L’America vista da Roma
C’è qualcosa di curioso nel modo in cui una parte della stampa italiana sta raccontando le primarie americane. Gli Stati Uniti votano per scegliere i candidati a un Congresso che potrebbe diventare il principale ostacolo alla seconda presidenza Trump; da noi, però, la domanda dominante è “i democratici vinceranno tornando moderati o spostandosi a sinistra?” Così l’America, con ammirevole rapidità, viene ricondotta a casa: radicali contro riformisti, massimalisti contro “forze di governo”, woke contro post-woke.
Federico Rampini sul Corriere ha letto la vittoria della sindacalista socialista Angie Nixon come una nuova tappa della «marcia dell’estrema sinistra» verso l’egemonia sul Partito democratico; e ha ripreso la battuta di Alexandria Ocasio-Cortez — «Woke 1 was crazy» — chiedendosi se la sinistra stia correggendo gli errori del 2020 o soltanto occultandoli. Su Repubblica Paolo Gentiloni ha formulato il dilemma in modo più raffinato: contro Trump conviene una linea alternativa “di governo” capace di conquistare gli incerti o una mobilitazione più radicale della base? Poi, con encomiabile franchezza, dichiara la destinazione del viaggio: «in fondo questo loro dilemma vale anche per noi».
Ed è precisamente qui il problema. La distinzione fra moderati e radicali esiste negli Stati Uniti ed è feroce. Ma usarla come lente principale rischia di trasformare le midterm in una costosa allegoria delle prossime elezioni italiane. Il dibattito woke/no-woke, prontamente importato anche sulle nostre pagine politiche, diventa una scorciatoia domestica per interpretare un sistema nel quale partiti, territori e parlamento — per non parlare delle primarie — funzionano in modo assai diverso che da noi.
L’America finisce così per dirci quello che avevamo già voglia di sentirci dire sull’Italia. E, occupati a scrutare il futuro del centrosinistra italiano nel Michigan, rischiamo di non vedere ciò che sta accadendo in America.
Qualche eccezione
Qualche eccezione c’è, e merita di essere segnalata. Sul manifesto Marina Catucci ha colto con precisione un tratto delle vittorie progressiste: da Mamdani a Nixon fino ad Aisha Wahab viene premiata una sinistra «radicata nel territorio», capace di compensare l’inferiorità finanziaria con reti locali, volontari, sindacati e un messaggio economico riconoscibile. Guido Moltedo ha fatto un altro passo: le primarie del 2026 mostrano che il centrismo non è più “la” risposta obbligata a Trump e che la nuova chimica democratica ammette formule diverse.
Mario Del Pero è arrivato ancora più vicino all’altra metà del problema. Nel suo bilancio delle primarie ha scritto che il controllo esercitato da Trump sulle candidature repubblicane contribuisce a «nazionalizzare ancora di più il voto di novembre», trasformandolo in un referendum sul presidente. Nello stesso articolo nota che i democratici sono ideologicamente, demograficamente e anagraficamente meno omogenei dei repubblicani e dunque più difficili da tenere insieme.
Sono osservazioni importanti, anche se guardano a pezzi separati dello stesso meccanismo. Il radicamento territoriale viene letto soprattutto come forza della nuova sinistra; la nazionalizzazione come conseguenza del dominio di Trump sul GOP; l’eterogeneità democratica come problema strutturale del partito. Mettendoli insieme appare una figura diversa.
Trump sta cercando di trasformare le midterm in una sola elezione nazionale. Molti democratici stanno cercando di trasformarle in cinquanta elezioni diverse. E nelle due strategie si intravedono non soltanto due campagne elettorali, ma due modelli di partito e, dopo novembre, due modi molto diversi di stare in Congresso.
Nazionalizzare o territorializzare?
Trump nazionalizza anzitutto il proprio partito. L’endorsement presidenziale non serve soltanto a segnalare una preferenza: tende a trasformare una primaria locale in una verifica dell’autorità del capo. Il candidato repubblicano ideale non deve soltanto essere conservatore o votare l’agenda Maga. Deve appartenere alla catena politica che dal presidente scende verso il partito e i territori.
