Nell’analisi di quella tempesta perfetta che nemmeno le più rosee aspettative democratiche avevano osato ipotizzare per queste elezioni di midterm gli elementi da considerare, e soprattutto quelli che emergeranno nel prossimo futuro, sono talmente tanti che per questo primo intervento il panorama sarà forzatamente limitato ma anche, per certi versi, caratterizzato da alcuni episodi drammaturgicamente appariscenti.
Secondo i risultati finora disponibili, la situazione registra un guadagno netto per i Democratici di oltre due dozzine di seggi alla Camera, a fronte dei tre necessari per riconquistare la maggioranza. Ma è stato il Senato, dove tra i Dem vengono contati anche i due indipendenti Bernie Sanders e Angus King, a offrire le maggiori sorprese per l’inatteso ribaltamento dei rapporti di forza, con il passaggio da un 53 a 47 a favore dei Repubblicani a un attuale 54 a 44 per i Democratici, con gli Stati in Alaska e Mississippi ancora da assegnare.
Anche l’ambito governatoriale riserva sorprese positive per i dem che hanno conquistato 4 roccaforti repubblicane – Georgia, Iowa, Ohio e Texas – realizzando contestualmente quattro doppiette per le rispettive vittorie senatoriali, tre delle quali hanno strappato i seggi ai repubblicani. Solo in Georgia infatti il democratico uscente Jon Ossoff ha mantenuto il suo seggio, nonostante le difficoltà iniziali avessero fatto includere lo Stato tra quelli in bilico. Il carismatico trentanovenne Ossoff ha confermato anche nel discorso della vittoria la statura presidenziale che ha caratterizzato la sua campagna, al punto che già da tempo molti opinionisti vedono in lui il candidato ideale per il 2028. Grande successo ha riscosso anche la cinquantaseienne governatrice eletta Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta e poi consigliera di Joe Biden alla Casa Bianca. Prima afroamericana a ricoprire quella carica, Bottoms ha interrotto 23 anni di controllo repubblicano del governatorato, sconfiggendo il repubblicano Rick Jackson, miliardario del settore sanitario, del quale ha smascherato le menzogne. Jackson si era infatti presentato come paladino dell’etica e della lotta ai conflitti d’interesse, nonostante la sua società, Jackson Healthcare, avesse incassato circa un miliardo di dollari in pagamenti dalle amministrazioni pubbliche della Georgia, anche grazie a contratti ottenuti senza gara durante la pandemia e avesse appena rinnovato un contratto da circa 18 milioni di dollari, nonostante le promesse di sciogliere quei rapporti contrattuali in caso di elezione.
In Iowa la doppietta vincente è costituita per il Senato da Josh Turek, plurimedagliato paralimpico nel basket in carrozzina e sostenitore di una politica di impronta progressista legata al «populismo delle praterie», e per il governatorato dal democratico moderato Rob Sand, revisore dei conti pubblici dello Stato per due mandati, che ha posto al centro della sua campagna la qualità dell’acqua, l’elevato tasso di tumori nello Stato e l’accesso alla sanità, affrontando questi temi da posizioni pragmatiche e trasversali. La disabilità di Turek è forse l’emblema visivo più efficace per rappresentare i molti aspetti dell’eterogeneità della nuova ondata democratica, che appare accomunata dalla volontà sia di cambiare il sistema corruttivo che domina la politica americana, sia di distanziarsi – chi più chi meno e con politiche e posizioni diverse a seconda delle peculiarità e necessità dei vari Stati – dal vecchio establishment democratico.
In Texas, il trionfo del trentottenne ex insegnante e seminarista presbiteriano James Talarico, «il Ricky Cunningham di Happy Days», ha umiliato «l’impresentabile Ken Paxton», il procuratore generale voluto a tutti i costi da Trump, a dispetto o forse in virtù del curriculum colmo di bassezze morali e vicende giudiziarie, e sulla cui campagna Elon Musk ha riversato oltre 150 milioni di dollari suscitando indignazione e insofferenza ben oltre l’elettorato democratico. Tra gli attacchi sferrati da Paxton e dall’entourage trumpiano per screditare Talarico, l’episodio il più clamoroso è stato l’invenzione di un suo ricovero psichiatrico, avvenuto all’inizio di ottobre, quando il giovane candidato si era assentato per alcuni giorni dalla campagna per una forte influenza. Da lì la falsa storia secondo cui sarebbe stato ricoverato in una struttura psichiatrica in Ohio, rilanciata dal gotha conservatore tra cui il braccio destro di Trump Stephen Miller, spesso paragonato ai più influenti nazisti della cerchia di Hiltler. Miller insistette talmente tanto sulla faccenda instillando dubbi sulla stabilità mentale di Talarico, che nonostante le smentite della struttura sanitaria di non averlo mai avuto come paziente, Talarico dovette persino mostrare immagini delle telecamere di sorveglianza della propria abitazione per documentare dove si trovava.
