Fra i segnali della progressiva erosione democratica che l’Osservatorio Autoritarismo si propone di sorvegliare figura l’«incattivimento dei linguaggi». Il presupposto logico è che il linguaggio e le regole della nostra convivenza civile non appartengano a sfere separate, e che il primo preceda e prepari il terreno alle trasformazioni delle seconde.
Sono numerosi gli studi sul democratic backsliding, cioè quel processo graduale di indebolimento di una democrazia, che molto raramente si verifica sotto forma di una rottura improvvisa dell’ordine costituito. Nella maggior parte dei casi, infatti, l’erosione procede per gradi, come accade per la formazione di stalattiti e stalagmiti, causata dallo ‘stillicidio’ ossia dal lento e costante gocciolamento di acqua ricca di minerali disciolti, che, depositando impercettibilmente materia, crea nel tempo la struttura calcarea. Allo stesso modo, lo sgretolamento di un sistema democratico procede attraverso una successione di piccole trasformazioni che, prese singolarmente, spesso ci appaiono limitate o persino fisiologiche, ma che a ben vedere finiscono per condurci verso un sistema diverso, al quale ci abituiamo poco alla volta, fino a non percepire più con chiarezza quanto ci siamo allontanati dall’assetto di partenza.
Quando il fenomeno riguarda le democrazie costituzionali come la nostra, questo processo può svilupparsi con gli stessi strumenti dell’ordinamento giuridico. Il cambiamento, difatti, avviene per iniziativa di maggioranze formatesi in parlamenti regolarmente eletti e di governi pienamente legittimi, attraverso atti formalmente corretti o comunque adottati secondo le procedure previste dall’ordinamento. Persino gli eventuali vizi possono finire per essere relativizzati o assorbiti in nome di interessi ritenuti prevalenti o di ragioni di opportunità.
E così, mentre si attenuano progressivamente i limiti al potere e i relativi pesi e contrappesi, muta, ancora prima, il clima nel quale le istituzioni operano. Da un lato, le garanzie finiscono per essere rappresentate come ostacoli frapposti tra il governo e il popolo che lo ha legittimato («ce lo chiedono gli italiani», «gli italiani ci hanno dato il potere di governare», «l’opposizione deve farsene una ragione perché il popolo ha scelto noi», e così via); dall’altro, si sposta il confine di ciò che può essere detto e, dunque, di ciò che può essere pensato come politicamente possibile e percorribile, senza suscitare una reazione immediata di indignazione. Prima che una misura diventi politicamente praticabile occorre, in altre parole, che essa sia divenuta linguisticamente accettabile.
A rendere questo meccanismo ancora più incisivo oggi sono i social network. Il linguaggio politico, infatti, non passa più soltanto attraverso giornali, televisioni o canali di comunicazione istituzionali, ma circola in uno spazio di comunicazione incessante, immediata, potenzialmente virale e che per funzionare ha bisogno di alimentare un algoritmo, il che è possibile soltanto se la formula riesce a essere ripetuta, semplificata, rapidamente trasformata in senso comune, così raggiungendo milioni di persone in poche ore. La politica, per parte sua, ha finito in larga misura per adattarsi a questa logica. Messaggi brevi o slogan ben riconoscibili, polarizzanti, capaci di produrre consenso prima ancora che suscitare interesse per l’argomento. In questo ambiente, le parole non si limitano a descrivere la realtà politica, ma – secondo una logica inversa – la costruiscono artificialmente.
Un esempio recente è l’espressione «anti-maranza», utilizzata nel dibattito pubblico per indicare un disegno di legge in materia di sicurezza e disagio giovanile. Il testo normativo disciplina delle condotte, mentre la comunicazione stigmatizza una categoria intera, quella dei maranza, termine oggi riferito a giovani di seconda generazione o di origine nordafricana, ma che ormai individua una categoria ben più ampia, sovrapponendo età, aspetto, condizioni sociali e provenienza geografica. Il rischio è quello di capovolgere, già sul piano della rappresentazione pubblica, la logica del diritto penale del fatto, secondo la quale si risponde per ciò che si è commesso e non per ciò che si è. Nella formula anti-maranza, infatti, l’etichetta linguistica precede la condotta e costruisce un nemico, un soggetto pericoloso da fronteggiare prima ancora che ne sia accertato il comportamento nelle sedi competenti.
