La Costituzione e il governo stile executive

governorenziDEL Senato della nuova era, tutto il dicibile è stato detto e ridetto. Ora non si tratta più d’idee, ma di numeri, di patti misteriosi che “tengono” o “non tengono”, di “aperture” o “chiusure”, cioè di strategie politiche. Interessa, invece, lo sfondo: ciò che crediamo di comprendere della nostra crisi e delle sue forme. Che valore hanno il tanto pervicace impegno per “le riforme” costituzionali e l’altrettanto pervicace impegno contro? Pro e contra, innovatori e conservatori. I pro accusano i contra di non voler assumersi le responsabilità del cambiamento che il momento richiede e di difendere rendite di posizione dissimulandole come difesa della Costituzione. I contra, a loro volta, accusano i pro di coltivare la vacua ideologia del nuovo e del fare a ogni costo, in realtà servendo interessi ai quali ostica è la democrazia. Le ragioni della divisione sono profonde, spiegano l’asprezza del contrasto e giustificano le preoccupazioni.

LE costituzioni sono al servizio della legittimità della politica e una costituzione illegittima non può che produrre politiche a loro volta illegittime. Ma, la legittimità divisa è un concetto contraddittorio che porta in sé la radice della dissoluzione. La funzione delle costituzioni è conferire accettazione diffusa alle istituzioni e alle politiche che su di esse si fondano. La Costituzione che nascerà dalle condizioni presenti — se nascerà — sarà figlia di una legittimazione dimezzata e svolgerà solo a metà la sua funzione legittimante e, per l’altra metà, svolgerà una funzione delegittimante. Lo stesso è per la Costituzione ora vigente ma contestata — se sarà questa a sopravvivere ai riformatori —. In ogni caso, possiamo aspettarci un periodo di vita politica instabile e “de-costituzionalizzata”, cioè determinata più dai rapporti di forza e dalle convenienze che non dal rispetto d’un patrimonio di principi e regole del vivere comune. In parte è già così. Il processo è in corso da tempo. Ciò che una volta avrebbe creato scandalo, oggi è quasi generalmente accettato. Che cosa, se non questo, significano i discorsi circa la “costituzione materiale” o “di fatto” che si è sovrapposta a quella ufficialmente in vigore, o circa lo “stato d’eccezione” che giustifica spostamenti negli equilibri tra i diversi poteri e rende accetto, quasi senza battere ciglio, che un parlamento eletto incostituzionalmente metta mano, addirittura, alla modifica della Costituzione? Sono state create le condizioni del regno della necessità, dove, di fatto, si afferma la forza, e la debolezza soccombe senza lo scudo del diritto. L’incostituzionalità, oggi, è routine.
Latente, c’è un conflitto profondo che si manifesta per ora su singoli punti, importanti ma secondari. Il declassamento del Senato è uno di questi. Il disegno generale che unifica i punti sparsi s’è mostrato, inaspettatamente, durante il dibattito sulla riforma, quando una senatrice della maggioranza, per invitare l’opposizione a “volare alto” e a non perdersi nei dettagli, ha chiarito il punto: si tratta, secondo noi (noi, i riformatori), di un passo necessario per giungere a rovesciare il rapporto tra il Parlamento e il Governo e fare del primo l’esecutore fedele delle decisioni del secondo. Non che, da tempo, non sia in atto la tendenza a ridurre le Camere a registratori di decisioni dell’esecutivo. Ma, ora si tratta di costituzionalizzare la sudditanza: dal libero Parlamento della vecchia e stantia tradizione democratica, al libero Governo dell’epoca in cui “executive” è sinonimo di successo (anche sui treni ad alta velocità, dove non c’è una classe “legislative”). Ricordiamo un presidente del Consiglio dire, qualche tempo fa, essere venuto il momento, per gli esecutivi, di “educare” i parlamenti.
Se questo è l’obiettivo, si tratta non di riforma ma di capovolgimento della Costituzione. La legge elettorale che “la sera stessa delle elezioni” deve incoronare il capo del Governo, oggi anche capo del “suo” partito, nella carenza di garanzie e contrappesi istituzionali e di democrazia interna ai partiti, e nell’abbondanza, invece, di corse e rincorse al conformismo; l’elezione di nominati; gli sbarramenti vari, molto alti: tutto ciò concorre all’obiettivo. La maggioranza deve essere prona, l’opposizione spuntata, le Camere sotto la sferza come vecchi ronzini ai quali si detta addirittura l’andatura (il “timing”) e il percorso (la “road map”). Il presidente del Consiglio usa un linguaggio sprezzante nei confronti di chi non ci sta (“ce ne faremo una ragione”; “asfalteremo”; “piaccia o non piaccia”, “porteremo a casa”, ecc.). La qualità del linguaggio è un segno spesso più eloquente di tanti discorsi programmatici. È la soglia dalla quale ci si può affacciare per vedere senza schermi l’animo altrui. Il ministro per le riforme, a completamento dei segnali rivolti a chi deve intendere, ha ammesso che, in un secondo momen-
to si aprirà la questione del presidenzialismo, che da tempo cova sotto la cenere.
Esiste allora un problema di democrazia? Non ci si crede, perché è difficile prendere sul serio queste pulsioni, incarnate nell’attuale compagine di governo che, attraverso il suo capo, si sforza visibilmente d’apparire accattivante. Ma, le regole costituzionali sono fatte per valere nel tempo. Possiamo sapere chi verrà dopo? E che dire se queste tendenze si saldassero a interessi e disegni di pochi potenti, a danno dei molti impotenti?
I nostri riformatori che così parlano e agiscono, ne siano consapevoli o no, potranno essere un giorno ascritti alla storia dell’antiparlamentarismo, una lunga e nefasta storia iniziata negli ultimi decenni dell’Ottocento e proseguita nel tempo della Repubblica. Già subito, nel 1948, dopo le elezioni del 18 aprile, si sostenne, quattro mesi dopo la sua entrata in vigore, che la Costituzione era morta e sepolta sotto la valanga di voti che aveva consegnato il Paese alla Dc. La Costituzione “consociativa”, avente cioè nel Parlamento il suo luogo d’elezione, era superata — si disse — da una costituzione materiale il cui fulcro era il governo e il suo partito. De Gasperi, com’è noto, non aderì, anche perché non considerò mai la Dc partito “suo”, nel senso odierno. La “legge truffa” (poca cosa rispetto a certe attuali proposte in materia elettorale) fallì. Le maggioranze furono di coalizione, le coalizioni avevano il loro fulcro in Parlamento e la Costituzione resse all’urto. Da allora, però, non si è cessato d’immaginare, progettare e perfino tramare contro l’odiato consociativismo, attribuito come peccato originale a una Costituzione che, in verità, è soltanto un’onesta, per quanto sempre perfettibile, costituzione non di una oligarchia ma della democrazia pluralista. Sotto la pressione delle crisi che viviamo, quelle proposte sono ritornate d’attualità, rivestendosi — ora come allora — di efficientismo e di colore patriottico, “nazionale”. La vocazione totalizzante è una caratteristica comune a tutte le forme di antiparlamentarismo, una vocazione lampante quando il capo d’un partito vuole essere l’incarnazione del “partito degli italiani” (versione Berlusconi) o del “partito della nazione” (versione Renzi).
L’antiparlamentarismo ha le sue ragioni: la corruzione, l’affarismo, l’opportunismo, l’inefficienza, la paralisi decisionale, l’incompetenza, il “cretinismo parlamentare” (Marx-Engels, 1852), i “ludi cartacei” (Mussolini, 1926). Chi potrebbe negarle e chi non saprebbe aggiungerne altre? La storia è antica, ma l’illusione di un governo dalle mani libere e perciò stesso benefico, altrettanto. In una società segnata da tante profonde fratture, la nostra, possono bastare l’attivismo, il giovanilismo, il futurismo ottimistico sempre ostentato e regolarmente smentito, gli annunci e le promesse quasi sempre rimangiate, il nascondimento delle prove che ci dobbiamo preparare ad affrontare? Quale natura dimostrerebbe a breve il preteso governo dalle mani libere? O un qualche populismo o un qualche autoritarismo, oppure l’uno e l’altro insieme. Inevitabilmente, ciò sarebbe la dissimulazione del vero volto di un potere che lo sostiene da dietro le quinte: il volto di un’oligarchia oggi nobilitata dall’avallo europeo (“ce lo chiede l’Europa”, ma quale tra le diverse, possibili Europe?).
Ancora una volta, pare d’essere di fronte all’eterno dilemma: oligarchia dalle maniere sbrigative o democrazia dall’andatura pesante. Coloro i quali, nonostante tutto, preferiscono vivere nella seconda, devono assumersene responsabilmente il peso, sapendo che gli egoismi di parte, l’indisponibilità ai compromessi, il frazionismo infinito non fanno che portare acqua al mulino dei loro nemici; che la corruzione dilagante è un’alleata preziosa d’un senso comune che invoca le maniere spicce, e che solo nella politica della giustizia sociale e dell’uguaglianza — ciò che la Costituzione chiama “solidarietà” — si trovano gli antidoti alla chiusura oligarchica del potere.

