Ma con la Brexit la povertà resta

Ma con la Brexit la povertà resta

Ha scritto Timothy Garton Ash sabato su Repubblica, che “la battaglia per la Gran Bretagna nell’Ue è persa; quella per un’Inghilterra europea è appena iniziata”. Il paradosso della vittoria di Boris Johnson è contenuto in un gioco di specchi di nazionalismi antagonistici: quello dei conservatori che ha una riconoscibile marca imperiale (uscire dalla UE come potenza del Commonwealth e rilanciare l’ethos liberista thatcheriano), quello degli scozzesi (che hanno opposto un’unione contro un’altra nel nome della loro nazione) e quello degli irlandesi, che hanno rinverdito la loro orgogliosa identità nazionale. La Gran Bretagna è un campo di battaglia di nazioni nazionaliste.

E non vi è di che stupirsi se in un tempo in cui la classe parla attraverso la nazione, a rimetterci tutto sia stato il Labour di Jeremy Corbyn, che non sa essere né nazionalista né europeista. Sembra che per le questioni sociali ed economiche non ci sia posto se non vengono incasellate nella questione nazionale. La madre nazione aiuterà a sollevare i britannici plurinazionalisti dalla povertà e dalla disoccupazione? Non vi è di che sperare. E la sconfitta dell’ operaista Corbyn non sarà una vittoria facile per Johnson, una volta che saranno finiti i festeggiamenti della più grande vittoria dei conservatori dai tempi di Margaret Thatcher. Perché?

Perché le richieste sulle quali il Labour non è stato credibile, sono tutte lì, nel’ illusione che la Brexit le risolverà. Corbyn ha sbagliato la campagna elettorale: le elezioni erano un referendum sulla Brexit, e Corbyn ha messo tra parentesi la Brexit per insistere sulle questioni sociali, dalla lotta alla disoccupazione alla difesa della sanità pubblica. Il decano del partito, John McDonnell ha riconosciuto, dopo i risultati, che la Brexit ha dominato la campagna mentre su di essa il partito è restato sulla difensiva.

Ha scritto Timothy Garton Ash sabato su Repubblica, che “la battaglia per la Gran Bretagna nell’Ue è persa; quella per un’Inghilterra europea è appena iniziata”. Il paradosso della vittoria di Boris Johnson è contenuto in un gioco di specchi di nazionalismi antagonistici: quello dei conservatori che ha una riconoscibile marca imperiale (uscire dalla UE come potenza del Commonwealth e rilanciare l’ethos liberista thatcheriano), quello degli scozzesi (che hanno opposto un’unione contro un’altra nel nome della loro nazione) e quello degli irlandesi, che hanno rinverdito la loro orgogliosa identità nazionale. La Gran Bretagna è un campo di battaglia di nazioni nazionaliste.

E non vi è di che stupirsi se in un tempo in cui la classe parla attraverso la nazione, a rimetterci tutto sia stato il Labour di Jeremy Corbyn, che non sa essere né nazionalista né europeista. Sembra che per le questioni sociali ed economiche non ci sia posto se non vengono incasellate nella questione nazionale. La madre nazione aiuterà a sollevare i britannici plurinazionalisti dalla povertà e dalla disoccupazione? Non vi è di che sperare. E la sconfitta dell’ operaista Corbyn non sarà una vittoria facile per Johnson, una volta che saranno finiti i festeggiamenti della più grande vittoria dei conservatori dai tempi di Margaret Thatcher. Perché?

Perché le richieste sulle quali il Labour non è stato credibile, sono tutte lì, nel’ illusione che la Brexit le risolverà. Corbyn ha sbagliato la campagna elettorale: le elezioni erano un referendum sulla Brexit, e Corbyn ha messo tra parentesi la Brexit per insistere sulle questioni sociali, dalla lotta alla disoccupazione alla difesa della sanità pubblica. Il decano del partito, John McDonnell ha riconosciuto, dopo i risultati, che la Brexit ha dominato la campagna mentre su di essa il partito è restato sulla difensiva.

L’elettorato tradizionalmente laburista nelle Midlands e nel nord ex-industriale non ha seguito Corbyn. Ma non perché non interessato a quelle rivendicazioni – al contrario. Ha girato le spalle a Corbyn perché ha creduto nella lettura di Johnson sulla causa della crisi: è la UE l’origine dei problemi e lasciare la UE consentirà “finalmente” la rinascita. E qui il paradosso: mentre il voto popolare dato ai conservatori si aspetta che dalla Brexit discenda la libertà di adottare politiche protezionistiche per riportare il lavoro in Inghilterra, Johnson non è protezionista, e quei voti dal campo laburista potrebbero essere una cambiale difficile da onorare.

Johnson è, contrariamente a Donald Trump, un thatcheriano non protezionista. E i voti avuti dall’elettorato di sinistra sono un fardello che dovrà gestire in qualche modo. L’ economia manifatturiera che chiedeva protezionismo sociale a Corbyn, lo chiederà a Johnson e a quel punto i festeggiamenti di oggi si potrebbero rivelare indigesti: perché lo spirito della deregulation di BoJo farà prima di tutto gli interessi della City, che con l’ uscita dalla UE (peraltro un traguardo tutt’ altro che vicino) aspira a diventare un lucroso paradiso fiscale. Insomma, Corbyn ha perso non per i problemi che ha messo in lista, ma per la mancanza assoluta di chiarezza sulla Brexit in una campagna che era solo sulla Brexit.

Il Labour non ha mai messo in discussione la Brexit, ma ha promesso di negoziare l’ accordo di uscita e poi, una volta fatto il negoziato, di tornare a chiede il voto popolare. Il messaggio di Johnson era molto più chiaro: Brexit adesso. Questa chiarezza ha portato a casa il risultato. Lo stare in mezzo al guado ha schiacciato il Labour.

Ma i problemi che il non più amato Corbyn ha portato al centro dell’arena politica sono tutti lì: impoverimento, disoccupazione, precarietà e servizi pubblici in declino.

Johnson calerà la carta della deregulation nel nome di un governo britannico libero dai lacci di Bruxelles. Potrà essere liberista grazie al nazionalismo; un liberismo ammantato dell’ aura imperiale di un Commonwealth che è solo nei libri di storia.

la Repubblica, 14 dicembre 2019

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