La senatrice Elizabeth Warren ha liquidato l’uscita di scena di Pam Bondi dal vertice del Dipartimento di Giustizia con una frase brutale: “sarà ricordata”, ha detto, “per aver ostacolato la pubblicazione degli Epstein files, per aver usato il DOJ [Department of Justice] contro gli avversari politici di Trump e per aver distribuito approvazioni a fusioni societarie come favori politici”. Molti si sono soffermati sulla prima accusa, la pornografia del potere. Ma il punto più forte sta nelle altre due. Non perché la vicenda Epstein sia irrilevante, ma perché è la meno interessante sul piano politico e istituzionale. Il problema non è solo la mancata trasparenza su un dossier tossico. Il problema è l’idea di Stato che quella gestione lascia intravedere.
Sotto Trump il DOJ tende a smarrire la regola non scritta che lo vuole un’istituzione separata, impersonale, vincolata a criteri generali di legalità. Si presenta invece sempre più come una propaggine dell’esecutivo personale. Non nel senso ordinario in cui ogni amministrazione orienta le priorità del governo federale. Questo è fisiologico. Il salto è un altro. Siamo davanti a un uso del DOJ che obbedisce a una logica patrimoniale: l’apparato pubblico trattato non come sede neutrale dell’interesse generale, ma come proprietà personale del leader e della sua rete di fedeltà.
Il DOJ come arma politica
È in questo quadro che va letta la prima vera accusa di Warren: l’uso del DOJ come arma politica contro i nemici di Trump. La questione, in fondo, è semplice solo in apparenza. In uno Stato di diritto l’azione penale dovrebbe partire da un sospetto di reato e poi cercarne l’autore. In un sistema basato sulla fedeltà personale, invece, il movimento tende a invertirsi: si individua un avversario e poi si cerca il reato adatto a colpirlo. È una soglia sottile ma decisiva. È quella che separa il governo delle leggi dal governo degli uomini.
La distinzione è antica. Apparteneva già ai regimi di corte, dove la giustizia penale poteva servire a eliminare un rivale del sovrano, come nel caso di Fouquet sotto Luigi XIV, formalmente accusato di peculato ma in realtà punito per un più sostanziale delitto di lesa maestà. Nell’America di Trump è tornata a essere una linea di faglia costituzionale. Già nel primo mandato, e in modo più esplicito nel secondo, Trump ha mostrato una tendenza costante a concepire il DOJ come il luogo in cui trasformare il risentimento politico in iniziativa penale. Qui il linguaggio della “weaponization” si rovescia nel suo contrario: il presidente che per anni ha denunciato la politicizzazione della giustizia, trasformata in un’arma per colpirlo, finisce per pretendere dal proprio apparato esattamente ciò che diceva di voler combattere.
Da questo punto di vista, il bilancio della breve era Bondi è più rivelatore del teatrino sulle carte di Epstein. Perché mostra insieme la volontà politica e il suo parziale fallimento. Ciò che sembra aver irritato Trump è la percezione che il Dipartimento non sia riuscito a produrre risultati contro alcuni bersagli simbolici, come l’ex procuratrice generale di New York Letitia James, protagonista delle principali iniziative giudiziarie contro la Trump Organization; il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, colpevole di non aver seguito la linea monetaria desiderata dalla Casa Bianca; e figure legate alle indagini sul primo ciclo trumpiano, come l’ex direttore dell’FBI James Comey, figura chiave del filone investigativo sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016. In più occasioni, lo stesso Trump ha pubblicamente evocato l’uso dello strumento penale o sanzionatorio nei confronti di avversari politici, fino a prospettare ipotesi di incriminazione in contesti che, in un assetto ordinario, resterebbero chiaramente fuori dal perimetro della repressione penale.
In altre parole, il Dipartimento di Giustizia non è stato abbastanza efficace nel trasformare l’ostilità politica del presidente in pressione investigativa, esposizione pubblica o vulnerabilità giudiziaria. Questo è il punto vero. In un sistema sano, il successo di un Attorney General non si misura dalla capacità di colpire i rivali del capo dell’esecutivo. Qui, invece, sembra diventare uno dei criteri impliciti di valutazione. E già questo dice molto.
La patrimonializzazione del pubblico
La seconda accusa di Warren è forse ancora più interessante, proprio perché meno immediata per il grande pubblico. Quando parla di approvazioni di fusioni aziendali distribuite come favori politici, non allude solo a un singolo abuso, ma a qualcosa di più profondo: la trasformazione della discrezionalità pubblica in risorsa privata del potere.
L’esempio più diretto riguarda la grande fusione immobiliare tra Compass e Anywhere Real Estate, operazione con rilevanti implicazioni concorrenziali sulla quale, nel febbraio 2026, Warren e altri parlamentari democratici hanno accusato formalmente il Dipartimento di Giustizia di favoritismo. Al centro della contestazione c’era Gail Slater, allora a capo dell’Antitrust Division del DOJ. Secondo quelle accuse, Slater avrebbe cercato di sottoporre l’operazione a un esame più rigoroso, trovando però un freno nell’ufficio del Deputy Attorney General Todd Blanche, figura strettamente legata all’universo personale e legale di Trump, che sarà poi scelto come successore di Bondi alla guida del DOJ.
