Le parole che Rodotà direbbe oggi

Le parole che Rodotà direbbe oggi

Un anno fa moriva il grande giurista. Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti raccontano “la mancanza della sua voce, mentre si assiste alla frantumazione nazionalistica di quei diritti per cui lui aveva combattuto” Che avrebbe detto oggi Stefano Rodotà? Come avrebbe reagito il giurista che teorizzava il diritto a protezione dei più deboli in un’ Italia che fa la voce grossa con gli ultimi? Quale bussola morale ci avrebbe indicato al cospetto di un ministro dell’ Interno che respinge i migranti, minaccia censimenti etnici, dileggia esseri umani devastati da guerre e miseria?

Raramente un anniversario si rivela nella sua drammatica attualità: a un anno esatto dalla scomparsa, niente sembra più lontano dall’eredità civile e culturale di Rodotà del Paese sovranista che maltratta i più fragili.

«La mancanza della sua voce ci appare ogni giorno più grave e pesante», dice Gustavo Zagrebelsky, che gli è stato affianco in molte battaglie ideali.

«Rodotà ha dedicato il suo impegno culturale a valori quali dignità, umanità, libertà, tolleranza, giustizia, solidarietà: tutti temi provvisti di una portata universale, che non si prestano a essere declinati per nazionalità. I diritti umani sono per tutti – italiani, senegalesi, rom – senza esclusioni. Oggi stiamo assistendo a una frantumazione nazionalistica di questi valori, che non vengono negati in sé ma parcellizzati, reclamati da alcuni a danno di altri. Una pretesa particolaristica che si traduce in compressione dei diritti altrui».

È la fine di un mondo, continua Zagrebelsky, il tramonto di principi sanciti dalla dichiarazione dei diritti universali, stelle polari conquistate dalla storia dopo le catastrofi del XX secolo. «Si blindano i confini esterni e se ne costruiscono di nuovi all’ interno, al fine di separare quelli che stanno con noi ma non sono parte di noi: oggi migranti e nomadi, domani chissà chi altri». Non si tratta di ignorare i problemi che possono derivare dalla presenza dei rom nelle grandi città, «ma il passaggio alle ruspe implica un salto culturale enorme». E allora bisogna trovare soluzioni «senza violare quei principi che sono al centro della ricerca intellettuale di Rodotà».

Una sua parola chiave è “dignità”, il rispetto della persona nella sua integrità, termine a cui attribuiva maggiore immediatezza rispetto a parole storiche come “eguaglianza”, “libertà”, “fraternità” proprio perché più direttamente evocativa dell’ umano. «Come tutti i classici, Rodotà ha anticipato le risposte alle domande ora più urgenti», interviene Gaetano Azzariti, il costituzionalista che ne è stato allievo. «Un punto essenziale della sua costruzione teorica è l’ antropologia dell’ homo dignus, che considerava il grande lascito della Costituzione. Non è un caso che i primi articoli della Carta europea, a cui Stefano diede un contributo essenziale, siano dedicati alla dignità. È una chiave fondamentale per tutti i problemi di ordine politico, economico e sociale, inclusa la questione della sicurezza. La dignità non ha prezzo, come diceva Kant. E non si può barattare con niente. La dignità degli uomini viene prima di qualsiasi cosa. Questo vale per il lavoro, il mercato e l’ impresa. O l’ impresa è degna o non è. O al lavoratore si garantisce un’esistenza libera e dignitosa – l’articolo 36 della Costituzione che gli stava tanto a cuore – o quel lavoro non è degno.

Tutte le grandi questioni si possono risolvere solo sulla base di principi quali dignità e solidarietà perché l’egoismo, ammoniva Rodotà, non può fornire la soluzione dei problemi del mondo».

Quello che ci ha lasciato è un’impalcatura teorica solida, oggi più che mai preziosa per una sinistra politica smarrita. Una costruzione fondata sul “diritto di avere diritti” – è il titolo mutuato da Hannah Arendt per un suo lavoro fondamentale -, sulla tutela dei diritti inviolabili dell’ individuo, in un ampio raggio che spazia dal terreno dell’ identità sessuale allo spazio virtuale. Sterminata era la sua capacità di studio, senza confini disciplinari. «Oggi Stefano sarebbe capace di comporre in un’ unica cornice tutti gli elementi particolari che ci travolgono ogni giorno», dice Zagrebelsky.

«Saprebbe dare un significato generale a episodi apparentemente lontani: ieri la minaccia di chiudere le frontiere, oggi l’ idea che la scorta di Saviano sia ingiustificata. Le grandi tragedie storiche nascono dalla sommatoria di tante piccole vicende di abusi, ingiustizie e pressioni. Io temo il momento in cui questi frammenti possano raccogliersi in un quadro preciso perché ci troveremo dinnanzi a una cosa che non vorremmo vedere. Stefano ci avrebbe aiutato a comprenderla per tempo».

Insieme hanno difeso il diritto dalle intromissioni della politica. Zagrebelsky ricorda una fotografia molto affettuosa a un convegno di Libertà e Giustizia. «Era un uomo tenero e al contempo rigoroso, con una faccia che sembrava scolpita nella corteccia». La sua serietà scientifica rifletteva una serietà esistenziale. «Oggi reagirebbe a questo bollire a fuoco lento della nostra impotente indignazione. Si chiederebbe cosa si può e si deve fare. Non c’ è più lui a mobilitare le coscienze. E molti di noi si domandano se ci sarà e chi sarà un nuovo Stefano Rodotà».

Sempre più rare sono le figure intellettuali capaci di coniugare rigore scientifico e lotta per i diritti, competenze e impegno civile. «Siamo in pochi e disgregati», dice Zagrebelsky. «Mi colpisce che di fronte alle sortite del ministro dell’Interno l’associazione dei costituzionalisti non abbia detto una parola: come se la nostra Costituzione non ci indicasse una strada maestra nelle relazioni sociali».

Per uscire dalla confusione e dalla regressione di oggi, interviene Azzariti, si dovrebbe tornare al suo pensiero forte e sistematico. È stato l’abbandono di queste bussole a determinare l’impoverimento della cultura critica e convintamente democratica». Anche a sinistra, aggiunge l’ allievo, Rodotà non è stato sempre compreso.

«È difficile coltivare grandi ideali senza essere intimamente liberi». Zagrebelsky ne sottolinea un aspetto rimasto finora nell’ombra. «Stefano non ha mai svolto attività professionale. Non ha mai messo la sua scienza di civilista al servizio di interessi estranei alla ricerca o all’impegno. Sicuramente uno come lui, con la sua dottrina, sarà stato sollecitato molte volte a prestare consulenza o a fornire pareri pro veritate nei processi i cui si muovono enormi interessi economici. Non l’ha mai fatto. E anche questa scelta indica quanto tenesse all’autonomia della sua professione».

 

La Repubblica, sabato 23 giugno 2018

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