Per due giorni abbiamo vissuto in una pellicola di Kubrick, alternando le immagini di 2001 Odissea nello spazio e di Il Dottor Stranamore. Martedì 7 aprile i quattro astronauti della missione Artemis hanno raggiunto, sorvolando la Luna, il punto più lontano dalla Terra mai attraversato nella storia.
Quando gli astronauti sono riemersi dal lato opposto della Luna, hanno assistito a un altro spettacolo mozzafiato: un’eclissi solare, da un punto di osservazione anch’esso mai visto prima da alcun essere umano.
La Terra entrava irrimediabilmente in un terribile cono d’ombra, reale e simbolico. Si tratta dello sguardo distante che permette di vedere la Luna, la Terra, e non il dito. Nelle stesse ore, il presidente Trump, su diretta spinta di Netanyahu, ha portato oltre il limite l’ultimatum all’Iran sullo stretto di Hormuz, affermando che “questa notte morirà un’intera civiltà”.
Un’affermazione che assume un significato doppiamente sinistro, perché le forme di distruzione delle civiltà a cui abbiamo assistito negli ultimi anni (l’urbicidio di Damasco e di Gaza, il genocidio, le distruzioni di Baghdad e di Kabul) non sono mai state codificate così.
Come afferma, nel film, il dottor Stranamore, “la deterrenza è l’arte di creare nell’animo dell’eventuale nemico il terrore di attaccare. Ed è proprio a causa dei congegni che determinano la decisione automatica e irreversibile, escludendo ogni indebita interferenza umana, che l’ordigno ‘Fine del mondo’ è terrorizzante e di facile comprensione e assolutamente credibile e convincente”.
Perché dire “morirà una civiltà” significa operare uno spostamento semantico, ossia portare la civiltà dal piano dell’implicito, i meccanismi che reggono il mondo senza bisogno di essere nominati, al piano dell’oggetto, di ciò che può essere acceso e spento, preservato o sacrificato.
La tv israeliana ha preparato un countdown dalle 8, ora di Washington, le nostre 2 di notte.
Nello stesso momento, in due luoghi differenti dello spazio, due fenomeni si sono allineati. Da un lato, l’umanità che si allontana abbastanza da vedere il proprio pianeta entrare nell’ombra. Dall’altro, un potere che si avvicina abbastanza al proprio limite da nominare apertamente la possibilità della fine. Eppure c’è una differenza temporale.
Come racconta Patricio Guzmàn in Nostalgia della Luce, “la luce del Sole impiega otto minuti per raggiungerci. Il presente non esiste, può esistere solo nella nostra mente. E noi astronomi facciamo questo: manipoliamo il passato. Il presente è una linea molto sottile, così sottile che un soffio d’aria può distruggerla”.
Guzmàn aveva scelto il telescopio più potente del mondo, quello che si trova nello spazio più vuoto di tutti, il deserto di Atacama, il luogo con meno acqua della Terra, per rivolgerlo non verso la Luna, ma al contrario, verso di noi. Si stava interrogando sul Cile di Pinochet, e sul senso degli orrori. In quel gioco del tempo si costruisce la memoria, e la possibilità di arginare, con essa, il presente. Chi ha memoria è capace di vivere nella fragilità del tempo presente, chi non ce l’ha non è capace di vivere da nessuna parte. Mentre si minaccia di distruggere proprio la memoria millenaria, abbiamo sempre quello scarto di 8 minuti, quello che vedranno gli astronomi, il nostro presente, e soprattutto il nostro futuro.
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Nadia Urbinati