24 commenti

  • Magistrale lucidità, profondità e competenza anche più di sempre. che leggerezza per la mente e per il cuore (di cittadino) quando lo si legge, il Professore.
    Ma la chiudiamo qui mi pare con la democrazia. Sanno perfettamente che il Professore ha ragione. Lo sanno, non gli imbesuiti della tv, ma quellì là, i pregiudicati e i loro servi vili. Ed evitano alla grande tutto ciò che ha proposto, che propone, come possibilità e riflessioni. “Al popolo bue non dobbiamo dire che gli stiamo sfilando la democrazia da sotto il naso, e quindi tacciamo tutti gli oppositori, dentro e fuori il Parlamento, con la benedizione dei giornali nazionali, delle tv nazionali, delle radio nazionali, con la benedizione insomma del Potere”. E continueranno a contare balle. Prima un pregiudicato diceva che i ristoranti erano pieni, su scala ridimensionata ora il servo vile suo dice lo stesso, che 11milioni di italiani fan festa con 80euro, e via così che è quello che in fondo gli italiani vogliono. Non sapere, non pensare, e aver qualcuno che lo fa per loro.

  • «Che cosa, se non questo, significano i discorsi circa la “costituzione materiale” o “di fatto” che si è sovrapposta a quella ufficialmente in vigore … ?».

    Significano colpo di Stato, professore.

    Un paese con una «costituzione materiale» e «di fatto» che vige in spregio della Costituzione formale e di diritto, una repubblica parlamentare in cui vige un «presidenzialismo di fatto» (ricorda? è la gioiosa e agghiacciante espressione con cui i media accolsero la rielezione di Napolitano) è un regime in cui è avvenuto un colpo di Stato, «piaccia o non piaccia», 2 + 2 = 4 (cit.).

    Non l’ho studiato in diritto costituzionale all’università, bensí in storia alla scuola media. Dunque, per il gran dispetto del signor Renzi di Firenze, non sono nemmeno sospettabile di familiarità con voi “professoroni”, ma tutt’al piú con quel bimbetto innocente e forse anche un po’ cretino d’una celebre fiaba di Andersen. O al limite con quella massima evangelica che lei ha spesso, giustamente, citato: Mt 5,37.

  • E finalmente Zagrebelsky parlò.
    Per informarci che si sta perpetrando un grave attacco alla democrazia. E lo fa come al solito in modo iperprofessionale (quanto ai contenuti) e magistrale quanto alla forma.
    Purtroppo LeG è in ferie. Mentre fregano la Costituzione, noi presunti paladini siamo al mare.
    Infatti non leggo i soliti commenti iper-intellettuali sulla “strada maestra” da seguire.
    In verità i commenti agli articoli dei “Fondatori” non sono mai tanti di numero e, me compreso, possiamo contarli, se va bene, sulla punta di sei sette mani. E anche questo è un problema: la scarsa visibilità del sito che, a confronto con quello di altri movimenti, è quasi una vetrina per i soliti noti.
    I pochi commenti riportano gli stessi concetti: noi italiani siamo il popolo bue. Questi ci stanno fregando e nessuno reagisce. Peccato che non ho ancora letto (perché siamo in ferie) che l’unica alternativa è diffondere la Costituzione, nella speranza che la consapevolezza che ne deriverebbe, turbi le coscienze (in un commento – ebbene sì anche li – alla lettera della Bonsanti a Napolitano chiedevo quale costituzione tra breve i circoli LeG dovranno diffondere. Sto aspettando la risposta).
    Morale della favola: siamo tutti Zagrebelsky!
    Ma è mai possibile che non si comprenda che una delle strade percorribili è la costituzione di un nuovo partito che, partendo dai principi di LeG, riscriva le regole politiche dalle fondamenta, parlando ai cittadini di scuola, lavoro, ricerca, salute, futuro. Che dia certezze sugli impegni presi con i propri elettori. Costruisca in poco tempo un’Italia diversa, proiettata in Europa con un ruolo più dignitoso dell’attuale. In poche parole trasformare in una rivoluzione democratica quello che quotidianamente o quasi esprimono nei loro scritti i Fondatori .
    Gentile Signora Anna (scusi ma al momento c’è solo lei in grado di definirsi almeno con un nome), io sono pronto e lei?
    Gennaro Montella del circolo LeG di Pescara

