Le parole che Meloni non dice

27 Aprile 2023

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Questo contenuto fa parte di uno speciale Riforme

Daniela Padoan – La Stampa, 26 Aprile 2023

Nella dichiarazione consegnata al “Corriere della Sera” nella ricorrenza del 25 aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur asserendo di prendere le distanze dal fascismo, non cita la Repubblica di Salò e liquida il ventennio senza un cenno alla violenza del regime e ai crimini coloniali.

“Il 25 Aprile 1945 segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia: la fine della Seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni anti ebraiche, dei bombardamenti e di molti altri lutti e privazioni che hanno afflitto per lungo tempo la nostra comunità nazionale”. In questa sintesi – quasi una radiografia del rimosso – si mostra tutta la difficoltà della destra italiana a parlare del proprio passato.

Non una parola sul fascismo delle origini, precedente la costruzione ideologica dell’antisemitismo, quando lo spirito di fazione, la discriminazione, l’odio politico, la soppressione della libertà individuali furono un baratro in cui venne precipitata la vita degli italiani. Non una parola sull’avventura coloniale in Africa alla conquista di un improbabile impero – nella mitologia di una superiorità nazionalistica e nella pretesa purezza della “stirpe italica” – in una “missione storica” che fu semina di crimini e costruzione ideologica di razzismo che poté poi applicarsi alla discriminazione e persecuzione degli ebrei, dei rom e dei sinti italiani.

Non una parola sul fatto che il fascismo è nato nel nostro paese e ha costituito un modello per i regimi totalitari, che si sono poi affermati in Germania, in Spagna, in Portogallo e via via in altri paesi europei. Non una parola sul fatto che la Seconda guerra mondiale non fu un accadimento ineluttabile, ma che Mussolini vi gettò l’Italia a fianco dell’alleato tedesco, rendendosi pienamente compartecipe del massacro che sfigurò l’Europa e il mondo. Non una parola sulla Repubblica di Salò, lo stato collaborazionista del nazismo fondato da Mussolini dopo l’8 settembre 1943 nella parte d’Italia ancora occupata dai tedeschi, di cui Giorgio Almirante – ricordato dalla premier nel suo libro autobiografico a proposito dell’emozione e della responsabilità di prendere “il testimone di una storia lunga settant’anni” – fu capo di gabinetto del ministero della Cultura popolare.

Il passato può diventare una trappola, se precostituisce con criteri trascorsi gli schemi della comprensione del presente, ma senza memoria fatta di consapevolezza storica si cade nella coazione a ripetere. Per questo non basta dichiarare “incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo”, ma serve ferma condanna, altrimenti si concorre al deposito di luoghi comuni e di parole usurate di cui è lastricato il racconto del nazifascismo e della Shoah, talmente svuotate, dilavate da un uso improprio e affrettato, da essere diventate scorciatoie del pensiero.

L’attuale presidente del Senato e seconda carica dello Stato, durante un dibattito alla Camera dei Deputati sulla Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione affermò che in quell’Aula si sarebbe dovuto condurre, prima o poi, “un dibattito storico sulle ombre, ma anche sulle luci del fascismo”. Sono passati sette anni e quell’auspicio sembra ora realizzabile. Ma non ci furono luci, e le ombre – per meglio dire le tenebre – vanno esplorate a fondo per trovare la strada dei padri e delle madri costituenti che da esse ci vollero difendere e preservare, ben sapendo, come non smise di insegnarci Primo Levi, che nazionalismo e razzismo al fondo della loro espressione estrema hanno il Lager.

Equiparare le vittime, mostrare una generica avversione per i totalitarismi, mischiare l’invasione russa e la resistenza ucraina con l’enormità della Seconda guerra mondiale scatenata dal nazifascismo, da cui nacquero l’Unione Europea e la nostra democrazia; giocare su una presunta differenza tra la parola “partigiano” e “patriota”, ignorando che gli uomini e le donne che diedero vita alla Resistenza difesero certamente la patria – GAP era acronimo di Gruppi di Azione Patriottica – ma una patria occupata, non una patria nazionalista, identitaria, chiusa, rientra in un doppio registro comunicativo che rischia di sfociare nel revisionismo storico.

Del tentativo di mistificazione e riscrittura della storia in corso, il testo pubblicato dal Corriere è un prisma da interrogare a fondo, nell’analogia tra l’amnistia voluta dall’allora ministro della giustizia Togliatti e la fondazione del Movimento sociale italiano, che avrebbe “traghettato milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica”, e l’equiparazione tra i combattenti della Repubblica di Salò e la “maggioranza di italiani che aveva avuto verso il fascismo un atteggiamento passivo”. È essenziale per le forze democratiche e per la società civile difendere la verità storica che è fondamento della Costituzione e della Repubblica da ogni lettura parziale, quando non capovolta.

 

 

Scrittrice, saggista, si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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