«La paura è come la droga. Non ti fa vedere quello che c’è e invece vedi quello che non c’è». Questo articolo inizia con una citazione tratta da “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, girato da Lina Wertmuller nel 1972. Millenovecentosettantadue. Venti parole che sono il titolo del passaggio cruciale di questa nostra era politica.
Spiega del perché la destra punti sulla paura alimentata minuto per minuto nella compulsiva occupazione subnucleare di ogni spazio del discorso pubblico, prima attraverso i giornali, le radio e le tv e ora i social che sono, per loro stessa natura, incontrollabili.
Arriva da lontano la destra al potere come la vediamo oggi in Italia, giovane all’anagrafe eppure ancorata all’indentità di un passato rimpianto e oramai evocato alla luce del sole; arriva dal movimentismo dei centri sociali di destra dove da decenni si pompa musica dalle sonorità underground e dalle parole miste di rabbia e di orgoglio che cantano quel non essere “conforme” e lo scaraventano contro gli altri, contro quelli inseriti nel sistema, un sistema fatto coincidere con la sinistra, perché gli “altri”, i nemici, sono i “vincitori”, quelli che hanno scritto la storia e rimodellato la società dalla fine della II Guerra Mondiale, lo spartiacque tra questa società e l’altra.
È la parabola degli underdog, gli esclusi che covano la rivincita contro la democrazia che si apre alle contaminazioni della modernità; contro i diritti vecchi e nuovi; contro la convivenza civile che riconosce le differenze. Siamo qui, nel punto in cui dopo ottant’anni è concreta e possibile l’occasione di rimodellare il mondo al contrario, vincendo a mani basse tutto il banco e anche di più, non solo i gangli del potere ma occupando l’altro campo, appropriandosi della sua cultura, cambiando la Costituzione mentre s’intonano De André e Guccini, si citano Gramsci e Pasolini, Berlinguer. Vale tutto. Forti dei ruoli conquistati e fiduciosi nella protezione di un ecosistema – come scrive Simone Pazzaglia in questo articolo per Libertà e Giustizia – che a livello mondiale, transnazionale, si muove come un corpo solo.
Noi e loro: i diritti come sottrazione
Eppure la destra di governo non è tenuta insieme da un progetto politico comune e unitario, men che meno identitario: le fratture tra i partiti sono continue – con sensibilità politiche addirittura opposte e antitetiche – ed emergono di tanto in tanto nei loro tratti insanabili come e più che nel fronte progressita del quale invece si registra, in una non spiegabile sovraesposizione narrativa, ogni scricchiolio. La coalizione reazionaria sa però chiudersi a testuggine quando serve, quando riemerge l’obiettivo primario e condiviso “senza se e senza ma”: destituire il potere costituito, svuotarlo e sostituirlo con il proprio nuovo ordine. Interrompere la presunta e cantata egemonia della “sinistra”, intendendo con questa etichetta un tutto indistinto, marcando una linea di separazione con gli “altri”, non avversari ma “nemici” che attentano alle virtù e alla “roba” di verghiana memoria. Di fronte a questo grande fine poco contano le contraddizioni; che dire dell’elogio della famiglia tradizionale quando poi le posizioni personali dei leader ricordano più Beautiful che i Vangeli citati e branditi per negare le sensibilità e le storie personali.
È un “noi” e “loro” che funziona in ogni declinazione della realtà, perché quel “loro” assume di volta in volta il profilo che minaccia il proprio equilibrio fragile: una minaccia contro la quale la destra propone una protezione non attraverso politiche sociali, come roboa enfatica quando sta all’opposizione, ma con uno “scudo dogmatico”, con una retorica popolare. Siamo nella fase in cui, ancor più di quella precedente della costruzione del consenso, quel consenso acquisito è una posta accumulata che non può essere dispersa per nessun motivo e che va accresciuta a tutti i costi. È il momento in cui si vince o si perde il Jackpot: ogni mossa è valida, ogni trucco è possibile. Il dibattito surreale sulla “cultura woke” è uno di questi artifici: è il redde rationem sugli asterischi e le schwa; sul maschile sovraesteso; sui bagni divisi o comuni; è la resa dei conti sul genere inviso a chi riconosce solo il sesso, pur terrorizzato da ogni ipotesi di educazione sessuale che metta il Belpaese al passo coi tempi. Questo aggiornamento all’oggi è proprio il rischio che irregimenta tutto un sistema di potere e di poteri che non vuole perdere privilegi fondati su una roccia friabile. L’attacco al presidente spagnolo Pedro Sanchez è un esempio della reazione che scatta automatica contro chi dimostri, attuandole, che le politiche inclusive non sono escludenti.