  • Rifletto sull’articolo, penso da tempo che il popolo non chiede le riforme costituzionali ma la lotta alla corruzione esse legittimerebbe il governo nel paese e all’estero.

  • Illustre Montella,

    lei insiste con la storia del partito e non è disposto a cambiare spontaneamente idea pur davanti a obiezioni sensate e suggerimenti innovativi, percorribili da subito ed efficaci.

    I partiti sono invisi alla gente e L&G è un’associazione e deve restare tale.

    Nel 2006 fu promotrice del comitato del Referendum contro la revisione costituzionale del centrodestra. E fu un successo. La strada è quella.

    Ce lo vede il prof Zag segretario o presidente di un partito? E’ impossibile! Non sarà mai un uomo di parte! Ma sempre una Persona capace di guidare un movimento aperto ad ogni persona che si riconosca nella Costituzione e per la sua Realizzazione.

    Ricordando che la Costituzione e di tutti e da tutti stimata e che i Costituenti abitavano partiti dal monarchico al comunista.

    Ma è inutile…

  • Non so quanti italiani siano consapevoli che l’ obiettivo della furia riformatrice del governo ( e della maggioranza che lo sostiene ) è “ rovesciare il rapporto tra il Parlamento e il Governo e fare del primo l’ esecutore fedele delle decisioni del secondo “.
    Non so quanti italiani avvertano il serio pericolo che questo disegno riformatore privilegi ‘ interessi di pochi potenti a danno dei molti impotenti ‘ e che, quindi, si riveli per quello che….è : un disegno apertamente di destra, necessariamente autoritario, anti-democratico e filo-oligarchico.
    Non so, in altre parole, quanti italiani si stiano rendendo conto del fatto – piuttosto insolito – che un governo guidato dal leader del maggior partito del centrosinistra stia attuando – alla lettera – il programma di riforme costituzionali e istituzionali caro al centrodestra e al suo inaffidabile leader pregiudicato.
    Se, come penso e come temo, questi italiani consapevoli sono soltanto una esigua minoranza del Paese, credo che sia assolutamente indispensabile che il referendum previsto per l’ anno prossimo sia adeguatamente preparato, se non vogliamo che si riveli un boomerang a vantaggio dei sedicenti riformatori.
    Bisognerà spiegare, con linguaggio semplice e chiaro, che un Paese nel quale ‘ la maggioranza è prona ( ai voleri del capo ), l’ opposizione spuntata e le Camere sotto la sferza come si vecchi ronzini ai quali si detta addirittura l’ andatura ( il ‘ timing ‘ ) e il percorso ( la ‘ road map ‘) ‘ non può essere considerato un paese democratico.
    Perché la democrazia – come ci ripetiamo da anni, ormai – ha bisogno di cittadini liberi, consapevoli, critici e non di sudditi obbedienti al ‘ governo stile executive ‘. Un governo che dovrebbe ricavare prestigio ed autorevolezza ( indispensabili per la tanto agognata ‘ governabilità ‘ ) non dalle ‘ maniere spicce ‘ e dal linguaggio sbrigativo del suo leader, ma dalla presenza di un valido sistema di garanzie e di contrappesi istituzionali.
    Una democrazia, quindi, che non ha bisogno, caro Gennaro Montella, di nuovi partiti ma di partiti ‘ nuovi ‘, dove al posto della sterile ed infantile indignazione torni a farsi largo la ‘ buona politica ‘, con i suoi ideali di libertà, giustizia sociale ed eguaglianza: ‘ ciò che la Costituzione chiama solidarietà ‘.
    Utopia ? Non credo. Se ci mobilitiamo perché il nostro legittimo desiderio di ‘ partecipare effettivamente ‘, cioè di contare, di incidere, si traduca in un corrispondente ridimensionamento del ruolo ‘ polipesco ‘ dei partiti (che pur ridotti a ‘ macchine organizzative dedite all’ occupazione del potere in tutte le sue espressioni e in tutte le sue articolazioni, noi di Libertà e Giustizia non demonizziamo ma ‘ sproniamo ‘ e cerchiamo di trasformare in luoghi di dibattito politico a servizio della comunità civica ) , noi riusciremo – attraverso una riforma ‘ in senso democratico ‘ dei partiti – a respingere questo ennesimo, gravissimo, attacco alla nostra Costituzione e ad evitare che le giovani generazioni identifichino la democrazia con le sue attuali ….degenerazioni : la ‘ democrazia di investitura ‘ e la ‘ democrazia plebiscitaria ‘.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Grazie per questi articoli così chiari!poco fa è stata approvata questa riforma da brivido,Sono tornata in piazza (dopo tanti anni dai tempi del al Liceo,)nel 2002 a San Giovanni e poi il 3 ottobre 2009 (FNSI no al guinzaglio bavaglio) e poi nel dicembre 2011(se non ora quando) e poi il 23 /3 a Ss Apostoli e poi il 13 ottobre 2013per la Costiyuzione (la via maestra) e sono un po stanchina,(come Forreast Gump) non essendo proprio giovincella
    ma sapevo che era la parte politica oppostaquella contro cui protestavamo(o meglio pensavo,anche se mi ero gia accorta della connivenza),
    non mi arrendo, però è molto faticoso.Quindi spero con Liberta e Giustizia e tutti quelli che hanno aderito all’appello del Fatto (circa 217000) di ritrovarci presto ancora per far sentire il nostro dissenso.Daniela

