: non un gesto di vicinanza al paese reale ma una pressione abnorme sulle forme della legalità repubblicana. A patto che anche le forze di opposizione che dicono di essere custodi dell’equilibrio dei poteri alla base di questa legalità abbandonino l’autoreferenzialità e le divisioni interne che rischiano di farle apparire “diversamente distanti” dal destino della futura forma di governo del nostro paese.