Nella roccaforte repubblicana per antonomasia, alla sconfitta di Paxton si è aggiunta quella del ricchissimo e potentissimo governatore Greg Abbott che, in cerca del quarto mandato consecutivo, ha avuto la peggio contro la giovane latina Gina Hinojosa, prima donna ispanica eletta governatrice del Texas e prima democratica a conquistare la carica dal 1995. Non stupisce la reazione di Trump che su Truth Social ha subito bollato Abbott, come un «Rino», republican in name only, nonostante poche ore prima lo avesse definito un governatore «forte e molto rispettato» e gli avesse rinnovato il proprio endorsement.
E arriviamo infine all’Ohio, altro stato a solida tradizione repubblicana, dove l’ex-senatore progressita Sherrod Brown, da sempre forte sostenitore dei lavoratori e dei diritti sindacali, si è riappropriato di un seggio in Senato dopo la sconfitta inflittagli nel 2024 dal repubblicano trumpiano Bernie Moreno. Subito incitato dall’ala progressita politica e mediatica a correre di nuovo, Brown ha affrontato Jon Husted, il repubblicano nominato al Senato nel 2025 per sostituire JD Vance dopo la sua elezione alla vicepresidenza. Rimasta incerta fino all’ultimo, ma vinta da Brown con un vantaggio che per ora, a conteggio non concluso, si attesta intorno al 5%, la campagna ha avuto dei risvolti trumpiani per una volta divertenti. Trump ha insistito più volte sulle belle fattezze del corpo di Husted e in particolare si è soffermato sul fondoschiena, pubblicamente descritto come «un ammasso di muscoli». Se il ritorno di Sherrod Brown, a soli due anni dalla sconfitta, è il simbolo più appariscente dell’inversione di rotta del clima politico nazionale, passato dall’affermazione di Trump nel 2024 a una nuova fase di contestazione del trumpismo, il caso della competizione per la carica di governatore segna un livello di bassezza forse mai raggiunto prima in una campagna elettorale, nonostante i tanti esempi di miseria politica che si potrebbero citare.
Il controverso repubblicano Vivek Ramaswamy – ex concorrente presidenziale di Trump nelle prime fasi della campagna del 2023-24 e poi diventato uno dei suoi zerbini – è stato sconfitto dalla dottoressa democratica Amy Acton che ribaltato circa 19 punti il consenso trumpiano dello stato di due anni fa. Ramaswamy era già stato al centro di polemiche per essersi arricchito attraverso la sua società biofarmaceutica, promuovendo come promettente un farmaco sperimentale contro l’Alzheimer nonostante sapesse che i risultati delle sperimentazioni non lo dimostrassero, ma vendendo nel frattempo milioni di dollari in azioni della società. Come nel caso di Paxton, la soddisfazione per la sconfitta di Ramaswamy va al di là della questione politica e persino della corruzione personale, in un mondo finanziario regolato da comportamenti simili ai suoi, avendo piuttosto a che fare con uno spot che ha suscitato una condanna trasversale da chiunque lo abbia visto, con l’eccezione di Trump e J.D. Vance. Ramaswamy ha speso ben 4 milioni di dollari per diffondere un video in cui la madre naturale di Amy Acton esorta gli spettatori a non votare per la figlia che accusa pesantemente di essere una bugiarda, sebbene non la veda da 48 anni, cioè da quando i servizi sociali l’avevano allontanata, dodicenne, dalla famiglia insieme al fratellino, per i ripetuti abusi sessuali subiti dal patrigno, mai processato poiché l’uomo si diede alla fuga insieme alla madre dei bambini che rimase con lui fino alla sua morte.
Girato e diffuso come conseguenza dello spot di Ramaswamy, è invece il commovente filmato in cui il fratello di Amy Acton ripercorre lo strazio della loro infanzia e gli abusi continui che la sorella subiva per evitare che il patrigno si accanisse anche su di lui.
Se lo spot di Ramaswamy ha toccato il fondo dell’abiezione cui si è arrivati finora nelle campagne elettorali, a partire da quelle organizzate nelle primarie democratiche contro deputati di area sandersiana, molti sono stati gli episodi in cui la falsificazione dei fatti, la manipolazione delle parole e gli attacchi alla sfera personale hanno sostituito il confronto sulle idee e sui programmi. Si è trattato spesso di campagne finanziate da super PAC e gruppi di interesse, American Israel Public Affairs Committee (Aipac) in primis, nelle quali non si cercava tanto di contestare le posizioni degli avversari quanto di renderli impresentabili agli occhi degli elettori.