  • Leg non diventerà mai un partito, è sentinella, fa informazione nelle scuole, collabora con i veri giornalisti e fa scuola. Un altro partito con chi? e poi chi se lo filerebbe se già oggi la maggioranza degli italiani deride o scansa la verità e il giusto, la democrazia e la costituzione? se la maggioranza non sa neanche distinguere una democrazia da una autarchia anche se gli fai il disegnino? e il peggio è che non vogliono sentire ragioni e quante ne sono state dette, di ragioni, in tutte le lingue possibili in questi ultimissimi tempi? risultato? parli col vicino che supponi, per i suoi studi, sappia pensare e scopri che ti guarda come una mentecatta se solo tenti di spiegare cosa sta realmente accadendo. Figuriamoci se costoro darebbero retta ad un nuovo partito con un orizzonte di onestà, giustizia, un partito non gridato, ma improntato al dialogo democratico. No, non se lo filerebbe nessuno, tranne i soliti non allineati che, per quanti siano, non fanno numero per poter contare. Non so, continuiamo a far sentire la voce dei 217mila cittadini democratici con la giusta informazione e con iniziative nelle scuole per le nuove generazioni. La nostra mi sa che può appendere al chiodo la costituzione, visto il livello, non di cultura generale, ma di cultura democratica degli italiani che impedisce loro di comprendere la differenza tra un suddito e un cittadino. Ecco, guarda, ricominciamo da qui, a spiegare all’asilo degli italiani l’abc della democrazia.

  • Prof. Zagrebelsky, se i governi italiano durano in media un anno mentre all’estero c’è sempre uno e un solo governo per legislatura, possiamo dire che – almeno in questo – la nostra Costituzione è alquanto perfettibile?

    Come si fa a non vedere che l’instabilità è la prima causa della rovina economica dell’Italia?

    Si invocano gli “esempi”, l’educazione linguistica ecc., ma sinceramente, cosa ce ne facciamo con queste cose se non si riesce a dar da mangiare (a dare un futuro) alla popolazione?

    Io dico che la stabilità – e di conseguenza, anche un maggior benessere economico e una diversa percezione della politica da parte degli elettori – è il primo requisito per avere anche, COL TEMPO, una classe politica anche all’apparenza più umile e realmente rappresentativa.

    Non è questo il momento di chiedere raffinatezza ed eleganza. Adesso bisogna tappare i buchi, altrimenti la nave affonda.

  • Il signor Marco_N non può non sapere che il vero guaio del nostro Paese è stata la…granitica stabilità di un sistema politico che si è andata consolidando attorno al centro moderato presidiato dalla DC-versione originale in periodo di ‘ conventio ad excludendum ‘, e, nell’ attuale fase di afonìa della politica ,dalle due copie , assolutamente interscambiabili, che hanno per nome Forza italia e Partito democratico. Il signor Marco_N, quindi, non può non sapere che il nostro Paese avrebbe tanto bisogno di alternanza , tra moderati e progressisti o, se si preferisce, tra centro-destra e centro-sinistra dove, però, sia consentito alla sinistra di giuocare le sue carte e non, come puntualmente successo, di svolgere un ruolo puramente ancillare nei confronti del centro. Il signor Marco_N, in altre parole, non può non sapere che prima ancora che ipotizzare le modifiche alla Costituzione, sarebbe segno di grande e democratica saggezza attuarla questa nostra ‘ scomoda ‘ Costituzione. Scomoda, s’ intende, per gli irriducibili ‘ centristi ‘, amanti delle equidistanze e delle ‘ vocazioni maggioritarie ‘.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Egr. sig. De Stefanis,
    la Costituzione è stata attuata eccome, in tutti questi anni. Il problema è che la Costituzione stessa non prevede regole a tutela della stabilità dei governi, a differenza delle Costituzioni degli altri paesi europei. I governi possono essere fatti e disfatti in parlamento come se nulla fosse, tanto i parlamentari hanno la garanzia di conservare il loro posto.

    Si legga la Costituzione della quarta repubblica francese, quella durata fino al ’58: sul punto aveva regole molto simili alla nostra attuale. Loro hanno il coraggio di cambiarla, introducendo un equilibrio necessario (e presente in tutti testi costituzionali dei maggiori paesi: Germania, Francia, Inghilterra, Spagna).

    Una parità “delle armi” tra esecutivo e legislativo, che di fatto li porta a non farsi più la guerra ma a collaborare per l’intera legislatura.

    Collaborare significa dover accettare anche dei compromessi magari sgraditi, approvando leggi che non corrispondano solo al proprio modo di vedere.

    Proprio questi compromessi (queste leggi) sono quelle che mancano all’Italia.

  • Altra cosa:

    l’alternanza non serve a nulla, se non dai stabilità a chi viene eletto.

    In Italia non c’è mai stata un prima e una seconda repubblica.
    C’è stata sempre una repubblica (quella nata nel ’48) con governi estremamente instabili, anche quando si è introdotta l’alternanza.

    La debolezza dei governi indica debolezza nel prendere decisioni forti, che riorganizzino la società pensando al suo futuro. Proprio perché sono decisioni forti sono avversate e, purtroppo, in Italia è fin troppo facile farle affondare.

    La rinascita economica del paese può nascere solo attraverso una modifica che renda una volta per tutte il sistema stabile, come è in tutti i maggiori paesi.

