Renzo Guolo ha inaugurato il nostro dialogo con l’obiettivo di decifrare l’“Era della Brutalità” avviata da Donald Trump con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, leader supremo dell’Iran.

Il brutalismo va oltre il regicidio. L’assassinio del capo iraniano, non con azioni di intelligence ma con l’aviazione militare, è indicativo di un tipo di arbitrio che ci mette di fronte a una dimensione inedita e che unisce l’ordine domestico e quello internazionale.

La decisione di Trump di agire con assoluta discrezionalità, prima in Venezuela e poi, con violenza estrema, in Iran, ci catapulta in un ordine interno agli Stati Uniti che Chiara Cordelli ha associato a un nuovo patrimonialismo, forgiato all’interno del tecnocapitalismo monopolistico: cioè, all’uso privatistico dello Stato per accumulare ricchezza per sé e per il proprio clan.

In questi giorni abbiamo appreso che la maggioranza dei membri del gabinetto di Trump gli ha versato denaro a piene mani per essere dove è, mentre il suo patrimonio è raddoppiato da quando è stato rieletto: da 3 miliardi a 6,5 miliardi di dollari, secondo Forbes. La Casa Bianca è in parte un casinò e in parte una società per azioni, luoghi in cui l’azione in deroga è ordinaria amministrazione. Anche per questa ragione, per comprendere il brutalismo del tempo di Trump, né Carl Schmitt né i maestri dei neoconservatori, Allan Bloom e Leo Strauss, ci aiutano.

Proviamo, dunque, a estrapolare da Per la pace perpetua (1795) due citazioni che potrebbero in parte guidarci. «Uno Stato […] non è un avere (patrimonium)» e «Nessun Stato in guerra con un altro deve permettersi ostilità tali da rendere impossibile la fiducia reciproca nella pace futura», come, ad esempio, l’«impiego di sicari» o l’«avvelenamento» del capo dello Stato.

L’assassinio dei capi politici sembrava appartenere a un passato lontano anche rispetto a Kant, più prossimo al tempo di Machiavelli, che nel Principe raccontò di avvelenamenti e di accoltellamenti di capi nemici. L’uso dello Stato come se fosse un patrimonio privato può spingere a compiere atti illeciti che rientrano nella sfera del giudizio morale e del codice penale, ma sono esterni a ogni discorso etico-politico, all’assoggettamento, cioè, della forza al diritto.

L’accumulazione di ricchezza privata segue logiche di potenza estranee ai principi del diritto pubblico e dell’agire politico. Trump ci mostra come il progresso morale e giuridico (quel che si chiama illuminismo) possa facilmente diventare un tema “pedante”, direbbe Kant, e come siamo sempre pericolosamente vicini allo stato di natura, quello in cui il giudizio sui mezzi di accrescimento della potenza è a discrezione assoluta dell’attore, senza considerazione di alcun criterio trascendente l’utile personale.

Trump non ha mai nascosto di voler operare fuori dalla legge. Conscio della forza militare di cui il suo paese dispone, minaccia di usarla e la usa non per altro fine se non per aumentare la propria potenza, a danno dei suoi stessi cittadini. Un aggravante che rende gli omicidi del Duca Valentino azioni da dilettante. I bombardieri che distruggono scuole non consentono, in effetti, di parlare di “omicidio”; si tratta di stragi.

È ragionevole che, per spiegare l’origine di questo brutalismo, si risalga alla pratica dell’arbitrio nella politica estera statunitense a seguito dell’11 settembre 2001.

Quell’attentato terroristico ha indotto il presidente George W. Bush non solo a bombardare l’Iraq, ma anche ad aprire un campo di concentramento fuori dalla legge e dalla giurisdizione americana (Guantánamo Bay, Cuba), che i presidenti democratici non hanno voluto chiudere. Partire da quegli eventi ha senso, perché, invece di impiegare la Cia, quindi la segretezza, come tante volte nel Secondo dopoguerra, Bush decise di ricorrere all’azione militare (come poi fece Obama in Libia, bombardando la residenza di Gheddafi). Il fatto è che Bush sentì di dover mentire per giustificare, davanti all’Onu (la comunità umana), la sua decisione di attaccare Saddam Hussein; e Obama agì in coordinamento con gli alleati europei.

Il caso dell’attacco militare a Teheran è assolutamente diverso: non è stato giustificato davanti a nessun “tribunale” morale (né davanti al Congresso) e non è stato concertato con gli alleati (dai quali oggi Trump pretende soccorso). Si tratta di una rottura radicale con le norme moderne tradizionali; ci mette di fronte a un’evidente decostituzionalizzazione della politica.

La decisione di Trump trova giustificazione solo nella sua volontà e, pertanto, sta fuori dal discorso etico-politico. Come fermare il brutalismo? Opponendo la ragione della civiltà che sta nell’agire politico, scrive Mariano Croce, che propone ai leader degli Stati democratici di seguire l’esempio di Pedro Sánchez. Se fossero degni del loro ruolo, lo farebbero.

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York.
Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica.
Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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