Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Forza Caligola

17 Marzo 2016

Marco Travaglio

Finalmente, dopo mesi di slogan, frasi fatte, slide, tweet, hashtag e aria tritata a suon di “riforme attese da 70 anni”, “cambia verso”, “Italia che corre” e – già che c’ è – “svolta”, il fronte del Sì alle schiforme ha messo nero su bianco le sue “ragioni”. L’ Unità ospita due pagine con il manifesto di tal Carlo Fusaro, che non è proprio un costituzionalista (insegna Diritto pubblico comparato, naturalmente a Firenze), ma si fa quel che si può.

 In compenso il Fusaro, noto su Twitter per le sue languide leccate a Renzi, Boschi e persino Verdini, risulta essere “garante della costituzionalità delle norme della Repubblica di San Marino”. L’ ideale per spiegare agli eventuali lettori i 9, anzi 10 (non si capisce bene) “perché bisogna votare Sì” al referendum costituzionale di ottobre.

Cogliamo fior da fiore.

 1. La riforma costituzionale è pudicamente definita “Renzi-Boschi”, oscurando inspiegabilmente il terzo coautore: Denis Verdini, prima emissario di B. nell’ Era del Nazareno e ora delegato di se stesso e dei suoi confratelli.

2. Secondo il Fusaro, “la Parte Prima (della Costituzione) non è toccata” dalla riforma.

Peccato che, all’ articolo 1, si legga: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tra queste forme e questi limiti, non è previsto che i 2/3 dei parlamentari siano nominati dai capipartito col trucco dei capilista bloccati (per la Camera) e con quello dell’ “elezione di secondo grado” da parte dei Consigli regionali (per il Senato). Quindi, spiacenti per il prof, ma la Parte Prima non solo viene toccata: viene stravolta. La sovranità appartiene a lorsignori.

3. La riforma, secondo il giureconsulto fiorentin-sammarinese, “rafforza in più punti le garanzie”. Cioè i “contrappesi” per controllare i governi per conto dei cittadini: Quirinale, Consulta, autorità indipendenti, magistratura, stampa. Purtroppo, come lo stesso Fusaro è costretto ad ammettere, la schiforma “rafforza il Governo in Parlamento”. Pietoso eufemismo: in realtà crea un premier onnipotente, che si nomina gran parte dei parlamentari (come Caligola che fece senatore il suo cavallo), s’ intasca il 55% della Camera (l’ unico ramo del Parlamento che deve dargli la fiducia) anche col 25% dei voti e, a quel punto, può nominarsi il capo dello Stato, un bel po’ di giudici costituzionali, i membri laici del Csm, le autorità “indipendenti” e i vertici Rai. Così le garanzie non garantiranno più i cittadini, ma il premier che le ha nominate.

4. Si “rafforza la partecipazione attraverso iniziativa popolare e referendum”. Altra balla: per i referendum le firme salgono da 500 a 800 mila e per le leggi di iniziativa da 50 a 150 mila. I nuovi “referendum propositivi e di indirizzo” sono fumo negli occhi: col Parlamento ridotto a zerbino del premier, questi farà bocciare tutto ciò che non gli garba (come sta avvenendo col referendum abrogativo e vincolante sull’ acqua).

5. “Il bicameralismo paritario indifferenziato – salmodia il Fusaro – è un ostacolo al governo del Paese” e la riforma assicura “una governabilità più rapida ed efficace”. La solita litania della navetta Camera-Senato che rallenterebbe l’ azione legislativa. Bugia: secondo i dati mai smentiti dell’ Ufficio studi del Senato, le leggi sono approvate in media dalle due Camere in 53 giorni; i decreti in 46 giorni; le finanziarie in 88 giorni. Le “perdite di tempo” le fanno partiti e correnti litigando, mercanteggiando, voltando gabbana; e i governi, dimenticando i decreti attuativi. Le unioni civili non hanno atteso 30 anni per la navetta fra le Camere, ma perché i partiti non si mettevano d’ accordo fra loro e al proprio interno. La navetta comunque non è abolita, anzi: ogni legge, a richiesta del Senato, farà sempre tre passaggi (Camera-Senato-Camera). Solo che oggi il sistema è uno solo: la riforma ne prevede 12 a seconda delle materie (con infiniti conflitti e ricorsi, visto che i decreti omnibus e milleproroghe contengono norme di decine di materie diverse).

6. La riforma “è frutto di una convergenza larga del mondo accademico”. Infatti i maggiori costituzionalisti laici e cattolici sono per il No. E l’ appello del Sì lo fa Fusaro.

7. “Questa riforma si sposa bene con la nuova legge elettorale”. Vero, ma nel senso che la prima non ci fa più eleggere i senatori e la seconda neppure i 2/3 dei deputati.

8. “L’ abolizione di ogni riferimento alle province”. Già, ma le province non sono state abolite: hanno solo cambiato nome e non eleggiamo più nemmeno quelle.

9. La riforma “pone fine a una lunghissima stagione di inconcludenza riformatrice che dura da oltre 20 anni”. In questi 20 anni la Costituzione è stata già cambiata almeno sei volte: immunità parlamentare, amnistia, titolo V, “giusto processo”, devolution (bocciata nel referendum 2006) e pareggio di bilancio. Quindi i ricostituenti la piantino di raccontare balle.

10. I contrari dicono “no a tutto”, sono “fanatici del ‘la Costituzione non si tocca’”. Falso: i costituzionalisti del No hanno subito proposto riforme alternative: diversificare i poteri di Camera e Senato senza svilirne il peso né trasformare il premier nell’ uomo solo al comando, mantenendo l’ elettività dei parlamentari e dimezzandone il numero e lo stipendio. Per superare il bicameralismo paritario, risparmiare sui costi della politica e allargare la partecipazione dei cittadini. Sarà un caso, ma l’ appello del No sul nostro sito ha raggiunto in quattro giorni 100 mila firme. Vedremo se e quante ne raccoglierà la Summa Fusaro. Per ora siamo 100 mila a zero.

ll Fatto Quotidiano, 16 marzo 2016

 

 

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