  • Ci vuole davvero un bel coraggio a sostenere la tesi che la nostra Costituzione è stata attuata! Richiamo spesso – nei miei…sermoni – il secondo comma dell’ art.3, per esempio, che riassume – almeno così mi è sempre parso – l’ idea di res-publica democratica che avevano in mente i costituenti e ne traggo puntualmente la conclusione che il nostro non è un Paese democratico. Almeno nel senso in cui lo intendevano i costituenti.
    Non occorre essere degli esegeti per dare una corretta interpretazione di questo comma che parla del compito prioritario di uno Stato che voglia dirsi davvero ‘ res publica ‘ : ‘ rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’ eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese’. Non si parla di ‘ stabilità ‘ , come vede signor Marco, perché il problema è squisitamente politico e non tecnico come Lei – certamente in buona fede e, tra l’ altro, in ottima compagnia – sostiene.
    Chi ama e pratica la democrazia, maneggiando con attenzione e rispetto i suoi delicatissimi meccanismi, sa che la stabilità è quasi sempre sinonimo di ‘ normalizzazione ‘. Non è un valore prioritario, insomma, e, spesso – come nella inquietante fase storica che il Paese sta attraversando ormai da molti anni – è addirittura un dis-valore. Su cui vigilare – come fanno Rodotà, Zagrebelsky, Carlassare, Villone, Azzariti, Pace, Lucarelli e molte altre autorevoli ‘ voci fuori del coro e del…carro ‘ e – se del caso – da combattere, con tutte le armi democratiche ancora a nostra disposizione ( vedi l’ impegno degli avv. Bozzi e Besostri cui dobbiamo la bocciatura del Porcellum e – …prossimamente su questo schermo – di tutta la ‘ filiera ‘ di leggi elettorali anti costituzionali che hanno ormai ‘ corrotto ‘ il nostro diritto di voto : dalla quasi totalità delle leggi elettorali regionali al vergognoso Italicum ). Non la governabilità, quindi, ma un’ idea della politica alta e nobile, praticata e diffusa, privilegiante i diritti dei cittadini e non la stabilità degli esecutivi, che abbia come obiettivo – appunto – il garantire a tutti il maggior livello di libertà e di eguaglianza , conditio sine qua non per parlare di ‘ PERSONA UMANA ‘ : responsabile, critica, affrancata dalla sudditanza cui sono condannati i poveri, i non istruiti, i senza lavoro, i senza casa, i senza assistenza sanitaria, i senza previdenza, ecc. ecc. Solo a questa precisa tipologia di ‘ persone umane ‘ è consentito di ‘ partecipare EFFETTIVAMENTE ‘ all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese. E usando il termine ‘ lavoratori ‘, in luogo di ‘ Cittadini ‘, i costituenti sgombrano il campo da qualsiasi equivoco di tipo demagogico e/o populista. Un popolo di non-lavoratori non sarà mai un popolo sovrano. Sarà, tutt’al più, massa indistinta ed anonima : la famosa ‘ gente ‘ cui viene concesso di ‘ votare….utilmente ‘ purchè non pretenda di diventare ‘ comunità civica ‘, libera di pensare, indipendente di giudizio, in grado di operare scelte in autonomia e non eterodirette. Scelte – e concludo il mio lungo sermone – che, in nome del valore dei valori – l’ interesse generale o, se si preferisce, la funzione sociale – potrebbero rappresentare il DNA dell’unica vera ‘ alternativa ‘ al pensiero unico liberista. In che modo ? Attuando, per esempio, altri due articoli della Carta che – malgrado il suo ottimismo, signor Marco_N – sono in…paziente attesa di attuazione : l’ art.41 sui limiti dell’ iniziativa economica privata e l’ art.42 sui limiti della proprietà privata . Infine, non dimentichiamoci dell’ art.49 sulla libera associazione di cittadini ‘ per concorrere CON METODO DEMOCRATICO a determinare la politica nazionale ‘. Davanti alla sua mancata attuazione e/o meglio regolamentazione, il ‘ pensiero unico… oligarchico, impolitico o, peggio, anti-politico ‘ si è già espresso in questi anni di afonìa della politica. E i risultati sono sotto i nostri occhi. Per poter mettere i cittadini in condizione di partecipare ‘ effettivamente ‘ e non ‘ grottescamente ‘, come avviene oggi, urge una riforma di questi corpi intermedi che – purtroppo – identificandosi con l’ oligarchia al potere ( sempre la stessa, signor Marco, malgrado la ‘ volatilità’ degli esecutivi ) – non svolgono più una funzione ‘ intermedia ‘, di raccordo, di ricucitura tra cittadini e istituzioni.
    Ribadisco, quindi, il mio pensiero- influenzato, lo confesso, dalle riflessioni dei costituzionalisti sopra citati : la nostra Costituzione è meglio attuarla che stravolgerla.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Egr. Sig. De Stefanis,
    la Costituzione prevede delle regole immediatamente applicabili e delle cose che invece richiedono tempo.
    Diciamo che queste seconde cose (che sono quelle che lei elenca) costituiscono un “programma politico” che si è deciso dovesse rientrare nel testo costituzionale.
    Benissimo.
    Ma come si fa ad ATTUARE il programma?
    Servono delle decisioni.
    La costituzione, ovviamente, prevede anche come devono essere prese le decisioni.
    Purtroppo il difetto della nostra è che, per come sono fatte quest’ultime regole, essa non consente di prendere vere e proprie decisioni. La fragilità dei governi infatti rivela l’impossibilità di assumere una linea e portarla avanti fino a farla diventare realtà, permettendo di vederne gli effetti. Chi si oppone a quella linea fa tempo a mandare tutto all’aria. E chi viene dopo ha a sua volta il potere di bloccare chi aveva bloccato la cosa precedente, e così via.
    In pratica le regole attuali permettono di prendere decisioni solo (quasi) all’unanimità.
    Il che è un problema se le decisioni che dovrebbero essere prese sono forti, cioè devono cambiare profondamente la situazione del momento.
    Pensiamo a periodi storici, come il presente, in cui occorre profondamente riorganizzare la nostra economica, se vogliamo restare al passo.
    La Spagna, ad esempio, ha un sistema stabile e guardacaso sta uscendo molto più rapidamente dalla crisi.
    Ma anche gli articoli sui partiti e sui sindacati, che anche lei ha citato, non sono stati applicati perché sono temi su cui gli interessi sono fortissimi quindi è facile far saltare tutto.

    Altri paesi hanno conosciuto l’instabilità (e quindi l’incapacità) che oggi colpisce noi. Da questa instabilità non ne sono certo usciti grazie ad una classe politica immacolata rispetto alle precedenti (anzi, la voglia di antipolitica ha semmai favorito l’ascesa di politici pericolosi). Ne sono usciti solo quando si sono dotati di regole nuove e più stabili.

  • Le regole sulle “decisioni”, in tutti questi anni, sono state rispettate alla lettera.

    Governo con zero poteri e parlamento col potere di fare e disfare decisioni. Sono l’effetto dell’applicazione delle regole che abbiamo.

    Anche i paesi che avevano queste stesse regole sono finiti nella stessa instabilità che conosciamo ora noi.

