La denuncia di eretici Pd e costituzionalisti

Carlassare_LorenzaIn Piazza Capranica, di fronte a Montecitorio e a metà strada con Palazzo Madama, si discute di riforme istituzionali. L’incontro è promosso da Libertà e Giustizia e da una galassia di associazioni che contestano nel metodo e nel merito la volontà del governo di Matteo Renzi di mettere mano all’architettura costituzionale. Partecipano alcuni senatori “eretici” del Partito democratico (Felice Casson, Vannino Chiti, Corradino Mineo e Walter Tocci) e poi ci sono i giuristi; studiosi, amanti e sentinelle della Costituzione: Lorenza Carlassare, Gaetano Azzariti , Alessandro Pace, Massimo Villone.
Non portano solo la conoscenza e l’interpretazione del diritto, ma la memoria storica. Per capire quanto profondo possa essere l’impatto del disegno del governo sugli equilibri costituzionali, infatti, si affidano a due citazioni della storia del ‘900 italiano. La prima è nell’introduzione di Domenico Gallo (giudice della Corte di Cassazione e presidente di “Associazione per la Democrazia Costituzionale”), che apre il dibattito ricordando una vecchia frase di Berlusconi, pronunciata nel 2007 durante la presentazione di un libro di Bruno Vespa: “Tra tutti i primi ministri di cui si parla in questo volume – disse allora l’ex premier – c’è un solo uomo di potere: Benito Mussolini. Tutti gli altri potere non ne hanno avuto. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica, non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese”. Come Berlusconi pochi anni fa – secondo Gallo – anche Matteo Renzi insegue lo stesso modello: quello di un solo uomo al comando, capace di decidere sciolto dai vincoli, i condizionamenti e gli ostacoli che hanno afflitto i capi politici durante la storia della Repubblica.
ANCHE Lorenza Carlassare si affida alle parole del passato, “ripetute ossessivamente nel corso della storia del nostro Paese”. Ma torna ancora più indietro e cita direttamente Benito Mussolini, nel discorso pronunciato in occasione dell’approvazione della legge truffa: “Una cosa sola va rigidamente affermata – disse allora il Duce, come ricorda Carlassare – : che la massa dei cittadini intende che l’assemblea eletta sia la più capace a costituire un governo, atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nella vita quotidiana si presentano; non impacciato da preventive compromissioni, non impedito da divieti insormontabili: la rappresentanza è destinata a un ruolo del tutto secondario”.
La stessa assenza di freni e di contrappesi al potere dell’esecutivo, secondo i professori di diritto costituzionale che prendono la parola, ispira le riforme istituzionali di Matteo Renzi. “Quella che è in gioco – sostiene Carlassare – non è solo la democrazia costituzionale, ma forse la democrazia nel suo complesso”.
Le riforme di Renzi, sostiene Alessandro Pace, produrrebbero una concentrazione di potere senza precedenti nella storia della Repubblica: “Con l’Italicum – spiega Pace – avremmo come risultato un monocameralismo dominato dal Partito democratico o dall’attuale coalizione di partito, completamente privo di contropoteri. Una maggioranza sufficiente per decidere in totale autonomia sia il Presidente della Repubblica che i cinque i giudici costituzionali di nomina parlamentare”.
Per Massimo Villone, ex senatore del Pds e docente di Diritto Costituzionale alla Federico II di Napoli, nella riforma di Matteo Renzi c’è l’idea di un “primo ministro assoluto”: “Un Senato debole, come lo vuole il premier, non è solo sbagliato: è anche pericoloso. Il senatore è sotto ricatto, non ha una voce autonoma rispetto al governo, ma diventa decisivo, nella sua debolezza, nei processi di riforma della Costituzione. Quando un governo ha in mano tutto e ha sotto di sé una maggioranza garantita e inerte in Parlamento, ha accesso ai diritti costituzionali: sono in pericoli i diritti di libertà”.

1 commento

  • Da tempo sostengo (civilsocietyleading.com) l’esigenza che la Società Civile si organizzi e determini come corpo efficace e permanente, capace di porsi in rapporto di osmosi, di controllo e di equilibrio nei confronti dei poteri delle istituzioni pubbliche. Tanto più questa esigenza ora appare pressante, quando si prospetta l’istaurazione di un pericoloso squilibrio di poteri all’interno delle stesse istituzioni pubbliche.
    Purtroppo rilevo che le persone e le associazioni qualificate per l’occorrenza continuano a mantenersi separate, ciascuna limitandosi a gestire con articoli, libri e conferenze lo spazio della propria nicchia culturale, mentre occorrerebbe che convergessero e mettessero tutte le capacità intellettuali, sociali ed economiche di cui dispongono a servizio di quella esigenza, per portarla dal piano teorico alla realizzazione concreta.
    Il bene comune non richiede anche di uscire dalla trincea e assumere i rischi dell’intervento attivo e fattivo?
    Vincenzo Vanda

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