Assisto con sgomento alle reazioni indignate di tanta parte del mondo politico e mediatico di fronte alle intemperanze dei giovanissimi; ascolto i giudizi feroci, i commenti sbalorditi, le condanne senza attenuanti pronunciati da chi gestisce le istituzioni o dirige i mezzi di informazione.
Cosa vi aspettavate, mi chiedo; davate per scontato che le generazioni più giovani, davanti all’intollerabile spettacolo dei contesti sociali che gli abbiamo apparecchiato, continuassero a tacere e subire, contentandosi di abbrutirsi con i telefonini?
Il mondo che i ragazzini si trovano davanti è pervaso da una violenza spaventosa, per loro inaffrontabile: guerre, povertà, adulti degenerati che governano i paesi più potenti del pianeta e si divertono a scatenare massacri e invasioni.
Da anni questo spettacolo infernale si ripete, quasi fosse divenuto normale, un contesto immutabile, che sottende l’impotenza di tutti noi quando non addirittura la complicità di molti.
I ragazzini si sono mobilitati per protestare contro le violenze perpetrate a Gaza eppure a nulla questo è valso; le barche che cercavano di portare cibo e solidarietà sono state trattate come veicoli di terroristi.
La solidarietà per i cittadini ucraini il cui paese viene distrutto per una vana volontà di potenza si scontra contro il fallimento di qualsiasi tentativo di mediazione.
Il cosiddetto paese guida dell’Occidente è nelle mani di un tiranno insensato e imprevedibile, le cui gesta fanno impallidire anche il più riprovevole comportamento dei manifestanti minorenni.
I contesti immediati di questi ragazzini sono connotati da povertà e precarietà, le prospettive di lavoro di tantissimi di loro sono scarse e svalorizzate.
Queste sono le vere, profonde e dolorose violenze che ci stanno davanti e sono il frutto del fallimento di noi “adulti”. Gli adulti, che oggi tanto si indignano e rifiutano di porsi delle domande, sono i portatori di giganteschi cattivi esempi: hanno costruito un mondo pieno di ingiustizie e povero di prospettive, e anziché riconoscere le loro inescusabili inadeguatezze e cercare di porvi rimedio, si scagliano con ridicola sicumera contro chi – se pure in maniera errata e in effetti autolesionista – cerca di sbattergli in faccia il rifiuto di subire ancora.
Addirittura, il governo italiano reagisce con nuove misure repressive, fingendo di voler proteggere “i lavoratori” dei negozi saccheggiati: patetica foglia di fico. Una bella occasione, in realtà, per l’ennesima legislazione repressiva, fatta di formule vaghe atte ad essere utilizzate a piacimento, a dispetto dei più elementari principi del diritto penale.
A ben vedere, la distruzione e il saccheggio dei negozi sono un messaggio in sé: siamo sicuri che l’ordine sociale che vogliamo si incarni nello shopping? Il nostro modo di essere adulti è così alienato, così ottenebrato che siamo disposti a ignorare le vere violenze che affliggono il nostro mondo, a patto di poter comprare merci e telefonini?
Davvero pensiamo che saccheggiare un negozio sia comparabile alla condotta di chi scatena guerre e stermina bambini? Dove è finita la capacità di reazione delle nostre società di fronte alle terribili storture del mondo?
Un giovane manifestante, intervistato, ha detto “così facciamo quello che vogliamo!”: una frase disperante, che implica l’assenza di spazi nei quali i giovani possano fare quello che vogliono in termini positivi, di costruzione del loro futuro e di creatività. Un’accusa terribile per noi “adulti”.
Qualcuno ha scritto che questi giovanissimi “casseurs” sono incomprensibili; a me pare che siamo molto più incomprensibili noi “adulti”, così arroganti e inconsapevoli del male che facciamo.


Gustavo Zagrebelsky