    Quindi non è lecito parlare di “abuso” delle regole, ma di inidoneità di queste a raggiungere il loro obiettivo.

  • Credo sia ormai chiaro a tutti (ma probabilmente ancora non a quel 40% di elettori che ha votato PD alle elezioni europee) che Renzi sta mettendo in atto ciò che per 20 anni Berlusconi (e prima di lui Licio Gelli) ha cercato di realizzare, non riuscendovi per l’ostinata opposizione di quello che un tempo era il partito del grande Enrico Berlinguer. Cioè una vera e propria dittatura del Premier di Governo nei confronti del Parlamento, della Corte Costituzionale e del Presidente della Repubblica. La differenza, rispetto a Berlusconi, è che Renzi ci sta riuscendo proprio grazie a quella “sinistra” ed a quella stampa ad essa associata che fino a poco tempo aveva invece sempre fieramente osteggiato i disegni autoritari berlusconiani. Questo è il vero aspetto scandaloso ed al tempo stesso preoccupante! Le varie leggi Acerbo o “Truffa” impallidiscono al confronto di quello che stanno facendo i giovani rampolli Renzi e Boschi, con gli “illuminati” suggerimenti del loro conterraneo Verdini. Sull’onda dell’ottimismo ad ogni costo, ormai sono tutti saliti sul carro del vincitore. C’è solo da sperare, ormai, che il carro inciampi su una grossa pietra (vedi recessione o crisi economica) affinchè l’arrogante aspirante ducetto venga disarcionato e risbattuto nella polvere da dove era venuto…

  • La nostra Costituzione è stata perfettamente attuata: la dimostrazione sta proprio in quel che sta avvenendo in questi giorni, il ministro della salute Lorenzin dice che senza una norma Nazionale non si può partire con L’eterologa, della serie: viva il rispetto della Consulta…

  • Ormai è palese, la repubblica parlamentare è stata per lungo tempo in coma ed ora sta per morire. Al suo posto sta per nascere la repubblica dell’esecutivo in un quadro culturale incentrato su un pensiero unico e sull’indifferenza dalla massa. Libertà è giustizia non può stare a disertare dottamente chiusa nella sua torre d’avorio, deve essere trasformarsi in movimento e sviluppare azioni incisive nella vita sociale e politica del Paese, perchè lo esiggono i tempi.

  • Ormai è palese, la repubblica parlamentare è stata per lungo tempo in coma ed ora sta per morire. Al suo posto sta per nascere la repubblica dell’esecutivo in un quadro culturale incentrato su un pensiero unico e sull’indifferenza dalla massa. Libertà è giustizia non può stare a disertare dottamente chiusa nella sua torre d’avorio, deve essere trasformarsi in movimento e sviluppare azioni incisive nella vita sociale e politica del Paese, perchè lo esigono i tempi.

  • Immaginate il bar all’angolo di casa vostra dopo una partita della nazionale italiana. Tutti gli avventori ritengono di essere più bravi dell’allenatore e di conoscere le soluzioni per poter vincere la prossima volta.
    LeG a volte mi da questa impressione.
    Ci troviamo di fronte alla più grave crisi politico istituzionale della storia d’Italia, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Politici incapaci e incompetenti, che cambiano costituzioni e leggi ordinarie con l’avallo del partito presieduti da uno dei più potenti e diabolici politici di tutti i tempi: corruttore di giudici, evasore fiscale, amico di mafiosi e camorristi.
    Circa il 20% (e non il 40%) degli italiani vota per un personaggio mai eletto da nessuno, fidandosi delle sue spacconate.
    Il resto dell’Italia va per i fatti suoi, aziende piccole e grandi che chiudono quotidianamente, famiglie intere ridotte sul lastrico, le istituzioni allo sfascio, salvaguardando però prebende e pensioni dei politici e loro protetti.
    Gli altri partiti inesistenti ed inconsistenti per mancanza di uomini, idee, programmi.
    E LeG, che io ritenevo impropriamente una fucina di idee e uomini in grado di movimentare la vita politica italiana e ancora più impropriamente una possibilità offerta al paese per cambiarlo radicalmente in modo democratico che fa?
    Promuove la “Costituzione” , ritenendo che solo attraverso la sua conoscenza e diffusione l’Italia si salverà!
    (Alla “promozione” a Pescara hanno partecipato 120 studenti. Quante generazioni occorreranno per poter prendere coscienza di ciò che sta avvenendo nel paese?)
    I suoi iscritti parlano sui blog o facebook solo in terza persona, delegando alle future generazioni il compito di modificare questa situazione politica, evidentemente disillusi e resi non reattivi da questo schifo, o semplicemente per mancanza del coraggio civico che in altre occasioni avrebbe provocato una Rivoluzione pacifica e civile?
    Gente ormai senza speranza del futuro, che si lava la coscienza di aver votato il PD o SEL, partecipando alle manifestazioni indette nelle piazze italiane per sentire i soliti “fondatori” dire le stesse cose e ribadire in modo ossessivo: noi non costituiremo un partito. Salvo poi farsi eleggere con i voti di LeG (compreso il mio) come la Spinelli che alla fine fa anche finta di farsi venire le crisi di coscienza per accettare un posto al Parlamento Europeo, facendo fare una figura da perecottari a LeG, cosa che tutti aspettavano.
    Il blog dell’associazione è diventato il teatrino, con pochissimi spettatori, dei soliti noti che “professoreggiano” sulla politica italiana, ostentando cultura storica e politica, ma senza dire niente (mi viene in mente lo psicostoriografo – scienza inventata da Asimov nell’opera Trilogia della Fondazione – Seldon, che analizzando i discorsi dei politici ne deduce, ogni volta, che non avevano detto niente). Addirittura altri si ergono a segretari del professore Zagrebelsky, annunciando seri e incazzati che il prof. mai diventerà capo di un partito; denunciando così mancanza di interpretazione di ciò che avevo ipotizzato o sognato, cioè un nuovo partito.
    I circoli, compreso quello cui appartengo, sembrano Tea party (senza nessun riferimento a quelli neo-fascisti americani), dove si discute solo della “via maestra”, e poi al tempo delle elezioni si fa politica per far eleggere, come è successo in Abruzzo, il presidente pluriinquisito , dimentichi che la “via maestra” non è solo la Costituzione, ma anche la moralità che ogni giorno noi Cittadini dovremmo mettere nelle nostre scelte politiche.
    A questo punto ritengo di non poter ricevere niente che non abbia già dalla mia permanenza nell’associazione. E che le mie idee, in fondo, sono limitate dall’associazione stessa.
    Do quindi le mie dimissioni da LeG, augurandole di trovarla, prima o poi, questa “strada maestra” e che intanto che la si cerchi, l’Italia non sprofondi ancora di più nel nulla.

