Voglio condividere un ricordo di quando avevo sette anni e qualche mese, mio fratello era molto più piccolo. L’ho ricostruito partendo dalle parole di mia madre.
Strano. Nessuno faceva caso a noi bambini.
Tecla, mamma, si stava vestendo. Attilio, papà, era vestito. E stava per uscire.
Già, era domenica e Attilio usciva con il cappello, e non con il solito berretto, in testa!
Noi bambini – Alberto, sette anni e quasi tre mesi; Rosa, cinque anni e quasi cinque mesi; Bruno, tre anni e quasi sei mesi – facevamo finta di dormire.
Tecla girava ancora in sottoveste. Portò il vestito che aveva in mano davanti alla finestra. Era stato tirato fuori dal piccolo armadio di famiglia e stirato. Era il vestito buono, doveva andare bene per tutte le stagioni. Iole, la sorella giovane, lo aveva confezionato per il suo matrimonio avvenuto a Giulianova a fine settembre 1945. Ma oggi, domenica 2 giugno 1946, si annunciava già come giornata calda e assolata. Tecla quel vestito aveva per essere elegante, anche se un po’ era ingrassata.
Dopo poco venne a prenderla Lydia, la giovane maestra vicina di casa. Tecla era vestita, pettinata e con la borsetta fra le mani che riempiva di documenti e pezzi di carta (borsetta nascosta nell’armadio, da tirar fuori solo nei matrimoni o eventi simili).
Lydia volle aggiungere un tocco di rossetto. E litigarono a bassa voce per un pezzo, ma la ebbe vinta! Sculettando, la opulenta giovane signorina Lydia e la ancora giovane signora Tecla, a braccetto, uscirono dal cancello.
Noi bambini saltammo dal letto vocianti. Ci rendemmo subito conto che la colazione era pronta e le voci si calmarono. Sapevamo del VOTO, in noi non suscitava alcun interesse o curiosità. Mah! Veramente Alberto, il più curioso, aveva notato che Lydia si era preso il compito di insegnare a Tecla a scrivere il suo nome e cognome, a mettere la croce e a dare altre spiegazioni del perché non sbagliare a “scegliere”.
Che significava scegliere, voto, croce. Mah!
Avevamo fatto colazione, in qualche modo lavati e vestiti. Uscimmo in giardino in attesa di amici con cui giocare urlando. Era ancora presto!
Dopo qualche tempo, forse mezzora, che si giocava rumoreggiando, Tecla e Lydia entrarono dal cancello nel giardino. Lydia salutò Tecla con un «bravissima».
Tecla in casa poggiò la borsetta sul tavolo e lentamente cominciò a svuotarla. Arrivò anche Attilio fumando una sigaretta. Alla seconda boccata Tecla disse: «Ho votato per Garibaldi, c’erano molte femmine che hanno votato come me, vinceremo». E cambiando tono aggiunse: «tu hai votato per quello smidollato di re». Non era una domanda, non era una recriminazione, era una semplice considerazione.
Attilio finì di fumare e senza dire niente si sedette sul basso davanzale della finestra e tirò fuori dalla tasca della giacca il giornale.
Tecla e Attilio non hanno litigato e nemmeno discusso. Ognuno si dedicò alle cose da fare.
Tecla, come ogni giorno, preparare da mangiare per cinque.
Attilio, come ogni domenica, leggere il giornale.
Era domenica 2 giugno 1946. Una bella giornata.
Era il primo voto a suffragio universale, per il referendum per la scelta fra monarchia e Repubblica che sancì la nascita della Repubblica Italiana, e per le contemporanee elezioni politiche per eleggere l’Assemblea Costituente.
Post-scriptum: Alberto ha cominciato a ragionare di un “ricordo” di quando era bambino, che ogni tanto gli tornava in mente nell’età adulta, dopo i quarant’anni. Ricordo che è stato sepolto dagli eventi che incombevano. Ricordo che è stato svegliato in modo prepotente dal film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, ma accantonato dalle incombenze quotidiane. Infine, il ricordo è saltato fuori in seguito alla lettura di due citazioni di Teresa Mattei (1921-2013) giovanissima madre costituente eletta nelle prime elezioni a suffragio universale del 2 e 3 giugno 1946, partigiana, politica e pedagogista italiana.
Voglio riportarle, per festeggiare insieme il 2 giugno:
«L’idea mi venne perché la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette, mi ricordava la lotta sulle montagne un fiore povero che cresceva ovunque a marzo e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente»..1
«Non dimentichiamo che secoli e secoli di arretratezza, di oscurantismo, di superstizione, di tradizione reazionaria, pesa sulle spalle delle lavoratrici italiane; se la Repubblica vuole che più agevolmente e prestamente queste donne collaborino – nella pienezza delle proprie facoltà e nel completo sviluppo delle proprie possibilità – alla costruzione di una società nuova e più giusta, è suo compito far sì che tutti gli ostacoli siano rimossi dal loro cammino, e che esse trovino al massimo facilitata ed aperta almeno la via solenne del diritto, perché molto ancora avranno da lottare per rimuovere e superare gli ostacoli creati dal costume, dalla tradizione, dalla mentalità corrente del nostro Paese».2
Ciao Alberto.
- Citato in Teresa Mattei: Ragazze, vi racconto la storia vera della mimosa, Libereta.it, 7 marzo 2013 https://web.archive.org/web/20130409093855/https:/www.libereta.it/archivio-news/82-libereta/1037-teresa-mattei-ragazze-vi-racconto-la-storia-vera-della-mimosa.html ↩︎
- Discorso all’Assemblea costituente – LXVIII – seduta pomeridiana di martedì 18 marzo 1947 (p. 2269) ↩︎

