In Texas i sondaggi registrano un testa a testa molto serrato, dimostrando che in un territorio ostile come in questo Stato del Sud l’appartenenza partitica pesi spesso più dei profili personali dei candidati.

Prima di entrare nel tema di questa settimana, un aggiornamento dell’ultima ora sulla corsa senatoriale del Michigan, dove gli ultimi sondaggi continuano a registrare un sostanziale testa a testa tra Abdul El-Sayed e Mike Rogers, con un lieve vantaggio del primo. La novità riguarda invece l’intervento di Barack Obama, che il 24 ottobre affiancherà El-Sayed a Detroit.

Il nostro focus sui candidati progressisti al Senato si incentra oggi sul Texas dove la sfida è tra James Talarico e il repubblicano Ken Paxton, due personaggi anomali pur nelle loro abissali differenze. Se Paxton, Attorney General del Texas dal 2015, è uno degli emblemi del peggio che la politica possa rappresentare, Talarico – ex insegnante di scuola pubblica, esperto di politiche educative, seminarista presbiteriano e rappresentante democratico alla Camera del Texas dal 2018 – presenta un profilo politico e personale unico, che combina elementi normalmente collocati su fronti diversi. A un progressismo economico e sociale di impronta sandersiana, unisce una profonda identità cristiana legata alla cosiddetta “Left Church”, da cui derivano una forte critica al potere dei miliardari, la denuncia della corruzione del sistema politico americano e la ricerca di un consenso che vada oltre la tradizionale base democratica. Un insieme di elementi che non solo si è rivelato determinante nelle primarie contro l’incumbent Jasmine Crockett – la cui campagna è stata caratterizzata dalla tipica platitude di tanti democratici, vale a dire slogan, posizionamenti identitari e insistente contrapposizione a Trump e ai MAGA – ma è che stato visto in maniera positiva dal panorama mediatico indipendente progressita, compresi The Lever e Jacobin Magazine, centrali nell’analisi odierna, pur non mancando da parte loro critiche e timori.

L’unicità di Talarico si deve in particolare al fatto che accanto a questi tratti progressisti vincenti, vi siano ambiguità non irrilevanti, che contraddicono uno dei pilastri del messaggio sandersiano, ossia il rifiuto del cosiddetto big money, nel quale spesso rientrano anche fondi di oscura provenienza. Se Sanders e la rete di progressisti che rientrano nella sua orbita hanno fatto proprio questo principio, così non è per Talarico. Pur criticando duramente il peso dei miliardari nella politica e avendo inserito nella propria piattaforma l’abolizione dei corporate PAC, dei super PAC e di Citizen United, da sempre nemico numero uno di Sanders, Talarico ha anche scelto di utilizzare le stesse regole del sistema che contesta. Ha infatti accettato il supporto del super pac milionario Lone Star Rising. Che sia più o meno veritiera, la sua giustificazione è che finché questi strumenti esistono, il «disarmo unilaterale» non ha senso. 

Una serie di inchieste di The Lever ha descritto dettagliatamente i flussi finanziari concreti che legano Talarico a tale super Pac, dimostrando come i finanziatori non siano individuali miliardari generici, ma facciano parte di una rete ben organizzata, il cui  obiettivo specifico è il reclutamento di una nuova generazione di politici moderati che possa neutralizzare la sinistra più radicale.  È la cosiddetta New Democratic Machine, una struttura politica e finanziaria che fa capo a due organizzazioni, Majority Democrats e The Bench, entrambe legate a Seth London, ex venture capitalist diventato consulente politico democratico. The Lever definisce la fitta rete di PAC, organizzazioni profit e nonprofit, società di consulenza che le circonda come una sorta di «party within the party», capace di intervenire nelle primarie con risorse finanziarie e infrastrutture politiche di ingenti dimensioni. Tra i principali finanziatori figurano il miliardario Stephen Mandel, fondatore dell’hedge fund Lone Pine Capital, e Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn e miliardario della Silicon Valley. È questa macchina ad aver scelto e sostenuto Talarico attraverso il super PAC Lone Star Rising, che nel corso della campagna ha raccolto quasi 22 milioni di dollari.

