La crisi di Ceuta ha rinfocolato il dibattito sulla gestione dei migranti in Europa e il confine territoriale è tornato ad essere luogo privilegiato di speculazione politica, soprattutto per chi ha piantato su quel terreno la bandiera della propria politica. Alcune forze di maggioranza – e anche chi intende portare a livello istituzionale un linguaggio e un immaginario apertamente militari (circostanza che, guardando alla storia, dovrebbe suggerire qualche cautela…) – hanno infatti rilanciato una retorica che non si limita al contrasto dell’immigrazione clandestina, ma alimenta l’insicurezza per la presenza dello straniero, trasformando la paura in leva di consenso per un programma politico che colpisce ad ampio spettro diritti faticosamente conquistati.
Qui si inserisce la «remigrazione», che non riguarda soltanto la presenza regolare o irregolare dello straniero, ma investe la sua appartenenza etnica e culturale, fino a mettere in discussione la permanenza nella società di interi gruppi ritenuti non conformi a un modello identitario imposto.
La stessa logica emerge quando, per ottenere la cittadinanza, si arriva a proporre la sottoscrizione di una «dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana».
Ed emerge ancora quando il Governo approva un disegno di legge «anti-maranza» che, pur intervenendo su un serio problema di disagio giovanile, viene presentato attraverso un’etichetta che trasforma un’intera categoria in bersaglio, sovrapponendo età, aspetto, condizioni sociali e provenienza nella costruzione di un soggetto pericoloso e alimentando la paura del diverso.
Nella stessa progressiva normalizzazione del linguaggio si inserisce un’agenda politica che restringe lo spazio dei diritti. Si passa dall’abolizione della legge Mancino all’educazione militare nelle scuole, dal recupero del «patriarcato mediterraneo», all’abolizione delle unioni civili, fino alla pretesa di negare all’aborto la natura di diritto, riducendolo a «facoltà» (come se una facoltà non fosse una posizione giuridicamente riconosciuta e garantita…).
Impostazioni, queste, del tutto incompatibili con la nostra Costituzione, che enuncia precisi principi e contiene regole vincolanti di segno opposto. Alla «remigrazione» e all’assimilazione culturale contrappone la pari dignità della persona, il divieto di discriminazione e una specifica tutela dello straniero; alla costruzione dei «maranza» come categoria pericolosa oppone il principio per cui la responsabilità è personale e si risponde delle proprie condotte accertate in sede processuale, non della propria appartenenza culturale; all’idea del «patriarcato mediterraneo» contrappone l’eguaglianza tra uomini e donne; alla riduzione dell’aborto a semplice concessione oppone la tutela della libertà, dell’autodeterminazione e della salute della donna; e alla rimozione degli strumenti di contrasto alla propaganda razzista e fascista oppone tanto il principio di eguaglianza quanto il limite antifascista inscritto nella stessa Costituzione.
A fronte dell’avanzare di forze che sembrano voler recuperare simboli, linguaggi e modelli che pensavamo consegnati al passato, credo sia quanto meno necessario parlare di un altro confine: quello tracciato dalla nostra Costituzione. Un confine intangibile, ma essenziale per la tenuta della democrazia. È questo confine a segnare tanto il limite oltre il quale il potere e la volontà della maggioranza non possono spingersi quanto quello entro il quale deve svolgersi la competizione politica, ponendo un argine non solo a chi esercita il potere, ma anche a chi aspira a conquistarlo.
Se, dunque, una parte politica pretende di distinguere con tanta nettezza tra chi abbia titolo per stare «dentro» e chi debba restare «fuori» dal territorio dello Stato, credo sia arrivato il momento di pretendere la stessa chiarezza, distinguendo senza indugio tra ciò che può legittimamente abitare lo Stato costituzionale e ciò che, invece, deve restarne fuori. E non mi ha mai convinto l’argomento, che qualcuno considera rassicurante, secondo cui tutto sarebbe tollerabile finché queste forze restano minoritarie e devono comunque misurarsi con il consenso degli elettori. Anche perché, nel frattempo, l’ultima rilevazione le accredita già dell’8%. La Costituzione non protegge la democrazia soltanto quando il pericolo è in casa, ma presidia il confine, operando già nello spazio politico nel quale si raccolgono adesioni, si costruisce consenso e ci si organizza per conquistare il potere. Perché anche il pluralismo ha un limite e non può diventare lo strumento attraverso il quale riportare dentro la democrazia ciò che la Costituzione ha espressamente voluto lasciarne fuori. Chi non riconosce il patto costituzionale su cui si fonda la nostra Repubblica non dovrebbe poterla governare.

