Riforme e rischi per la democrazia

costituzioneChi ancora sostiene che la nostra Costituzione debba essere radicalmente rivista perché la sua vetustà impedisce un’efficace e tempestiva azione di governo, mente, o per ignoranza (il più delle volte), o per malafede. La vita politica del paese, infatti, si svolge con modalità ormai completamente estranee al dettato Costituzionale. Quei “professoroni”, che hanno meritato il dileggio del Presidente del Consiglio, direbbero che la Costituzione materiale si è talmente discostata dalla Costituzione formale da averne tradito la sostanza. Si è, infatti, ribaltato il rapporto gerarchico tra governo e parlamento. Il potere esecutivo, che si considera il vero depositario della rappresentanza popolare, lascia al Parlamento solo l’insindacabile dovere di sostenere la propria azione anche quando invade campi che sarebbero di stretta pertinenza del potere legislativo quali le leggi elettorali e quelle di revisione costituzionale ex articolo 138. A riprova di quanto detto è giunta ieri la rimozione dalla prima commissione dell’Onorevole Mauro, colpevole di aver manifestato la propria contrarietà al disegno di legge costituzionale del governo. In quella legge, andando ben oltre al potere di revisione che l’articolo 138 pone in capo al parlamento, il governo si impossessa impropriamente del potere costituente operando una vera e propria palingenesi costituzionale. Ma, ai parlamentari non è concesso manifestare il proprio pensiero se lo stesso non si uniforma alla volontà del leader. Al parlamento non è concesso discutere della congruità di un disegno di legge figlio di un opaco accordo di vertice e scribacchiato da una giovane avvocatessa di provincia e da un ex macellaio, deve solo ratificarne la volontà. All’opinione pubblica non è concesso sapere perché un Senato eletto indirettamente sarebbe salvifico per i destini del paese e perché un Senato eletto direttamente e sottratto alle camarille della casta sarebbe un insormontabile ostacolo al sol dell’avvenire renziano. La rimozione del dissenso e la negazione del confronto sono atti d’imperio emblematici della deriva populista della nostra democrazia ormai ridotta all’acclamazione del leader sull’onda delle emozioni mediatiche, al riparo da qualunque ragionamento. Emblematica è anche la supina accettazione di questi accadimenti da parte del parlamento e dell’establishment, incapaci di coglierne il pieno significato e ormai faticosamente impegnati a soccorrere il vincitore. Agli entusiasti renziani sfugge che queste distorsioni oggi utili alla missione salvifica del loro eroe, potranno un domani essere nelle mani di qualunque altro populista. Sfugge che l’essenza della democrazia non è nella scelta del condottiero ma nel vigile controllo sull’esercizio del potere. Sfugge che ogni potere tende per sua natura a travalicare i propri limiti e che ogni potere privo di limite sconfina nell’arbitrio e nell’abuso. Naturalmente queste parole saranno accolte dai più con un sorriso di sufficienza a significarne l’esagerazione e la sproporzione. Le democrazie sono sempre degenerate fra l’indifferenza e l’ignavia delle classi dirigenti.

4 commenti

  • Assolutamente d’accordo su tutto e fortemente preoccupata della deriva democratica a cui stiamo andando incontro nell’inconsapevolezza dei più….

  • Sarebbe necessario, a mio avviso, un’opera di recupero della memoria storica su come si sia instaurato in Italia il regime fascista. In particolare occorre ricordare come il fatto che lo statuto albertino non fosse “rigido” abbia consentito tramite semplici leggi (“leggi fascistissime”) di fare in modo che l’esecutivo esautorasse anche formalmente il parlamento dalle sue prerogative. Ad esempio (con la legge del dicembre 1925) facendo sì che il parlamento non potesse discutere alcuna proposta di legge senza l’assenso del capo del governo!
    Come disse un saggio: “Il sonno della memoria genera mostri”

  • Concordo in tutto, con una sola eccezione: gli epiteti di giovane avvocatessa di provincia e di ex macellaio alle persone non nominate, ma facilmente identificabili. Per fare il professore ci vogliono titoli accademici, per fare politica no e così deve rimanere.

  • I più bei nomi della nostra cultura costituzionale e politica progressista, continuano con commenti allarmati, con suggerimenti congrui e qualificati, con editoriali preoccupati e preoccupanti, etc. etc…

    E nessuno che si sogni di FARE qualcosa!

    Eppure anche il prof A. Vannucci lunedì 2 a Modena affermò tra l’altro: “Se tradotta in pratica corrente, la nostra Costituzione può diventare il più potente baluardo contro la corruzione che dilaga.”

    E conseguentemente contro ogni altro misfatto, anche a danno della Carta e della qualità della nostra Democrazia!

    Che si può dire anche così: Il Popolo Sovrano, che NON E’ UN INTERCALARE, ma non a caso E’ L’ARTICOLO UNO della Carta, esercitando la Democrazia Diretta Propositiva come agli artt. 50 e 71, e se serve il 40, può correggere tutte le storture che degradano il Paese.

    Basterebbe che i “Parrucconi e i Professoroni (o presunti tali)” decidessero di passare dagli editoriali e dai bei discorsi nelle piazze, buoni per raccogliere facili consensi e applausi, a guidare la Cittadinanza in questo nuovo modo di “Vivere la Costituzione”, liberandola dalla bacheca dove da troppo tempo raccoglie polvere e insulti da demolitori vecchi e novelli!

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