L’inchiesta di Jacobin Magazine The Problem With James Talarico’s Gambling Ties ha sottolineato invece il contrasto tra la sua predicazione della «teologia della liberazione economica», basata sui Vangeli, e i finanziamenti ricevuti da mega-donatori legati al mondo dei casinò per l’espansione del gioco d’azzardo legale in Texas, questione che ha sollevato parecchie critiche etiche da parte della stessa sinistra religiosa. L’inchiesta ha soprattutto evidenziato come già nel 2024 Talarico avesse ricevuto 59.000 dollari dal Texas Sands PAC, sostenuto da Miriam Adelson, miliardaria, grande finanziatrice repubblicana e sostenitrice di cause pro-Israele, vedova del magnate dei casinò Sheldon Adelson e figura di primo piano dell’impero Sands. Anche in questo caso Talarico, che affida ai singoli adulti la decisione se giocare o meno, ha risposto alle critiche affermando che finché il gioco d’azzardo esiste, tanto vale che a beneficiarne siano non solo i miliardari, ma anche lo stato del Texas che con gli introiti può finanziare progetti sociali. 

Le contraddizioni di Talarico si riflettono nell’ambito mediatico progressista dove, accanto a opinionisti che lo sostengono senza riserve, anche Jacobin e The Lever, pur evidenziando aspetti problematici e/o negativi, hanno messo in luce quelli positivi. La stessa cosa vale per le organizzazioni politiche. Sebbene Talarico non abbia ricevuto l’endorsement di Bernie Sanders né quello dell’intero gruppo di figure che normalmente associamo all’eredità politica di Sanders – anche se ha avuto contatti con Zohran Mamdani per le strategie da adottare in campagna elettorale – ha ricevuto il sostegno dello storico movimento Our Revolution e di altre organizzazioni progressiste di rilievo. Focalizzata in particolare sul pragmatismo, Our Revolution privilegia l’efficacia elettorale alla purezza dottrinale, e vede dunque in Talarico l’unico profilo populista concretamente capace di mobilitare la classe lavoratrice e di contendere un territorio ostile come il Texas, persino a costo di digerire i suoi compromessi finanziari e l’assenza di un endorsement formale da parte di Bernie Sanders. Ed è proprio questa faglia a dividere il campo progressista, anche nell’ambiente dell’attivismo locale texano,  dove sono vivi i timori che la vicinanza con i mega-donatori possa disinnescarne la spinta originaria. La stessa preoccupazione, su un piano più ampio e sistemico, emerge da un’ulteriore analisi di Jacobin Magazine, che legge il caso Talarico alla luce del rischio che l’ascesa delle nuove correnti progressiste finisca per essere addomesticata dalle regole del gioco dei grandi capitali.

Veniamo ora a Ken Paxton, scelto da Donald Trump per sfidare, nel ballottaggio delle primarie per il Senato, l’incumbent repubblicano di lungo corso John Cornyn, non solo appartenente all’ala istituzionale repubblicana ma, agli occhi di Trump, colpevole di essere stato «very late» nel sostenerlo nel 2024 e soprattutto di non essere stato dalla sua parte «when times were tough». Cornyn infatti non aveva aderito agli sforzi per contestare la vittoria di Biden dopo le elezioni del 2020, mentre Paxton ne era stato uno dei protagonisti.

L’Attorney General del Texas, che Talarico vedrebbe perfetto come Secretary of Corruption, ha un curriculum costellato di vicende giudiziarie, dalla corruzione all’abuso d’ufficio. Incriminato per frode finanziaria, ha evitato il processo penale ricorrendo a un plea deal – il classico patteggiamento all’americana reso celebre da film, telefilm e serie TV. Sottoposto a impeachment per corruzione e abuso di potere, è stato poi assolto dal Senato del Texas nel 2023, mentre ulteriori imputazioni sono state archiviate o risolte attraverso separati accordi con la procura. Nonostante questo pesante bagaglio, Paxton ha avuto la meglio su Cornyn con quasi 28 punti percentuali di vantaggio, confermando quanto ancora conti la fedeltà a Trump della base MAGA, che ha assimilato le vicende giudiziarie di Paxton alla “persecuzione” subita dal presidente. Impietoso il confronto con James Talarico, che sul piano della comunicazione politica appare agli antipodi di Paxton. L’aspetto sgradevole e trasandato di Paxton contrasta con  la freschezza, la simpatia e la presenza televisiva del giovane texano, emersi anche nella partecipazione al Jimmy Kimmel Live!, dove il comedian lo ha paragonato a Ricky Cunningham, il giovane Ron Howard di Happy Days, sottolineando come Talarico più che candidato al Senato sembri  «candidato a un consiglio scolastico».