Ma il caso non sembra isolato. Le tensioni che hanno investito l’Antitrust Division appaiono più ampie e hanno riguardato anche grandi dossier del settore media, come l’operazione Skydance–Warner Bros. Discovery, che coinvolgeva anche CNN, storica emittente liberal e bersaglio polemico di Trump. In quel dossier si incrociavano interessi economici legati all’imprenditore David Ellison, vicinissimo all’universo trumpiano, e al fondo Affinity Partners di Jared Kushner, genero del presidente. Questo ha alimentato il timore che la politica antitrust fosse sempre meno schermata da criteri tecnici e sempre più esposta a pressioni provenienti dalla Casa Bianca e dalla rete personale del presidente. Le dimissioni di Slater, maturate in quel clima, hanno rafforzato ulteriormente questa impressione.
Il punto, dunque, non è l’esito di una singola operazione. È il tipo di rapporto con il potere pubblico che questi episodi sembrano presupporre: accesso privilegiato ai vertici del DOJ, possibilità di aggirare i canali tecnici ordinari e una concezione della regolazione come spazio catturabile attraverso relazioni personali e fedeltà politiche.
Questo secondo versante, insomma, aiuta a capire non tanto la caduta di Bondi quanto la trasformazione complessiva del DOJ sotto la sua guida: meno efficace, agli occhi di Trump, nel colpire i nemici politici; più integrato, invece, in un contesto in cui anche la discrezionalità regolatoria appare sempre più permeabile a logiche di favore e fedeltà.
Ed è qui che il caso del DOJ trumpiano diventa teoricamente interessante. Perché quello che emerge non è soltanto una politicizzazione, formula ormai troppo debole. È una forma di patrimonializzazione del pubblico. In un assetto patrimoniale non esiste un confine netto tra sfera privata del potere e sfera pubblica dello Stato. L’ufficio non è una funzione impersonale, ma una dipendenza del capo.
Max Weber collocava il patrimonialismo tra le forme tradizionali di dominio, in cui il signore esercita il potere come un’estensione della propria domus. Le cariche si distribuiscono come benefici, l’amministrazione si organizza attorno alla fedeltà personale, il confine tra risorsa pubblica e utilità privata non è identificabile. È il modello – appunto – di un governo degli uomini, non delle leggi, dove la confusione tra comando pubblico e dominio privato è sistemica. Naturalmente non siamo di fronte a una restaurazione letterale di quel mondo. Ma la logica che riemerge è sorprendentemente simile.
Per questo, nel DOJ di Trump, la repressione dei nemici e la protezione degli amici non vanno lette come due deviazioni distinte. Sono le due facce dello stesso principio. Da un lato si tenta di rendere vulnerabili i nemici politici attraverso l’iniziativa penale, l’intimidazione investigativa o anche solo l’esibizione pubblica del potere di indagare. Dall’altro si usano gli spazi di discrezionalità regolatoria, amministrativa o politica per segnalare favore, accesso e protezione agli attori economici amici. Punizione e ricompensa.
Dopo Bondi: il filo della continuità
In questo quadro, più della rottura rappresentata dalla caduta di Pam Bondi conta la continuità della traiettoria impressa al Dipartimento di Giustizia. Il problema non è solo chi esce, ma chi entra e soprattutto che tipo di funzione il DOJ viene ormai chiamato a svolgere.
Il successore ad interim di Bondi, Todd Blanche, non è soltanto un lealista trumpiano: è l’ex avvocato personale di Trump nei suoi processi penali più delicati. Bondi era già parte del cerchio politico-legale del presidente e ne aveva diretto la difesa, soprattutto durante il primo impeachment. Blanche, però, spinge questa continuità un passo oltre: non solo difesa istituzionale, ma un passaggio quasi senza soluzione di continuità tra la difesa penale privata del presidente e la guida dell’apparato federale incaricato di amministrare la giustizia.
E allora: sul primo fronte, quello della persecuzione dei nemici politici, Blanche appare come il tentativo di correggere l’underperformance di Bondi; sul secondo, quello della “cattura regolatoria”, incarna la radicalizzazione di una traiettoria già in atto.
Questo rende insufficiente la formula della “politicizzazione”. Un Dipartimento della Giustizia politicizzato è un dipartimento esposto agli orientamenti politici della presidenza. Un dipartimento patrimonializzato è qualcosa di diverso: è un apparato che tende a essere vissuto come estensione della volontà del capo.
In conclusione
Per questo la frase di Warren, al netto dell’enfasi polemica, coglie qualcosa di reale. Gli Epstein files possono aver accelerato la crisi di Bondi e averne reso più costosa la permanenza al DOJ. Ma non spiegano il fenomeno. Quello che conta davvero è che, sotto Trump, il Dipartimento di Giustizia tende a essere valutato non per la sua capacità di amministrare imparzialmente la legge, ma per la sua disponibilità a funzionare come strumento di fedeltà personale, di utilità politico-economica e di gestione selettiva del potere.
È questa la soglia su cui vale la pena fermarsi. Perché quando il ministero della giustizia di una democrazia costituzionale comincia a essere pensato in questi termini, il problema non è soltanto la qualità morale dei suoi dirigenti. Il problema è che l’esecutivo sta cercando di ridefinire la propria natura: non più organo limitato da procedure, separazioni e contropoteri, ma centro proprietario di un apparato statale da piegare al comando di un “signore”.
E allora sì, il nome più adatto per ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti non si trova nella cronaca del giorno, né nello scandalo contingente. Sta in qualcosa di più antico e più serio: l’uso patrimoniale dello Stato. Su questa strada, gli USA non possono né intendono più rappresentare il futuro dell’Occidente; si presentano piuttosto come uno specchio deformato del passato europeo.