Esemplare di questo tipo di propaganda negativa è stata la corsa senatoriale del Michigan di Abdul El-Sayed, oggi il trionfatore più acclamato o più discusso, a seconda dei punti di vista. All’interno del grande teatro delle elezioni, la sua storia diventa simbolica anche sul piano drammaturgico, per l’esasperazione del susseguirsi e dell’accavallarsi di vicende e colpi di scena, protrattisi fino all’ultimo momento. Con la sua vasta gamma di intrighi, tradimenti, vendette e paradossi, l’ambiente richiama le corti regali che pullulano nel più completo trattato di psicologia del potere mai scritto: l’opera di William Shakespeare. Come spesso avviene nei drammi del Bardo, i punti apicali della vicenda di El-Sayed non riguardano solo gli scontri tra stati o dinastie rivali, nella fattispecie Repubblicani e Democratici, ma si consumano in famiglia, proprio come nel Riccardo III, probabilmente il culmine della tragedia del potere di tutti i tempi. El Sayed è però un Riccardo al contrario. Non è l’artefice della quantità di complotti, tradimenti e delitti che il diabolico personaggio mette in atto per arrivare alla corona, complici una serie di nobili corrotti e ambiziosi come lui, bensì è piuttosto una vittima che si è trovata a dover parare colpi di tutti i tipi a cominciare dall’inizio della campagna per le primarie fino agli ultimi due giorni prima delle elezioni generali. Dei colpi bassi sferrati a El Sayed anche dopo la vittoria alle primarie da una parte consistente del partito democratico e della sua autorevole sfera mediatica, abbiamo trattato più volte su queste pagine, e potremmo continuare a farlo visto che già da alcune delle prime interviste risulta evidente che la religione musulmana e l’etnia araba, una sorta di equazione naturale con antisemitismo e persino con jihadismo, continueranno a essere il framing costante anche per l’El Sayed senatore. In effetti, protagonista del famoso monologo de «L’inverno del nostro scontento» che Riccardo pronuncia non appena entra in scena rivolgendosi direttamente al pubblico per metterlo al corrente delle sue reali intenzioni e della duplicità dei suoi comportamenti, sembra adattarsi a pennello a Haley Stevens. Ora più che mai dopo gli ultimi colpi inferti al rivale che in agosto aveva dichiarato avrebbe sostenuto.
Il detonatore, o meglio la causa occasionale, è stato uno spot di Rebellion PAC, il gruppo fondato dal giornalista di The Young Turks Cenk Uygur [qui un’intervista che gli ho fatto l’anno scorso per Jacobin Italia] che ha collegato il costo della spesa al supermercato al sostegno militare americano a Israele, mostrando una coppia costretta a mettere da parte sette dollari per «uccidere i palestinesi». Stevens lo ha definito antisemita e ha preteso e ottenuto che El-Sayed se ne è dissociasse, nonostante non fosse opera della sua campagna. Non si è però fermata lì. Ha chiesto anche che El-Sayed si scusasse per le proprie dichiarazioni su Israele e ritirasse uno spot della campagna in cui compariva Tucker Carlson. El-Sayed, che non si è piegato alle richieste, l’ha accusata di voler riaprire una primaria conclusa tre mesi prima e le ha comunicato che non era più gradita agli ultimi appuntamenti elettorali. La rottura è diventata così irreparabile. Il 1° novembre, a meno di 48 ore dal voto, Stevens ha diffuso un video registrato in auto, nel quale ha annunciato personalmente il suo endorsement a Mike Rogers, per poi presentarsi a fianco del repubblicano a un evento in una chiesa di Detroit, dove ha ufficializzato il cambio di squadra. Considerando l’unanimità, forzata o meno, dei commenti negativi persino di personalità dell’alto establishment democratico come Chuck Schumer, che ha parlato di «un tradimento spregevole», mentre la dirigenza democratica del Michigan ha dichiarato Stevens fuori dal partito ora e in futuro e il suo stesso staff si è dimesso in segno di protesta, vien da chiedersi se l’analogia di Haley Stevens con Riccardo III non riguardi soprattutto l’epilogo della tragedia. In particolare l’ultima battuta più volte ripetuta «Il mio regno per un cavallo!», che Shakespeare fa pronunciare al maligno re il 22 agosto 1485, dopo essere stato disarcionato nella battaglia di Bosworth Field che pone fine alla sua vita e al regno della dinastia degli York.
Le resta comunque il premio di consolazione che Donald Trump sembra disposto, per ora, a concederle, con l’invito a far parte del partito Repubblicano.