“Woke” non è un’espressione di una cultura definita; è semmai una caricatura ingigantita dalla destra a tutto ciò che ostacola il mantenimento dello stato delle cose e che insidia il raggiungimento della meta, il compimento della propria idea di società, che altro non è che una fotocopia a colori del modello in bianco e nero. Soprattutto nero. “Woke” è un’accusa per trasformare l’avversario in nemico. “Woke” è uno sberleffo per togliere legittimità a ciò che si vuole rappresenti. Se esistesse davvero, la “cultura woke” sarebbe l’anticorpo a questa minaccia retrograda e invece sul campo del dibattito agostano rimangono le semplificazioni della sinistra mutuate dalla destra, progressisti che spiegano, altri che si scusano, altri che si battono sul petto per dirsi a loro volta finalmente liberati, finalmente non dovremo più dire collaboratore scolastico anziché bidello, non vedente anziché cieco, care e cari, tutte e tutti, presidente o presidenta. Punte di sinistra hanno sempre fatto la sponda a nonsense così, allora perché stupirsi anche se in realtà più che di stupore si tratta di preoccupazione perché siamo in questo momento di svolta, per incassare il Jackpot. Dopo l’invenzione dei partiti fluidi e la rottamazione della politica, il soffocamento dei corpi intermedi e il disconoscimento delle competenze, l’allontamento degli intellettuali organici e la sofferenza in cui versano l’associazionismo e il volontariato, l’opposizione a questo rovesciamento del mondo non è facile da ricostruire. C’è stato in questo un concorso di rilevanti attori progressisti: politici e cantori vari che popolano le spalle delle prime pagine dei giornali nazionali e i salotti televisivi che nemmeno l’odiata Maria Antonietta saprebbe rendere più lontani dalla realtà. È in questa distopia che è montato come una maionese impazzita il feuilletton estivo sulla “ideologia woke” e l’aspetto rilevante è che sia stato alimentato in primis dagli ambienti progressisti più che da quelli di destra che tuttavia hanno infilato la tavola da surf sotto i piedi e hanno iniziato a svettare sulle onde cogliendo l’attimo per dare una carica di energia alla loro strategia, questa sì “una gioiosa macchina da guerra”: caricaturizzare la sinistra, renderla grottoesca usando le sue stesse parole, i suoi stessi gesti e togliendo loro ogni senso.
Il tormentone politico sul finire dell’estate italiana va ben oltre, e si fonda addirittura su una interpretazione distorta dell’intervista tutta americana di Alexandra Ocasio-Cortez, il principio di questo incendio. La sua frase «Woke 1 was crazy», il woke prima fase è stato una follia, è stata riportata e interpretata in Italia da la Repubblica come una sconfessione della “cultura woke”, un insieme magmatico che in particolare in Italia non esiste. Il politologo Carlo Galli per primo, destando non poco stupore in chi scrive, in un editoriale sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, e poi a seguire politici e intellettuali, giornalisti e opinionisti vari, femministe contro il genere, lo hanno dimostrato attribuendo questo e quel vizio alla “cultura woke” di sinistra che in tanti, alla fine, ci si chiede cosa sia.
Diritti sociali e diritti civili: il caso dei socialisti americani
Una piccola premessa purtroppo dovuta: discutere che i diritti sociali siano più decisivi rispetto ai diritti civili negli aspetti della vita quotidiana ci pare la scoperta dell’acqua calda e siamo contenti che qualcuno lo ribadisca e lo ricordi. Le condizioni materiali dell’esistente sono il fondamento di qualsiasi argomento sulla giustizia e sulla cittadinanza. Così come i meccanismi redistributivi della ricchezza e la radicalità del welfare state sono e rimangono, o dovrebbero rimanere, al centro di un’azione politica cosiddetta di sinistra. Tuttavia, non comprendiamo a fondo i perché dietro a questa presa di posizione contraria. Sarebbe utile, al contrario di una banale denuncia, capire dove e quando i sostenitori del woke hanno dichiarato l’esclusività di un diritto sull’altro. Tra l’altro sia AOC, sia Bernie Sanders, sia il neo sindaco di New York e altri esponenti politici dell’ala socialista che si stanno affermando negli Stati Uniti, vincono proprio perché nella loro agenda ai primi posti ci sono proprio i diritti sociali da conquistare o da consolidare. In vista delle elezioni di mezzo termine americane, alle primarie dem i candidati più radicali si stanno affermando su quelli più legati all’establishment, creando un sommovimento interno significativo. Che si giustifichi così, la storpiatura del pensiero della battagliera Ocasio-Cortez?
