Analisi attorno al potenziale impatto di un gruppo parlamentare allineato con le posizioni di Bernie Sanders, senza perdere di vista le contraddizioni dell’establishment democratico e le polemiche mediatiche strumentali. Primo focus sul candidato dem del Michigan, Abdul El-Sayed.

Che cosa succederebbe se con l’insediamento del nuovo Congresso risultante dalle elezioni di medio termine del 3 novembre prossimo, un gruppetto di senatori progressisti si unisse sistematicamente a Bernie Sanders ogni volta che dovesse presentare una proposta su sanità, salari, tassazione, guerra, aiuti militari, potere delle corporation? Di sicuro non verrebbe cambiata la natura di un organo che, a dispetto di regole anacronistiche e di una rappresentanza esageratamente distante dalla composizione della popolazione, mantiene poteri enormi nel condizionare la politica americana e per molti aspetti mondiale. Tuttavia l’effetto potrebbe essere rilevante poiché, pur non potendo governare, quei senatori sarebbero in grado di esercitare sui colleghi di partito un’influenza diversa da quella di una voce isolata o del gruppo estremamente ristretto di senatori democratici che ha finora affiancato Sanders. Per parecchi di loro è sempre stato normale, spesso in modo assai opportunistico, votare contro le risoluzioni di Sanders senza dover dare spiegazioni, peraltro difficilmente richieste  in un panorama mediatico mainstream in cui il Senatore del Vermont è stato sempre visto come un radicale di estrema sinistra. Normale dunque che i voti contrari alle sue mozioni passassero come fisiologiche differenze di posizioni politiche e non è un caso che egli abbia dovuto più volte cercare il sostegno di senatori moderati per dare alle sue proposte “radicali” persino la possibilità di arrivare in aula. Anche limitandosi agli ultimi dieci anni, sono stati parecchi i casi di Democratici che, per difendere i propri interessi e quelli delle Big Corporation e delle lobby israeliane da cui sono finanziati, hanno votato coi Repubblicani sia su questioni sociali ed economiche che avrebbero migliorato le condizioni di una working class sempre più allargata, sia sull’incondizionato supporto a Israele. Frequenti anche i casi in cui si sono nascosti dietro colleghi di partito che garantivano i voti necessari a bloccare o ridimensionare enormemente tali questioni. I voti “repubblicani” dei senatori “democratici” Joe Manchin e Kirsten Sinema, non ricandidatisi nel 2024, è l’esempio perfetto di come nell’amministrazione Biden con il Senato diviso 50 a 50, questo meccanismo di copertura sia riuscito persino a eliminare quel Build Back Better Act, steso col decisivo apporto di Bernie Sanders, che Joe Biden aveva promesso solennemente di passare. 

Oggi la situazione è un po’ più complicata, perlomeno riguardo all’armamento a Israele, vuoi per la crescente diffusione di un’informazione indipendente di qualità, investigativa e di approfondimento, vuoi per i cambiamenti di posizione nella maggioranza della popolazione prodotti dal perdurare della guerra di Gaza e del genocidio palestinese, con l’aggiunta del conflitto iraniano. Per esempio quando nel novembre 2024 e nell’aprile 2025 ci furono tra i 15 e i 19 voti democratici favorevoli a risoluzioni di Bernie Sanders per evitare la vendita di armi particolarmente devastanti – i repubblicani sono sempre stati compatti nel voto contrario –  il giornalista John Nichols parlò di «successo» perché non era mai accaduto che un gruppo così consistente di Democratici si schierasse in alcun modo contro Israele. Considerando che nel luglio 2025 i voti favorevoli salirono a 24 e 27 per arrivare a 40 nell’aprile 2026, è plausibile ipotizzare che i senatori che si sono aggiunti, tutti più o meno cospicuamente finanziati da AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), si siano trovati nella situazione di dover scegliere quale fosse il male minore tra scontentare la lobby israeliana e correre il rischio di alienarsi il proprio elettorato. Applicando questa logica anche a questioni di politica interna, in un momento in cui il costo della vita sempre più alto si traduce in crescenti difficoltà materiali, esasperazione e insoddisfazione politica, l’ingresso di nuove figure progressiste nel Congresso, e nel Senato in particolare, potrebbe cambiare il modo in cui si vota e, soprattutto, il modo in cui quei voti vengono raccontati agli elettori. Rendere più identificabile il voto dei Democratici che si schierano dall’altra parte porterebbe dunque a chiedersi non tanto perché Sanders ha perso, quanto perché questi Democratici hanno votato contro.

Vediamo dunque qual è la situazione attuale a un mese esatto dalle elezioni, affiancando alla prospettiva progressista anche quella democratica in senso lato, visto che nella situazione contingente, con un Trump ormai giunto, forse, al parossismo della sua pericolosità, la riconquista democratica del Congresso appare necessaria. Cosa che comporta l’elezione di tre deputati e quattro senatori.

Il quadro nazionale dei sondaggi è piuttosto coerente nel mostrare un vantaggio democratico. Un sondaggio Reuters/Ipsos del 21 settembre nel cosiddetto generic ballot indica per i Democratici un vantaggio di 8 punti, mentre la media dei sondaggi aggiornata al 30 settembre del Nate Silver Bulletin porta il vantaggio democratico a 9,2 punti.
Se per la Camera la ripresa democratica è data quasi per certa, il Senato presenta più incertezze. Nella decina di corse senatoriali considerate in bilico, quattro vedono protagonisti candidati che rientrano nel percorso progressista seguito finora: Abdul El-Sayed in Michigan, Troy Jackson in Maine, Sherrod Brown in Ohio e James Talarico in Texas. A costoro va aggiunta Angie Nixon che ha rimesso in gioco uno stato considerato impenetrabile per democratici come la Florida.
Partendo oggi dal Michigan di Abdul El Sayed, dedicheremo i prossimi focus in particolare ai quattro nuovi candidati progressisti (Brown è già stato senatore), ciascuno dei quali presenta situazioni differenti e uniche, ma che sono accomunati da fortissime resistenze da parte di personalità e gruppi dell’establishment arrivati a dichiarare la preferenza per i candidati repubblicani. 