La Carolina del Sud offre in queste ore un esperimento quasi perfetto. Dopo la morte del senatore Lindsey Graham, sua sorella Darline, priva di esperienza elettiva, è stata spinta da Trump a candidarsi al seggio di famiglia. L’ha sostenuta contro Ralph Norman, deputato conservatore e membro dell’House Freedom Caucus, il gruppo che raccoglie l’ala più intransigente e fiscalmente conservatrice dei repubblicani alla Camera.
Norman non è un anti-trumpiano. Sostiene gran parte dell’agenda del presidente. Contesta però che il sostegno della Casa Bianca debba chiudere la scelta dei repubblicani della Carolina del Sud. Trump ha risposto andando a Myrtle Beach e chiedendo agli elettori di votare Graham «come se io stesso fossi sulla scheda». La teoria della nazionalizzazione, per una volta, non ha bisogno di un politologo: l’ha formulata il presidente.
Per farla breve, Graham ha vinto, anche se il risultato — 52,5 contro 47,5 — non è una valanga, nonostante MAGA Inc. abbia speso 827.711 dollari a suo sostegno nell’ultima giornata di campagna.
Trump nazionalizza anche l’avversario. Abdul El-Sayed ha vinto in Michigan con una campagna centrata su temi sociali ed economici e insoddisfazione verso l’establishment democratico. Dopo la vittoria, la destra ha lavorato per sottrarlo al Michigan e trasformarlo in un simbolo nazionale. Prima il “socialista”; poi, sempre più, il “musulmano”, fino all’“islamista radicale”. Trump ha parlato dell’elezione di “jihadisti” tra i Democratici. L’obiettivo è trasparente: sottrarre El-Sayed alla sua coalizione del Michigan e trasformarlo in un pezzo dello scontro nazionale fra il presidente e i suoi nemici.
Molti democratici fanno l’opposto. Mary Peltola in Alaska promette di opporsi anche ai democratici se Washington non comprenderà le necessità del suo Stato: trivellazioni petrolifere, diritto alle armi e difesa del confine vengono rivendicati come questioni specificamente alaskane. Angie Nixon territorializza da sinistra: sanità, salari, organizzazione sindacale, costo della vita, reti locali. In Texas James Talarico combina agenda economica, religione e identità texana. Seminarista presbiteriano con la stoffa del predicatore, ama citare l’episodio di Gesù che caccia i mercanti dal Tempio: per lui è l’immagine di una politica che sfida insieme potere economico, politico e religioso. Il punto è decisivo: territorializzare non significa moderarsi.
Un candidato può territorializzare spostandosi verso il centro oppure verso sinistra, oppure in una direzione che a noi sembra più ambigua, come il populismo progressista-religioso di Talarico, che non a caso ha avuto l’endorsement di Obama. Significa costruire la candidatura partendo dal territorio e scegliere quali pezzi del conflitto nazionale importare, quali tradurre e quali respingere. Per questo la domanda “moderati o radicali?” descrive soltanto una dimensione del fenomeno, e neanche la più strutturale. Nixon e Peltola possono essere ideologicamente lontane e seguire la stessa logica elettorale.
Anche la reazione dell’establishment democratico va letta così: alcuni esponenti rifiutano una guerra frontale ai Democratic Socialists of America e riconoscono a quella sinistra un posto nel futuro del partito. Le differenze restano, ma una parte del gruppo dirigente sembra disposta a convivere con una coalizione più larga invece di cercare di imporre preventivamente un’unica identità nazionale.
Due modelli di partito e di Congresso
Qui la differenza elettorale diventa istituzionale. Trump nazionalizza per presidenzializzare. Candidati che devono a lui la nomination e si fanno eleggere sulla sua agenda tenderanno a formare un Congresso repubblicano più omogeneo e disciplinato. Negli Stati Uniti il presidente non ha bisogno della fiducia parlamentare; ma per bilancio, nomine, legislazione, inchieste e controllo dell’esecutivo la distanza fra un Congresso autonomo e uno deferente resta enorme.