Talarico ha saputo sfruttare queste qualità anche nei video della campagna, ispirandosi in parte alla formula dei brevi filmati informali con cui l’anno scorso Zohran Mamdani aveva conquistato una vasta audience. In una ripresa di 40 secondi del 25 settembre, dopo che Paxton aveva ignorato quattro inviti a confrontarsi in televisione, vediamo Talarico lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica dell’avversario, invitandolo a un dibattito su Fox News, dove Paxton si sarebbe potuto sentire a suo agio. Diventato subito virale, il video ha dato poi il via alla campagna pubblicitaria Ken Paxton Corruption Hotline, con un numero verde attraverso cui i texani possono ascoltare una registrazione che ironizza sull’irreperibilità del candidato e lasciare a loro volta un messaggio.  Precedentemente aveva fatto furore anche lo spot del furto della penna, realizzato utilizzando le immagini delle telecamere di sicurezza della Collin County Courthouse, che mostravano Paxton infilarsi in tasca una costosa Montblanc lasciata da un’altra persona al metal detector. Rintracciato dalla campagna di Talarico per uno spot, il proprietario della penna lo concludeva dicendo: «Votate per James Talarico. Lui non vi ruberà la penna».

Se l’ironia è dunque uno dei mezzi privilegiati della sua comunicazione, proprio come spesso accadeva nei video di Mamdani, non mancano situazioni che impongono un approccio ben diverso, quasi di disgusto. È il caso dell’accordo che, dopo una complessa vicenda processuale, l’ufficio di Paxton offrì ad Adam Hoffman, che dopo tre anni di abusi sessuali su un bambino, iniziati quando il bimbo aveva sette anni, finì per scontare solo 29 giorni di reclusione. Talarico ha più volte riportato la vicenda, che ha peraltro avuto risonanza anche a livello nazionale, al centro della campagna, accusando Paxton di concedere «accordi di favore in stile Epstein ai pedofili».

Per completare il quadro Paxton, due ultime annotazioni. La prima assume le caratteristiche del paradosso, dato che adesso persino Trump sembra nutrire qualche riserva sul suo candidato, tanto da bersagliarlo pubblicamente con battute poco lusinghiere. Alla convention repubblicana di Dallas del 9-10 settembre 2026, Trump lo ha preso in giro per il modo in cui si veste e il modo in cui parla, concludendo la serie di dislikes con un «I don’t really like the way he looks». Pur facendo poi seguire il solito iperbolico elogio – «Paxton è il più grande attorney general nella storia del Texas e forse degli Stati Uniti» – il presidente, indulgendo all’autocompiacimento delle sue battute,  potrebbe essersi fatto un autogol, dato che una delle sue indiscusse abilità è quella di affibbiare ai suoi antagonisti caratteristiche che diventano immediatamente il modo in cui gli altri finiscono per percepirli. Quando durante le primarie presidenziali repubblicane del 2015-16 Trump definì Jeb Bush «low energy Jeb», la presunta mancanza di grinta e mordente dell’ex-governatore della Florida divenne il suo tratto distintivo, benché nessuno lo avesse mai percepito in quei termini.  

La seconda è affidata invece alle parole dello stesso Paxton, che in una registrazione privata di qualche giorno fa si è lamentato perché il controllo della sua campagna non è più nelle sue mani, ma in quelle di consulenti di Washington che deciderebbero tutto a sua insaputa. Ma il grottesco emerge soprattutto quando individua nella guerra con l’Iran e nel prezzo di benzina e diesel una sorta di complotto per complicargli la corsa.

In conclusione, l’aggiornamento sui sondaggi dà Talarico in vantaggio ma, rispetto alle settimane precedenti, con distacchi più contenuti che in alcuni casi rientrano nel margine d’errore. Non significa quindi che l’esito sia già deciso perché, nonostante l’impresentabilità di Paxton, per molti texani quel che conta è che davanti al suo nome ci sia la R di Republican.

Elisabetta Raimondi, già professoressa di inglese e drammaturga, ha iniziato a seguire per Vorrei.org la campagna di Bernie Sanders nel 2016.
Collabora con Libertà e Giustizia, Jacobin Italia e Fata Morgana Web.

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×