Abdul El Sayed tra Hasan Piker e Kamala Harris

Tra i molti ostacoli che El-Sayed deve superare c’è la questione di Hasan Piker, commentatore politico socialista e streamer di Twitch molto seguito dai giovani. Pur non facendo parte della campagna, Piker lo aveva sostenuto ed era apparso con lui durante le primarie, come aveva fatto l’anno scorso con Mamdani senza suscitare il polverone odierno. A scatenare le polemiche sono state alcune sue dichiarazioni controverse, prima fra tutte quella del 2019 secondo cui «America deserved 9/11», pronunciata mentre reagiva a un’intervista di Dan Crenshaw con Joe Rogan sulle responsabilità della politica estera americana negli attentati. Piker definì poi inappropriata la formulazione, spiegando che si riferiva al contraccolpo delle politiche statunitensi in Medio Oriente. Questa e altre frasi, totalmente decontestualizzate, sono state associate a El-Sayed non solo da Mike Rogers e dalla propaganda repubblicana, ma anche da media generalmente più vicini ai Democratici, al punto che le domande su Piker prevalgono su quelle sulla piattaforma del candidato.

Ma, come ci ha raccontato Angelo Greco, esponente di primo piano della consulenza progressista, le resistenze a El-Sayed dipendono anche dalla chiarezza con cui ha individuato e raccontato le cause di molti problemi economico-sociali statunitensi. Riguardo al Medicare for All, uno dei punti cardine del suo programma, Greco osserva:

«Abdul non ha parlato solo dei costi, ma ha identificato esplicitamente le compagnie assicurative, le aziende farmaceutiche, gli ospedali e i loro dirigenti come beneficiari dell’attuale sistema. Dare un nome al “cattivo” economico è una parte importante di questa politica. Spiega non semplicemente che cosa dovrebbe fare il governo, ma perché il governo non l’ha fatto. Si tratta di qualcosa che i Democratici centristi si rifiutano di fare. Ed è proprio questo che può scontentare parecchi Democratici coinvolti non solo nel sistema delle assicurazioni sanitarie e di Big Pharma, ma più in generale in quello delle corporation e dei lobbisti. »

The Guardian ha invece messo in rilievo la differenza di trattamento riservata dai media a Hasan Piker e al pastore evangelico di Detroit Lorenzo Sewell, esponente religioso di punta nella campagna ufficiale di Rogers. Sewell ha definito l’Islam un «death cult» e El-Sayed un «Islamic jihadist» e ha co-organizzato in agosto una manifestazione anti-musulmana a Dearborn, conclusasi con 22 arresti, durante la quale furono esposte anche bandiere naziste. Eppure, mentre Ground News aveva raccolto 242 articoli nei tre mesi precedenti sull’associazione tra Piker ed El-Sayed, non risultavano menzioni di Sewell nella copertura del 2026 di New York Times, Washington Post e CNN.

Quanto agli endorsement dell’establishment, subito dopo la vittoria di El-Sayed alle primarie del 4 agosto sono arrivati quelli della sua avversaria Haley Stevens e di personalità del Michigan come la governatrice Gretchen Whitmer e il senatore uscente Gary Peters. Quasi contestualmente sono arrivati anche quelli, quasi insperati, di Chuck Schumer e del Senate  Senate Majority PAC, che ha impegnato 20 milioni di dollari nella campagna, e quello piuttosto discutibile di Kamala Harris, apparso a molti come una mossa opportunistica di chi ha ora bisogno di ricostruirsi una facciata in vista di una possibile candidatura presidenziale nel 2028. Harris è una figura divisiva anche tra i Democratici più tradizionali, tanto che persino i candidati senatoriali di due stati in bilico come l’Alaska e l’Iowa Mary Peltola e Josh Turek, hanno preso le distanze dal suo sostegno.

L’endorsement di Kamala assume un peso particolare in Michigan, dove la politica di Harris sulla guerra di Gaza ha prodotto una delle fratture più profonde con una parte dell’elettorato democratico. Come ebbi modo di testimoniare direttamente, nonostante le speranze riposte nella vicepresidente di Biden dal movimento Uncommitted Michigan, Harris mantenne inalterato il sostegno a Israele, mentre alla Convention democratica di Chicago del 2024 la sua campagna negò ai delegati pro-palestinesi del Uncommitted Movement perfino il discorso di due minuti richiesto per una loro rappresentante. Comunque nonostante il malcontento  di una parte dell’elettorato, il 22 settembre Harris ha fatto campagna con El-Sayed a Detroit, su temi legati alla sanità e alla salute materno-infantile, senza affrontare direttamente la questione di Israele e Gaza. 

Intanto, mentre i sondaggi continuano a mostrare El-Sayed in vantaggio, seppure con margini variabili, a metà settembre, dopo un viaggio di El-Sayed a Washington per incontrare alcuni senatori democratici, il Senate Majority PAC ha aggiunto altri 10 milioni di dollari. Un’altra delle  contraddizioni che continuano a caratterizzare il rapporto dell’establishment con El-Sayed, sospeso tra sostegno, diffidenza e rifiuto. 

Elisabetta Raimondi, già professoressa di inglese e drammaturga, ha iniziato a seguire per Vorrei.org la campagna di Bernie Sanders nel 2016.
Collabora con Libertà e Giustizia, Jacobin Italia e Fata Morgana Web.

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×