Lost in translation e altre dimenticanze strumentali
Leggere seriamente qualche documento dell’articolato mondo woke è fruttuoso poiché emergono con profondità elementi strutturali che legano in modo chiaro discriminazione e base materiali della vita. Ci pare del tutto ovvio che l’aspetto identitario sia il fattore determinante nel valutare la propria condizione di marginalità, il problema è che quella stessa marginalità agisce sul lavoro, sull’accesso alla casa, sulle condizioni di salute e così via. In sostanza è del tutto strumentale dichiarare che l’uno prevalga sull’altro. Strano che avveduti analisti non abbiamo fatto riferimento a una ampia letteratura filosofica e sociologica che si è posta già da tempo la necessità di coniugare questi due aspetti.
Intersezionalità e piccoli mondi antichi
Basti pensare al concetto di intersezionalità introdotto già nel 1989 da Kimberlé Crenshaw per cui le molteplici identità di cui noi siamo portatori – genere, razza, classe, etnia – interagiscono tra loro per determinare i privilegi e il posizionamento all’interno delle gerarchie socio-economiche. “Intersezionale” è un termine molto noto e profondamente sentito tra le giovani generazioni, non a caso escluse dal dibattito agostano nostrale. Di che mondo stanno parlando, e di che futuro stanno parlando, gli over 60 che monopolizzano gli spazi di opinione? Negli Stati Uniti, il ruolo della intersezionalità è evidente in modo mastodontico, ma non è da meno in Italia, il paese con l’ascensore sociale più lento e bloccato d’Europa (https://www.oecd.org/it/publications/2026/07/oecd-employment-outlook-2026-country-notes_5aa6f0be/italy_fd32ef4f.html), con una cristallizzazione delle disuguaglianze che lascia presagire quegli scenari catastrofici del quarto e quinto tipo ipotizzati da Isaac Asimov, che ancor prima che uno scrittore era uno scenziato, che dipendono esclusivamente dalla responsabilità umana.
Giustizia, redistribuzione, riconoscimento
Altrettanto importante è la dimenticanza della filosofa Nancy Fraser e le sue analisi sul concetto bidimensionale di giustizia, quella redistributiva e del riconoscimento. Questa proposta mette in evidenza il rapporto tra eguaglianza e differenza, tra battaglie sul piano socio-economico e politiche dell’identità, tra welfare e multiculturalismo. Come ricorda la Fraser, fugando qualsiasi dubbio sulla questione, ricomporre queste due dimensioni di giustizia nella realtà significa produrre concetti e pratiche che comprendano in maniera strutturale la società contemporanea al fine di diagnosticare le tensioni e contestualizzare le lotte del presente. Cioè, da una parte redistribuzione delle risorse e delle opportunità e dei diritti e dall’altra riconoscimento della dignità. Questo è il punto. Non possiamo definire e ridefinire i confini delle inedite cittadinanze e delle alternative allo sfruttamento senza prefigurare il quadro di una stretta connessione tra le due giustizie in discussione.
Vi è un ulteriore tassello, anch’esso stranamente occultato, ovvero il woke dell’estrema destra, il risveglio dell’identità razzista e suprematista sempre più al centro della politica. Il ceto medio bianco e parte della working class negli Stati Uniti assume questa prospettiva raffigurata dalle due presidenze Trump. La sua avversione alle identità e alle rivendicazioni woke, paradossalmente, si fonda sul rafforzamento della whiteness, senza dimenticare gli altri wokismi quali il negazionismo climatico o l’antiscientismo. Anche su questo argomento suona estremamente strano che nei vari commenti e articoli non si faccia riferimento a una letteratura densa e articolata che mette chiaramente in evidenza il fenomeno identitario razzista bianco e le sue declinazioni.