Ancora più evidente è il caso della «remigrazione», termine che ha fatto ingresso anche nello spazio istituzionale italiano con la proposta di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata alla Camera il 30 giugno scorso. La parola è in apparenza tecnica e quasi neutrale perché sembra descrivere un movimento demografico, il semplice inverso dell’immigrazione: non si arriva, ma si riparte. Invece, il termine è molto più subdolo e si è affermato nella destra identitaria europea per indicare politiche di allontanamento che, nelle formulazioni più radicali, comprendono non soltanto gli stranieri irregolari, ma anche cittadini di origine straniera. Ecco, quindi, che le norme finalizzate alla remigrazione non punterebbero tanto alla gestione del fenomeno dell’immigrazione clandestina, ma punterebbero ad allontanare lo straniero, per il nostro Paese chi italiano non è. Ed è proprio qui che la parola rivela la sua funzione. Non quella di distinguere tra ‘regolarità’ e ‘irregolarità’, ma quella di tracciare una frontiera tra chi appartiene al «noi» e chi, per origine, cultura o provenienza, continua a essere rappresentato come «altro», persino quando cittadino.
Vi è poi un terzo esempio, che riguarda direttamente le istituzioni di garanzia. Non meno di qualche mese fa la magistratura è stata definita «plotone di esecuzione» da «togliere di mezzo» (parole pronunciate da chi ricopriva un importante incarico ministeriale e che, proprio per questo, acquistano un peso particolare). In questa rappresentazione, il giudice cessa di apparire come il soggetto chiamato a garantire il rispetto delle regole e viene progressivamente raffigurato come un antagonista dell’azione politica. Qui il punto costituzionale è elementare: una società senza giudici è una società dove a prevalere è il più forte e nella quale il conflitto si risolve con le barbarie.
Naturalmente, gli esempi potrebbero moltiplicarsi: dalle «culture incompatibili» con la nostra alla cittadinanza subordinata all’«assimilazione» alla civiltà greca, romana e cristiana; dalla legge Mancino liquidata come «legge bavaglio» al recupero di formule come il «patriarcato mediterraneo», all’educazione militare nelle scuole, fino ad arrivare ad una singolare operazione linguistica con la quale si nega che l’aborto sia un «diritto» qualificandolo come mera «facoltà» (come se, nel linguaggio giuridico, le due categorie fossero incompatibili o alternative).
Tutti questi esempi credo che ci consentano oggi, senza alcuna pretesa di esaustività, di isolare alcuni indici ricorrenti che riguardano direttamente il mutamento del linguaggio nel nostro Paese.
Il primo è la costruzione di un nemico – che può essere sociale, etnico o persino istituzionale – rispetto al quale definire, in una logica dicotomica, un «noi» e un «loro». Il secondo è lo spostamento dalle condotte alle persone e dalle responsabilità individuali alle identità o alle appartenenze. Il terzo è l’attenuazione linguistica con l’utilizzo di parole apparentemente neutre, tecniche o rassicuranti che rendono potabile ciò che, detto altrimenti, provocherebbe reazioni avverse.
Di fronte a questo scenario, cosa fare?
A questa grammatica sgrammaticata siamo chiamati a rispondere con il linguaggio della Costituzione. Un linguaggio semplice, accessibile a tutti e, proprio per questo, di straordinaria forza. La Costituzione non introduce nemici e non conosce maranza, ma persone che rispondono individualmente delle proprie condotte; non separa ‘noi’ da ‘loro’, ma riconosce pari dignità alla persona umana e vieta che origine, razza, lingua, religione, condizioni personali e sociali diventino ragioni di discriminazione; non ghettizza, ma include lo straniero nella comunità disciplinandone la condizione giuridica, riconoscendogli il diritto d’asilo e vietandone l’estradizione per reati politici; non trasforma i giudici in antagonisti del potere politico, ma afferma che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e che il giudice è soggetto soltanto alla legge. È una lingua che compie, parola dopo parola, l’operazione opposta. Dove altri costruiscono appartenenze, la Costituzione riconosce persone; dove si indicano nemici, la Costituzione riconosce le minoranze e dà loro diritti; dove il potere vorrebbe liberarsi dei limiti, la Costituzione ricorda che sono proprio i limiti al potere a rendere quest’ultimo democratico. Soprattutto, la Costituzione non misura libertà e diritti sulla visione della maggioranza di turno, ma li riconosce a ciascuno, anche – e forse soprattutto – quando ciascuno resta solo di fronte alla maggioranza.
Per questo difendere la Costituzione significa anche continuare a usare il suo linguaggio. Perché quando una democrazia perde le proprie parole, presto rischia di perdere anche le proprie regole e, con esse, i propri diritti.

