C’è un parallelismo tra le vicende brasiliane, segnate dalle contestazioni dei sostenitori di Jair e Flávio Bolsonaro contro la vittoria di Lula, e il contesto politico degli Stati Uniti. Fatto di figure di spicco e influencer conservatori che diffondono fake news, alimentano sospetti, minano la fiducia degli elettori e dei cittadini.

Sono mesi che cerco di convincere amici e lettori a non seguire la campagna elettorale americana. Intendo dire i comizi nelle piazze, la propaganda sui social, le piroette di Trump, i sondaggi e i miliardi spesi. E poi la conta dei voti, il 3 novembre. Questo, insisto, serve a capire un’elezione normale. Questa non lo è. Questa è la prova generale del 2028, quando la rivoluzione americana si giocherà tutto: presidenza, Camera e Senato. E il copione è scritto da mesi: una improbabile vittoria trumpiana sarà celebrata; una probabile sconfitta sarà negata. Le elezioni sono state truccate. Dalla sinistra, dai giudici rossi, dai “comunisti” e dai loro compagni di strada che stanno arruolando milioni di immigrati irregolari per portarli alle urne a deporvi il loro voto illegale. Non servirà aspettare lo scrutinio. La storia di una colossale frode elettorale è già in circolazione e milioni di americani vengono preparati a crederci. Il copione arriva dal Brasile, dove è stato sperimentato quattro anni fa e torna oggi in scena.

2022: sconfitta e fuga (negli USA) di Jair Bolsonaro

Brasilia, 31 ottobre 2022. Da quasi ventiquattr’ore il Brasile conosce il nome del suo prossimo presidente. Lula da Silva ha sconfitto Jair Bolsonaro con il 50,9% dei voti, al termine delle elezioni più combattute dalla fine della dittatura militare. Mentre i camionisti che sostengono Bolsonaro cominciano a bloccare le autostrade, davanti alle caserme si raccolgono manifestanti che chiedono di impedire il ritorno di Lula al potere. Circolano accuse di brogli, alimentate per mesi dallo stesso Bolsonaro.

Il presidente sconfitto fugge in Florida alla fine di dicembre. L’8 gennaio 2023 migliaia di suoi sostenitori assaltano il Congresso, la Corte suprema e il palazzo presidenziale di Brasilia. Le immagini ricordano da vicino quelle dell’assalto al Campidoglio, esattamente due anni prima, il 6 gennaio 2021 a Washington. Anche lì lo slogan era Stop the Steal (Fermiamo il furto del voto).

C’è un particolare meno conosciuto di quella storia. Le teorie sulla frode elettorale brasiliana avevano già attraversato l’Atlantico prima ancora che i brasiliani votassero. Il 22 ottobre 2022, otto giorni prima del ballottaggio, NPR aveva documentato una campagna condotta negli Stati Uniti per diffondere false accuse sulle macchine elettorali brasiliane.

Tra i principali animatori di quella campagna figurava Steve Bannon, già stratega della Casa Bianca, che ospitava nel suo podcast War Room attivisti impegnati a denunciare i presunti brogli brasiliani. Bannon presentava il voto come un avvertimento ai repubblicani americani. Le elezioni di metà mandato negli USA erano fissate per l’8 novembre 2022, nove giorni dopo il ballottaggio brasiliano. I repubblicani conquistarono di misura la Camera, i democratici conservarono il Senato.

La stessa accusa di “frode elettorale” circola dunque da anni tra due paesi impegnati in consultazioni elettorali successive. Una sconfitta della destra brasiliana avrebbe fornito allora — e fornisce oggi — la conferma della teoria secondo cui una rete internazionale di sinistra è in grado di falsificare le elezioni.

Quattro anni dopo

Il 25 ottobre 2026 la famiglia Bolsonaro perde nuovamente un’elezione presidenziale. Questa volta il candidato è Flávio, figlio maggiore di Jair, che sta scontando agli arresti domiciliari una condanna a ventisette anni per il tentativo di colpo di Stato successivo alle elezioni del 2022.