  • Dopo anni e anni di ‘ lavoro ai fianchi ‘ della democrazia ( grande e ancora non raggiunto ideale ) e della buona politica ( unica ‘ via ‘ per fare di una moltitudine anònima di esseri umani una ‘ comunità civica ‘ o ‘ popolo ‘ davvero sovrani ), non c’è da meravigliarsi che arrivino lettere amare come questa dell’ amico Montella. Il cui sfogo, naturalmente, è umanissimo e comprensibile, ma anche pieno di …umanissime contraddizioni.
    Sostenere, infatti, che un’ associazione delle nostre dimensioni possa, anzi, debba costituirsi in partito politico, in un contesto dove impera ormai la cultura del maggioritario, con le implicazioni ‘ anti-costituzionali ‘ che ben conosciamo, non solo non ha alcun fondamento logico ma suona davvero culturalmente e politicamente arrogante come tutto ciò che sa di aristocraticamente settario. Una vera e propria ‘ resa ‘ alla ineluttabilità della degenerazione oligarchica degli attuali partiti. Che, invece, Libertà e Giustizia deve continuare a ” spronare perché esercitino fino in fondo il loro ruolo di rappresentanti di valori, ideali e interessi legittimi “.
    Se Montella ( e l’ amico Carmine, che esprimeva lo stesso auspicio di ‘ impegno più incisivo ‘ ) credessero un po’ di più nella evoluzione democratica della cosiddetta ‘ società civile ‘, da un lato, e dello spazio ufficiale della politica ‘, dall’ altro, sono certo che si impegnerebbero di più per l’ incontro di questi due ‘ mondi ‘ egualmente in crisi. Perché la verità – amici carissimi che deridete o, comunque, guardate con tanta sufficienza l’ impegno di LeG e dei suoi soci e , contemporaneamente, la vorreste trasformare in partito – è proprio in questa irriducibile sfiducia nella possibilità che questi due mondi – il ‘ civile ‘ e il ‘ politico ‘ – tornino a comunicare ( o, se preferite, inizino a comunicare ) e ad arricchirsi reciprocamente. Nell’ unico modo che una cultura politica, autenticamente democratica, conosce : riconoscendo laicamente , cioè, i propri errori e i propri limiti anziché puntare – moralisticamente – il dito accusatorio contro gli errori e i limiti dell’ interlocutore.
    Libertà e Giustizia è nata per svolgere questa preziosa funzione di raccordo, di ricucitura, tra mondi che – finchè si divertiranno infantilmente ad individuare le ‘ pagliuzze ‘ altrui ignorando le proprie ‘ travi ‘ – ritarderanno inesorabilmente qualsiasi evoluzione democratica del nostro Paese. E a nulla – caro Gennaro e caro Carmine – varrà invocare scorciatoie non auspicabili come l’ assimilazione ‘ agli odiati partiti ‘ di una associazione che ‘ fa un altro mestiere ‘. E che lo fa piuttosto bene, evidentemente, se la ritenete in grado di prendere in mano addirittura il timone del Paese.
    C’è un estremo bisogno di spazi di ‘ discussione serena ‘ e di ‘ occasioni di approfondimento e di documentazione sui fatti fondamentali che stanno mettendo in crisi la nostra democrazia “. C’è, insomma, un estremo bisogno di ‘ questa ‘ Libertà e Giustizia ‘. Invocarne un’ altra non è segno di saggezza. E’ solo segno di ‘ zelotismo ‘ alla Grillo. E, alla luce dei risultati conseguiti da questo movimento, tanto infantile quanto poco ( o nulla ) democratico, direi che la soluzione anti-politica per la crisi della politica non è un esempio da seguire.
    Giovanni De Stefanis, Leg Napoli

  • “Negli altri paesi le Costituzioni garantiscono la stabilità dei governi. Negli altri paesi c’è sempre stato solo un governo per legislatura. Negli altri paesi i governi possono prendere delle decisioni, mentre nel nostro la Costituzione in vigore lo impedisce.”

    Ma davvero?

    Mi piacerebbe capire in che modo la costituzione di un qualsiasi paese europeo “garantisca” la stabilità di un governo. Forse con la “sfiducia costruttiva” presente in Germania? Ma la sfiducia costruttiva non ha affatto impedito che, ai tempi, un governo Kohl di centro-destra sostituisse il governo Schmidt di centro-sinistra.
    E non è mica vero che negli altri paesi c’è sempre solo un governo per legislatura: in Francia, per esempio, il governo è appena cambiato in seguito all’insuccesso del PS alle ultime elezioni europee.
    Io credo, invece, che la stabilità dipenda dal consenso che una maggioranza riesce ad ottenere nel paese, come sembra dimostrato anche dall’esempio francese.
    Credo che tutti noi ricordiamo dei governi durati per una intera legislatura, a parte un rimpasto a metà percorso: il governo Craxi del 1983, il governo Berlusconi del 2001 sono degli esempi che, per la verità, starebbero proprio a dimostrare la scarsa auspicabilità di governi stabili per il nostro paese. Poi ci sarebbero, andando indietro nel tempo, il governo De Gasperi del 1948 e il governo Moro del 1963.
    Ma a voler ben vedere, l’instabilità dei governi italiani è sempre stata molto più apparente che reale. Tra il 1948 e il 1992 sono stati ben pochi i casi in cui la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo è cambiata nel corso della legislatura: mi sembra di ricordare il 1960 (due volte) e il 1973, e nessuna altra occasione.
    Quanto alle decisioni, non mi è chiarissimo quale sia l’articolo della Costituzione che impedisce al Parlamento di prendere delle decisioni. E d’altra parte mi sembra di ricordare che gli ultimi Parlamenti abbiano preso delle decisioni piuttosto importanti per il paese, sia nel bene che nel male. Ricordo l’ingresso nell’euro, le riforme della legge elettorale, la legge 40 sulla procreazione assistita, la depenalizzazione del falso in bilancio, la legge Fornero e la legge Severino.
    Alcune (poche) di queste leggi sono state positive per il paese, altre (la maggioranza) molto negative, ma questa è la democrazia.
    Dirò di più: la Costituzione non ha nemmeno evitato di promulgare delle leggi contrarie ad essa, come la legge elettorale Calderoli o la legge 40. Quindi, come si vede, non è certo la Costituzione che ostacola il lavoro del legislatore, semmai è il legislatore che tende a non rispettare i principi costituzionali.

