Quelle di Ocasio-Cortez&co. erano e restano politiche concrete

27 Agosto 2026

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Articolo pubblicato su Domani
Nadia Urbinati, 24 Ago 2026

Titolo originale Quelle di Ocasio-Cortez&co. erano e restano politiche concrete

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Alexandra Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani. Foto estratta dal profilo ufficiale di AOC

Il pragmatismo di AOC e altri sta contribuendo ad allargare la tenda del Partito democratico Usa. Ma sbagliano quanti pensa che dipenda da un’abiura del “woke”: perché non tengono conto che alcuni anni di woke hanno lasciato tracce molto “pragmatiche”.

o una sola missione: conquistare il Senato. Siamo sulla buona strada per riuscirci. Sentite, il punto è che vinceremo in Michigan», ha affermato Chuck Schumer. «El-Sayed ha portato nuova energia e nuovi talenti nel Partito Democratico, ma anche nello stesso Michigan». Ai giornalisti che gli chiedevano un’opinione sugli esponenti progressisti che stanno guadagnando terreno, Schumer ha ribattuto che il Partito democratico è “inclusivo” come una grande tenda.

«Non tutti hanno esattamente la stessa opinione su ogni singola questione. Ma se si considerano le questioni generali, i costi che la gente deve sostenere, il caos nell’amministrazione Trump, lo si vede ogni giorno, e soprattutto la corruzione». D’altro canto, il vincitore delle primarie in Michigan, Abdul El-Sayed, ha detto al giornalista del New York Times che l’establishment e i progressisti devono concentrare gli sforzi sull’attacco al presidente Donald Trump.

E di pragmatismo, come carattere del gruppo socialista democratico, ha parlato esplicitamente Alexandria Ocasio-Cortez, una politica di razza che sa molto bene che cosa comporta stare in un partito plurale.

Allargare la tenda

I democratici americani erano un partito-tenda anche prima che Schumer lo dicesse. Ma lo erano alla base, mentre le dirigenze negli Stati e nelle istituzioni erano moderate o, come si dice oggi, di stampo establishment. E invece, con le primarie, la tenda si è allagata fino a includere anche i gruppi dirigenti. E questo è avvenuto in seguito a una circostanza straordinaria e imprevedibile: i candidati dell’establishment, sostenuti dalle forze sociali più potenti e quindi da finanziamenti enormi, hanno perso contro candidati “poveramente” finanziati eppure sostenuti dalla potenza dell’associazione.

Un fatto importante che forse porterà a cambiamenti ben più radicali: i soldi sifonati nelle campagne elettorali, soldi di lobby e di facoltosi americani, non sono più in grado di far vincere. Candidati con un portafoglio di qualche migliaio di dollari ricevono una valanga di voti. Un dollaro non vale più un voto. Questo significa che la politica torna a contare. E la politica è fatta di idee, interessi e partecipazione. Se i voti si dissociano dai soldi, la partita democratica, non solo nel partito omonimo, è riaperta. Questo è probabilmente uno dei messaggi più importanti che ci arrivano dalle primarie dem di quest’estate.

Bisogni e pragmatismo

Ci dice una ricerca della Brookings Institution che non sono tanti i candidati progressisti: sono rari, o non ci sono, nelle aree periferiche, non metropolitane o non urbanizzate. Però le orme vanno seguite e lette: il partito tenda è una realtà a tutti i livelli, e la vittoria del voto sul dollaro è un segno da non trascurare. Cosa ha fatto questo “miracolo”? Lo hanno fatto il bisogno economico e la consapevolezza che solo la politica può dare risposte a quel bisogno.  La politica che indica come vengono generati questi bisogni e come si possono soddisfare: “politics” e “policies”.

Ecco il senso del “pragmatismo” di cui parla AOC e che può cambiare le cose. Sbagliano coloro che in Italia scrivono che questa svolta sia dovuta al ripudio del woke. Lo hanno spiegato bene Christian Raimo e Mario Del Pero su questo giornale. Sbagliano perché non tengono conto che alcuni anni di woke hanno lasciato tracce “pragmatiche”.

Ne menziono una: la lettura della condizione degli afroamericani come culturalmente subalterna, che, dall’uccisione di George Floyd nel maggio 2020 per mano della polizia, ha mobilitato e dato vita a movimenti. In quei movimenti, negli scritti e nelle parole dei leader (quasi tutti con studi universitari alle spalle), nelle riunioni di quartiere e nelle parrocchie, non si lamentava solo la subalternità, non si attaccavano solo i monumenti, simboli della conquista bianca della società e dello stato. In quei movimenti si portavano avanti anche discorsi “pragmatici”: che cosa fare, come risolvere la questione del caro casa, del caro scuola, del caro salute.

Dunque, non solo lamento e denuncia, ma richieste concrete per un obiettivo concreto: la cittadinanza democratica è un bene di tutti e siccome i “tutti”, direbbe Bobbio, non sono possidenti e ricchi, devono usare il governo per aiutare se stessi. Ecco la crescita del discorso sociale in un paese che, scriveva Werner Sombart all’inizio del Novecento, non è strutturato per accogliere il socialismo. Nemmeno oggi lo è.

Ed è un errore madornale pensare che gli americani vogliano il socialismo. Essi hanno capito dalle loro biografie personali e di gruppo che una democrazia può e ha il dovere di porsi obiettivi di giustizia sociale. Non ha alcun senso parlare di dualismo tra diritti civili e diritti sociali, non per chi sa che in questi diritti sta la condizione della propria dignità come persona singola e socialmente situata.

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York.
Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica.
Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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