Marco Revelli: Liberarsi da questo Pd o la sinistra si estinguerà

Marco Revelli: Liberarsi da questo Pd o la sinistra si estinguerà
“Lo spettacolo è veramente scadente, e la tentazione sarebbe quella di essere sarcastici. Ma io suggerisco di essere indulgenti con i protagonisti della sinistra italiana: sono capitati nel mezzo di una tempesta quasi perfetta, e forse non se ne rendono neppure conto”.
Marco Revelli, professore di Scienza Politica presso l’università del Piemonte Orientale, invoca le attenuanti generiche per una sinistra in perenne caos. Ma è pessimista sul futuro: “La crisi di questa parte politica è lo specchio della crisi della democrazia, affetta da una patologia quasi mortale”.

Professore, la sinistra è messa davvero così male?
La crisi dei meccanismi democratici l’ha investita in pieno, in tutto l’Occidente. La democrazia dovrebbe rappresentare la società ed l’unico elemento che la distingue da altre forme di governo come la monarchia o la dittatura.
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Ma non riesce più a farlo.
E quindi la sinistra ne paga il prezzo, ovviamente anche per proprie colpe.
L’intera famiglia dei socialismi europei si sta sfarinando.
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Parliamo delle responsabilità di quella italiana. 
La situazione della sinistra in Italia è tra le più tristi in Europa. E può sembrare un paradosso per il Paese che ha avuto il più forte partito comunista del continente. Ma forse i due fatti sono legati. La sinistra non ha saputo riempire quel cratere lasciato dal Pci, e man mano che cambiava nome, dal Pds fino al Pd, dava l’ impressione di essere in fuga da se stessa, in un percorso costellato di abiure.
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Cambiare era necessario, non crede?
Certo, ma il vero tema è che l’insediamento sociale della sinistra è stato massacrato in questi anni. Pensiamo al lavoro, con tutte le ristrutturazioni e privatizzazioni, e al calo costante dei redditi dei lavoratori. Fenomeni che hanno morso anche il ceto medio, senza che i partiti di riferimento facessero nulla, anzi spesso si sono schierati con l’altra parte. E così si è prodotto un divorzio di fatto da un pezzo del Paese. Ormai con questo Pd, così come l’ha riconfigurato Renzi, è rimasto solo un ceto meno colpito dalla crisi, che ha digerito tutto, compreso il trapianto d’ identità del Partito democratico.
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Pier Luigi Bersani sostiene che sarebbe meglio andare divisi, Mdp e Si da una parte e Pd dall’altra, perché “uniti perdiamo”.
E ha perfettamente ragione. L’unico modo per lui di recuperare qualcuno tra i tanti elettori fuggiti dalla sinistra è quello di non legarsi al Pd e a Renzi. Certo, per rimettere il dentifricio nel tubetto ci vorrebbe quasi un miracolo Il problema è sempre la credibilità di chi parla.

I “rossi” fuori del Pd non ne hanno?
Il leader dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, non era il braccio destro di Tony Blair: ha sempre proposto un’alternativa. Ci vuole discontinuità, anche personale, rispetto alle politiche di un passato molto lungo.
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Il probabilissimo futuro leader della sinistra, il presidente del Senato Pietro Grasso, è un ex pm sceso in politica solo nel 2013. Come nome nuovo potrebbe anche reggere.
È un accorgimento tattico, un tentativo tirato fuori dal cilindro. Ma la soluzione non la trovi con l’ingegneria da ceto politico.
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E allora cosa serve?
Serve un cambio di mentalità. Questo ceto politico a cui accenno dovrebbe fare un passo indietro, e accettare un vero confronto sulle ragioni delle crisi.
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Tomaso Montanari, volto e motore degli ex comitati del No, ha proposto una serie di condizioni ai partiti, tra cui l’ obbligo di presentare nelle liste almeno il 50 per cento di neofiti ed escludere chiunque abbia avuto in passato incarichi di governo, quindi anche Bersani e D’Alema. È d’accordo?
Io provo molta simpatia per Montanari, che ci ha messo la faccia. Le sue ricette ridarebbero un minimo di credibilità, ma temo che resteranno proposte inascoltate. Il campo a sinistra mi sembra già strutturato, con tutti i piccoli eserciti che si sono organizzati.
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A proposito di regole, ma della legge elettorale che ne pensa?
Penso che possano averla scritta solo dei masochisti, perché condurrà il Pd a sicura sconfitta. L’hanno preparata pensando di puntare sul voto utile verso il partito di Renzi, ma in realtà la scelta per molti sarà tra i Cinque Stelle e Berlusconi, come è avvenuto in Sicilia e a Ostia. Difficilmente sceglieranno il Renzi ferroviere. 
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Il nodo della scelta tra Berlusconi e Di Maio se lo è posto anche Eugenio Scalfari, e la sua preferenza è andata al “populismo di sostanza di B.”. Poi però il fondatore di Repubblica ha fatto marcia indietro
È un gioco stupido. La nostra Costituzione non prevede un premierato elettivo, e comunque con l’attuale legge elettorale non si verrà posti di fronte a una simile scelta.
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Eppure si è aperto un ampio dibattito sul tema.
Sull’argomento ho letto delle bestialità. C’è chi ha detto che “almeno Berlusconi lo conosciamo”. E io dico, appunto: sappiamo dei suoi processi e di tutto il resto. Io non ho mai lesinato critiche ai Cinque Stelle, soprattutto per le loro posizioni sull’immigrazione. Ma chiunque abbia un animo democratico non potrebbe scegliere il pregiudicato Berlusconi.
Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2017 

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