Flávio aveva vinto il primo turno con oltre due milioni di voti di vantaggio. Nel ballottaggio Lula recupera e conquista un quarto mandato presidenziale con il 51,79%, contro il 48,21%. Il distacco supera i 4,4 milioni di voti. Bolsonaro rifiuta inizialmente di riconoscere il risultato e poche ore dopo lascia clandestinamente il Brasile, sottraendosi all’ordine di consegnare i passaporti emesso nell’ambito di indagini per presunti reati finanziari. E di nuovo la destinazione sono gli Stati Uniti.

Bannon annuncia la frode

Il 26 ottobre scorso Steve Bannon dedica il suo War Room alle elezioni brasiliane. Il titolo dell’episodio dice già tutto: Il piano della sinistra per rubare le elezioni, dal Brasile all’America.

Bannon presenta la rimonta di Lula al ballottaggio come prova di frode, individuando nel prolungamento del voto di due ore, concesso da un giudice, l’elemento decisivo. Non importa che il numero dei voti espressi nelle due ore aggiuntive sia molto inferiore al margine finale. Quel giudice, Cristiano Zanin, era stato un avvocato di Lula. Una “toga rossa”. L’ex stratega di Trump chiede al presidente e al segretario di Stato Marco Rubio di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con quello che definisce un governo marxista e globalista, privo di legittimità.

L’avvertimento riguarda gli Stati Uniti: la stessa frode, sostiene Bannon, si ripeterà martedì 3 novembre, alle elezioni di metà mandato per il Congresso. Il Brasile sarebbe la prova generale di ciò che i democratici stanno preparando in America. Le midterm, il prossimo appuntamento della medesima operazione. Il giorno seguente, intervistato dalla Folha de S.Paulo, Bannon insiste: Flávio Bolsonaro ha realmente vinto le elezioni e finirà per assumere la presidenza, mentre Lula finirà in carcere.

Bannon non è solo. Jack Posobiec, ex militare dell’intelligence navale, conduttore di Human Events Daily e autore di libri anticomunisti, ha oltre 3,3 milioni di follower su X. Denuncia la decisione di prolungare il voto, adottata dal giudice Zanin. Tralascia che entrambe le campagne avevano chiesto una proroga. Poi domanda ai suoi lettori perché la sinistra, capace di manipolare le elezioni brasiliane, dovrebbe rinunciare a farlo negli Stati Uniti.

Benny Johnson, volto di The Benny Show, ha oltre 6 milioni di iscritti su YouTube ed è un protagonista della comunicazione di Turning Point USA, l’organizzazione fondata dall’attivista di destra Charlie Kirk, assassinato nel 2025. Di fronte alla rimonta di Lula dichiara che i conti non tornano. Nel suo programma interviene anche James Uthmeier, procuratore generale della Florida, che paragona il Brasile a una repubblica delle banane. Le accuse di frode ricevono così l’avallo di un esponente delle istituzioni americane. Andrew Kolvet, portavoce di Turning Point USA e produttore esecutivo del Charlie Kirk Show, suggerisce a Washington di esercitare “pressioni riservate” affinché la vittoria di Lula non venga riconosciuta. Poi lancia un appello ai sostenitori di Bolsonaro a scendere in piazza.

La campagna si accende sui social network. L’influencer ventiquattrenne Nick Shirley, diventato famoso per le sue inchieste virali sulle presunte frodi nei sussidi pubblici in Minnesota, aveva accompagnato Bolsonaro durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. Colpito dall’entusiasmo delle folle, aveva annunciato l’inizio di una rivoluzione politica brasiliana. Dopo la vittoria di Lula comincia a denunciare interferenze e corruzione. Shirley ha 3,33 milioni di follower su Instagram, 2,05 milioni su YouTube e circa 1,8 milioni su X.