La selezione dei candidati diventa così un pezzo della presidenzializzazione del partito e, attraverso il partito, del disciplinamento del Congresso. Trump non vuole semplicemente che vincano più repubblicani. Vuole repubblicani sui quali possa contare. Un partito personale di massa è lo strumento con cui cerca di trasformare un ramo separato del governo in un Congresso politicamente deferente verso la presidenza.
Non a caso è stato annunciato che una parte degli oltre 400 milioni di dollari accumulati da MAGA Inc., che molti candidati repubblicani aspettavano di vedere impiegati nelle loro gare, servirà anche per spot nazionali dedicati ai successi del presidente, costruendo così il “guscio” entro cui condurre il referendum personale delle midterm.
La territorializzazione democratica produce un effetto sistemico opposto. Per conquistare seggi in Alaska, Michigan, Florida, Iowa o Texas il partito deve consentire ai candidati di costruire coalizioni diverse, prendere le distanze dal marchio nazionale su temi differenti e perfino contraddirsi tra loro. Ciò che aumenta la flessibilità elettorale accresce l’eterogeneità della rappresentanza che arriva a Washington.
Questo può essere un vantaggio. Un Partito democratico più plurale rappresenta meglio un paese vasto, federale e socialmente differenziato. Ma un Congresso con maggioranze strette gli presenterà il conto. Un gruppo parlamentare democratico che comprendesse insieme candidati fortemente locali ed esponenti dell’establishment nazionale, centristi suburbani e progressisti metropolitani avrebbe posizioni diverse su energia, armi, Israele, immigrazione, sanità e regolazione economica. Ogni senatore marginale potrebbe diventare decisivo; alla Camera poche defezioni potrebbero bloccare una legge. L’esperienza ha già mostrato quanto potere acquisti un singolo pivot in una maggioranza minima. Una coalizione ancora più territorializzata potrebbe moltiplicare quei punti di veto.
Ed ecco il paradosso che il nostro derby fra moderati ed estremisti lascia quasi completamente fuori campo. Leggono la cronaca e trascurano il modello.
Il modello trumpiano sacrifica flessibilità elettorale per guadagnare disciplina politica: candidati troppo identificati con il presidente possono pagare la sua attuale impopolarità, ma se vincono formano un gruppo più facile da guidare dalla Casa Bianca.
Il modello democratico sacrifica disciplina politica per guadagnare flessibilità elettorale: candidati diversi possono adattarsi a territori diversi, ma se vincono formano una maggioranza più difficile da tenere insieme.
Da una parte, dunque, nazionalizzazione, presidenzializzazione e disciplina verticale. Dall’altra territorializzazione, pluralizzazione e negoziazione orizzontale.
Continuare a domandarsi soltanto se i democratici debbano diventare più moderati o più radicali significa allora guardare un termometro italiano mentre cambia il clima in America. Lì la competizione riguarda soprattutto chi riesce a stabilire la scala dell’elezione e, attraverso quella scala, il tipo di rappresentanza che arriverà a Washington: il modello di partito e la sua capacità di mediare il rapporto tra legislativo e presidenza.
Trump vuole vincere cinquanta elezioni come se fossero una sola, perché vuole poi un gruppo parlamentare che si comporti come un partito personale agli ordini del presidente. I democratici cercano di conquistare una maggioranza attraverso cinquanta elezioni diverse perché al momento solo così possono farcela; ma proprio per questo potrebbero ritrovarsi con cinquanta modi diversi di essere democratici.
La strategia che può aiutare i Dem a vincere può complicarne il compito in Congresso. Quella che consente a Trump di comandare può complicare la vittoria, costringendo anche candidati localmente competitivi a caricarsi addosso il presidente e la sua attuale impopolarità.
È una tensione meno familiare del nostro derby estremisti/riformisti e delle facezie su woke/no-woke. Ma ha il piccolo vantaggio di riguardare le elezioni americane.


Daniela Padoan