    Forse bisognerebbe confrontare gli slogan che quotidianamente ci vengono ammanniti dalla propaganda governativa e berlusconiana con la realtà dei fatti, di oggi e di ieri. E forse ci accorgeremmo che tanti di questi slogan non sono proprio parole di verità

  • Non basta una bella costituzione per tutelare i cittadini dalle vessazioni dei prepotenti costituiti in oligarchia. Il presidente della Repubblica e il ministro della Giustizia volsero il capo dall’altra parte quando gli furono denunciate le seguenti vicende: il Tribunale di Milano respinge la domanda di un lavoratore (10366/1998) ed accoglie identica domanda di altro lavoratore (6634/1999); la Corte di Cassazione “abroga” la legge 1108/1955 e applica una norma inesistente (15293/2001); dichiara che l’applicazione di una norma inesistente non costituisce errore di fatto, ma di diritto (6840/2004); accoglie la domanda di un lavoratore (6733/2001) e respinge identica domanda di altro lavoratore (13937/2002); dichiara “sorretta da una motivazione puntuale, completa e convincente” la sentenza della Corte d’Appello che aveva ritenuto “di condividere pienamente gli argomenti svolti dal tribunale di Milano” nella sentenza cassata “perché non sorretta da alcuna motivazione” (4499/2007).
    1993, prof. avv. Alberto Crespi: “In effetti stupisce che chi doveva vigilare non sia intervenuto. Nessuno si degnò di inarcare nemmeno uno dei sopraccigli. Certo di decisioni sbagliate sono lastricati i tribunali. Nel caso specifico, però, non si tratta di un errore, ma di giustizia letamaio. Devo escludere mancati interventi per ignoranza di legge. Nel merito anche uno studente del secondo anno di legge è in grado di rendersene conto”.
    2003, Michele Vietti, già sottosegretario alla Giustizia ed oggi v. presidente del CSM: “Chi vi parla ha fatto parte per tre anni della I Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura; quando è arrivato al Consiglio ha trovato nella sua stanza un migliaio di fascicoli pendenti a carico di magistrati siciliani, alcuni dei quali risalenti a lustri… casi eclatanti di inidoneità e di infermità mentale di magistrati non hanno portato alla destituzione… e quindi anche chi è affetto da gravi turbe mentali, e quindi è un pericolo per l’amministrazione della giustizia, rimane al suo posto”.
    Giulio Andreotti, più volte presidente del Consiglio, su Tangentopoli: “Va distinto l’arricchimento delle persone, da colpire senza pietà, dalle distorsioni di un sistema che era più o meno tollerato e conosciuto da tutto lo Stato”.
    Nel 2008, il Presidente del Consiglio Romano Prodi, contrariato per l’arresto del presidente del Consiglio della Regione Campania, Sandra Lonardo, moglie del ministro della Giustizia Clemente Mastella, dichiarava che il magistrato non deve perseguire “ogni disfunzione, ogni fenomeno di malcostume, di cattiva amministrazione o di devianza dai criteri di correttezza istituzionale.” Sulla vicenda interveniva il v.presidente del CSM, Nicola Mancino: “…il magistrato colpisce il singolo, e non può non farlo, ma se dalle indagini emergono problemi di malcostume e di un uso indiscriminato del potere, chi se ne deve far carico è la politica, sono i partiti. Personalmente però ritengo che questi siano troppo deboli per intervenire nell’immediato”.
    Il ministro delle Finanze Vincenzo Visco (Repubblica, 07.05.1997): “Il problema di evitare il rientro in servizio di servitori infedeli dello Stato è un problema reale… Al ministro non è riconosciuta facoltà di esercitare direttamente alcuna azione disciplinare, neppure quando ragioni di tutela dell’Amministrazione o dei cittadini sembrerebbero richiederlo con urgenza…”.
    L’ex ministro del Lavoro Gino Giugni (Repubblica, 09.09.1995): “Affittopoli, salvo i casi di autentico imbroglio, deve essere materia di inchiesta parlamentare, non giudiziaria. C’è stata mancanza, non inosservanza di regole… Dietro ad Affittopoli c’è un sistema deprecabile certo, ma ne è responsabile solo chi aveva il potere di cambiare le regole e non lo ha fatto”.
    Prescindendo dalla considerazione che la giustizia letamaio e l’uso indiscriminato del potere non dovrebbero essere esenti da sanzioni penali, il compito delle associazioni della società civile (e, quindi, di LEG) non può essere più quello della sterile manifestazione per la legalità o contro la mafia (come se i provvedimenti legislativi, esecutivi e giudiziari illegali fossero opera della mafia), ma quello di agire non contro la giustizia letamaio, le distorsioni del sistema, l’uso indiscriminato del potere, il sistema deprecabile, ma contro ogni singolo atto illegale dei pubblici poteri. Perché la persona di buon senso, in cuor suo, qualifica incompetente o criminale il pubblico ufficiale che vìola in modo grave e manifesto la legge e imbecille o criminale il ministro che difende l’operato di quel pubblico ufficiale; e ben comprende che i principali responsabili della estesa illegalità pubblica sono le alte cariche dello Stato, le quali, in spregio al giuramento di fedeltà, omettono di adoprarsi per abrogare le innumerevoli norme incostituzionali, secondo l’auspicio di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea costituente: “L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore”; ed anzi ne emanano di continuo, al punto da far dire al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, oggi presidente del Senato: “Oggi sembra di assistere alla presenza di una rete criminale in cui c’è uno scambio di favori talmente complicato che non rientra nei nostri modelli giuridici, in particolare nel nostro modello di reato di corruzione”.

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