Anche Elon Musk, con oltre 240 milioni di follower su X, rilancia il sospetto che i conti elettorali brasiliani non tornino.

Il meccanismo è riconoscibile. Il risultato viene stabilito in anticipo. Quando il conteggio dei voti contraddice le aspettative, la spiegazione viene cercata nella frode architettata dalla sinistra. Le urne perdono ogni capacità di smentire la convinzione iniziale. Le elezioni vengono, a tutti gli effetti, delegittimate.

Il 3 novembre e dopo

Quattro anni fa Trump era un ex presidente che utilizzava le proprie reti politiche per contestare la legittimità delle elezioni. Oggi occupa la Casa Bianca e dirige un’amministrazione che ha già avviato iniziative per modificare le regole elettorali in vista delle midterm. La differenza investe anche gli apparati dello Stato.

È a questi strumenti del potere, più che alla campagna elettorale, che conviene guardare. Avevamo già presentato su Libertà e Giustizia un sistema AI che aggiorna ogni settimana sei indicatori della potenza offensiva della coalizione al potere: (A) ridisegno dei collegi e manipolazione delle regole di accesso al voto; (B) acqusizione da parte del governo del controllo sulle liste degli elettori registrati, e gestione restrittiva dei seggi e del voto postale; (C) pressione e intimidazione sugli elettori; (D) mobilitazione degli apparati coercitivi; (E) controllo sul conteggio delle schede; (F) certificazione e insediamento degli eletti.

La scala è divisa in quattro fasce: competizione aperta, quando l’alternanza resta praticabile; campo inclinato, quando il potere altera le condizioni della gara; alternanza a rischio, quando la sua sconfitta può essere compromessa; soglia del cambio di regime, quando è in discussione la possibilità stessa di sostituire pacificamente chi governa.

La figura aggiornata al 28 ottobre mostra una rapida crescita di tutti e sei gli indicatori.

L’indicatore degli apparati coercitivi (D) ha già superato la soglia, dopo l’intensificazione delle indagini federali sul presunto “voto illegale”, in settembre e in ottobre. Ora lo affianca il tentativo del governo di controllare l’amministrazione dell liste elettorali (B): oltre cento ordini federali di consegnarle sono stati rivolti a uffici locali in almeno tredici Stati, in alcuni casi i dati richiesti comprendono l’affiliazione partitica. Il controllo del campo elettorale (A) resta vicino alla soglia dopo l’ondata di gerrymandering.

Le impennate più recenti riguardano il conteggio (E) e la certificazione (F), entrambi saliti da 2 a 6 a fine ottobre, prima ancora del voto. In California il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di escludere dal conteggio le schede di oltre ventimila elettori “sospetti” fino a che non sarà accertata la loro cittadinanza. In Alaska – su ordine diretto di Trump – ha chiesto di sospendere la certificazione del risultato qualora il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan fosse sconfitto di stretta misura: questo esito sarebbe dovuto ai voti “rubatigli” da un candidato suo omonimo, inserito truffaldinamente in lista dai democratici. Anche la pressione sul voto (C) cresce con l’organizzazione di reti di “osservatori e contestatori” del voto. Quanto questo potrà generare intimidazioni e disordini ai seggi si vedrà tra qualche giorno.

Quale che sia il risultato finale, uno è già prevedibile, anzi è già avvenuto: la delegittimazione delle elezioni. Un sondaggio Washington Post–ABC–Ipsos del 20 ottobre rivela che quasi quattro americani su dieci dubitano che le elezioni si svolgeranno correttamente. Sette su dieci non hanno fiducia che Trump accetterà una sconfitta repubblicana.

Nel Brasile del 2022 i camionisti cominciarono a bloccare le strade mentre si contavano ancora i voti. Nell’America del 2026 la contestazione è partita prima che le urne si aprano. E il presidente le dà voce. Dal 3 novembre si potranno contare le schede. Resta da vedere quanti americani saranno disposti a credere al risultato. 

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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