Cancel culture e altri eccessi (a destra soprattutto)
Un altro punto estremamente dibattuto riguarda da un lato, gli eccessi del wokismo, dall’altro il rischio che la molteplicità delle identità espresse da esso abbia come esito la frammentazione sociale delle lotte. Sicuramente eccessi vi sono stati e vi sono: dirlo non significa sconfessare tutto l’impianto ideale ma attualizzarlo ai cambiamenti che naturalmente si verificano nel tempo e nello spazio. Ogni manifestazione di un pensiero critico e un’azione rivendicativa di diritti rischia delle derive, delle divisioni, talvolta ridicole e inutili. Basterebbe leggersi la lunga storia delle battaglie per i diritti civili a partire dagli anni ’60 degli afroamericani, delle quali forse è utile ricordare anche i successi, per quanto parziali, e le trasformazioni che le hanno accompagnate. Tuttavia, al di là di talune esuberanze, non si comprende quale siano gli esempi seri, davvero seri, da riportare per giustificare questa accusa: forse il Gay Pride? Il simbolo nei bagni per il transgender? Il Black Lives Matters e le sue battaglie in nome dell’appartenenza afroamericana? Il pensiero decoloniale che intende combattere l’unicità del senso storico e culturale promosso dall’occidente? L’insegnamento affettivo-sessuale nelle scuole? L’attrice nera nell’ultimo Ulisse? Il Me Too?
Sarebbe interessante chiedere a chi critica il woke, dichiarando l’appartenenza a un’area di pensiero progressista, quali siano i potenziali esempi da riportare per dar conto del suo eccesso che non siano banalizzazioni senza nessun senso, se non quello atte a provocare e sviare l’attenzione.
Riflettendoci, forse una ragione di ciò la ritroviamo nell’altra faccia della medaglia, la temuta “cancel culture”. Alter ego del woke, la denuncia della cancel culture ripropone un modello ideologico pienamente di destra. Luciano Gallino in uno dei suoi testi più famosi, Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia, lucidamente riporta il Powell Memorandum pubblicato nel 1971, l’antesignano dell’azione di cancel culture promosso con un certo furore dalla destra e dall’estrema destra. In questo testo, riprendendo parte della sintesi di Gallino, si proponeva di intervenire pesantemente sulle università e su tutte le forme di pensiero liberal con una revisione critica dei testi da parte di esponenti in linea con il sistema e, alla faccia della sinistrorsa cancel culture, persino di intervenire sulle edicole perché esponevano ogni sorta di libri e riviste inneggianti al pensiero libertario. Purtroppo, amaramente, si deve prendere atto che le idee del memorandum hanno vinto. Ci sarebbero altri importanti fatti da enucleare per dimostrare senza alcun dubbio come le destre siano fautrici della più feroce attività di cancellazione delle culture alternative. Ad esempio, la censura in atto sulle biblioteche pubbliche e scolastiche statunitensi di libri non graditi alla cultura MAGA: per l’associazione dei bibliotecari (ALA) nel 2025 sono stati contestati 4.235 libri e tra questi il 40% toccano questioni legate all’identità LGBTQIA+ o afroamericane (https://www.ala.org/bbooks/book-ban-data).
Senza dimenticare le figure non certo esemplari fatta da alcuni nostri noti quotidiani come dimostrato dalla notizia riportata della supposta cancellazione, in nome del politicamente corretto, di corsi dedicati alle letterature greca e latina, in realtà chiusi perché non erano attrattivi e, quindi, contrario ai fini dell’università neoliberale di attirare denaro e guadagnare.
La vera guerra culturale non proviene da quei soggetti che criticano taluni aspetti della tradizione occidentale sulle basi delle proprie appartenenze, ma da quei posizionamenti politici elitari che di fatto attraverso di essa annullano ogni richiesta di cambiamento, con l’obiettivo unico di riprodurre l’attuale ordine sociale ed economico. Il tanto citato Gramsci sul suo concetto di egemonia culturale appare non compreso fino in fondo.
La frammentazione dei diritti
Infine, un breve ragionamento sul rischio di frammentazione. Vi è implicitamente nella rincorsa alle specifiche rivendicazioni identitarie il serio problema di creare confini impermeabili, di costituire ambiti entro cui diviene difficoltoso avanzare critiche e discutere se non si è parte, in qualche modo, di quella nicchia ecologica culturale. Nondimeno, bisognerebbe avere l’onestà di valutare quanto questo sia effettivamente un reale pericolo e non tanto l’esito, quasi scontato, di una estenuante e costante campagna di diffamazione verso proposte e azioni orientate all’inclusività.
Tornando da dove siamo partiti, è importante ribadire la centrale e radicale necessità di creare e ricreare le condizioni per un deciso mutamento nelle politiche di redistribuzione e di rafforzamento del welfare e questo non solo per i diretti interessati dagli specifici interventi ma per la tenuta – democratica, sociale ed economica – dell’intera comunità. Insomma, tutto il contrario di ciò che è stato fatto con la complicità anche delle sinistre europee, le quali dovrebbero “svegliarsi” finalmente dagli abbagli della cancel culture.
Concludiamo con una citazione di Primo Levi tratta dal suo splendido testo Il sistema periodico: «Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale».

