Si chiama “domicidio” ed è una pratica sempre più diffusa, in zone di conflitto armato ma anche nelle nostre città: è la distruzione sistematica delle abitazioni, la scomparsa dello spazio di vita raffigurato dalla casa, dalla domesticità. È la concretizzazione di precise politiche di esclusione in seguito a episodi traumatici come eventi naturali o conflitti; ma è anche l’esito, e forse l’obiettivo, di sfratti e sgomberi legati a una visione esclusiva e autoritaria degli spazi urbani e determinati da una morosità incolpevole. Vittime ne sono sempre più larghe fasce di famiglie in condizioni di vulnerabilità.
Quanto sta accadendo a Ferrara dall’inizio di questo anno attorno al Grattacielo ne è la più evidente rappresentazione. I fatti, innanzitutto.
800 persone tra gennaio e febbraio sono state costrette a lasciare i propri appartamenti nella struttura di Ferrara chiamata Grattacielo. La scintilla è stata un incendio che ha interessato una minima parte del grande edificio, ma il Comune ha preso la palla al balzo per sgomberare l’intera comunità. Il Grattacielo è un’imponente costruzione inaugurata nel 1958 come simbolo di modernità e di accessibilità economica per il ceto sociale medio, e diventata poi esperimento sociale nei fatti. Le due torri più alte, chiamate A e B, sono composte di 22 piani, mentre la C è più bassa. In totale ospita 200 appartamenti, alcuni negozi, la Biblioteca Popolare Giardino e un locale per giovani. Dentro c’erano famiglie, lavoratori, alcuni anziani e malati, cittadini italiani e stranieri.
La notte tra il 10 e l’11 gennaio le fiamme hanno preso la base della Torre B e circa 200 persone sono state evacuate immediatamente. La maggior parte si è dovuta arrangiare da parenti e amici, mentre per una settantina il Comune ha approntato un ricovero presso il vicino centro sportivo polivalente per non più di una settimana, costringendoli a cercare altre soluzioni insieme al mondo dell’associazionismo. Dieci giorni dopo, un’ordinanza ha imposto la chiusura anche delle altre due torri e ordinato lo sgombero totale eseguito all’alba del 12 febbraio. Il giorno successivo le forze dell’ordine hanno completato le operazioni tecniche mediante cancelli per rendere impossibile ogni ulteriore accesso.
Il caso è arrivato in Parlamento grazie all’impegno delle senatrici Ilaria Cucchi (AVS) e Sandra Zampa (Pd) e della deputata Stefania Ascari (M5S) che hanno presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri Piantedosi e Musumeci. Il 26 febbraio il TAR ha respinto il ricorso contro l’ordinanza comunale di sgombero, mentre il 7 marzo a Ferrara si è svolta una manifestazione regionale.
Ora, a quasi tre mesi dal primo sgombero, parte degli sfollati ha deciso di cambiare città o di tornare nel proprio Paese di origine: il 42% dei proprietari è infatti di origine straniera, in rappresentanza di trenta nazionalità diverse. Molti altri vivono ancora da amici o parenti, altri in provincia, qualcuno in macchina o in rifugi di fortuna, qualcuno per brevi periodi ha ricevuto un sostegno dai servizi sociali. Pochi quelli che hanno trovato sul mercato un’abitazione a prezzi accessibili, causa la speculazione immobiliare legata alla crescente “studentificazione”. Circa una cinquantina di sfollati, invece, fino a giugno staranno nella struttura “Ex San Bartolo” gestita da Caritas alla periferia di Ferrara ma di proprietà dell’ASL.
Una parte di loro aveva investito i risparmi per l’acquisto di una casa persa da un giorno all’altro, con l’aggravio di non essere supportati e non avere risposte credibili in grado di dare delle speranze.
Da simbolo della modernità a ghetto
Il Grattacielo simbolo della modernità in contrasto con la città rinascimentale era divenuto un luogo alieno, un’altra città lontana, perduta, simulacro di un ghetto. Nel tempo le narrazioni stigmatizzanti si sono susseguite mettendo in evidenza la sua eccezione in termini di criminalità, spaccio, migrazione incontrollata. Tuttavia, a dispetto di un passato non privo di difficoltà, vi era un presente e un futuro, vi erano processi faticosi di inclusione e integrazione. Famiglie italiane e migranti, anziani che nel tempo avevano costruito relazioni, affettività, interazione con il resto del quartiere e del tessuto urbano. Ciò che è accaduto è il sintomo evidente che le città hanno quasi completamente perso ciò che si poteva caratterizzare come bene comune sprofondando nella perversa, inesorabile e attuale logica “estrattivista”, ovvero estrarre profitto a beneficio di pochi e scarso, o nessun, beneficio per molti.
La lunga lista delle problematiche collegate a questo processo è nota: finanziarizzazione, turistificazione con annesso mercato locativo, aumento degli affitti e indebolimento dei salari, eccesso di investimenti dei fondi immobiliari per i ceti alti, rigenerazione urbana ed effetto gentrification.
Ferrara nella sua specifica dimensione offre chiari spunti sul versante dell’economia della rendita a cui si aggiunge l’impatto sull’offerta e domanda della popolazione studentesca fuori sede. Il turismo quale volano principale di sviluppo locale attraverso grandi eventi è un ulteriore tassello che fortifica un quadro problematico sul rapporto tra profitti/rendite e redistribuzione della possibile ricchezza tra i diversi ceti che compongono la morfologia sociale della città. Questa dimensione economica rischia di non alimentare circuiti virtuosi ma rafforzare le note e anche inedite disuguaglianze sociali.
Sulla base di queste sintetiche riflessioni vi è un ulteriore fattore che riteniamo importante sottolineare. L’orizzonte dell’interesse, della privatizzazione della sfera pubblica: da questo punto di vista, il caso ferrarese risulta essere paradigmatico di una crisi che attraversa le nostre realtà urbane e muta in profondità la convivenza all’interno dell’immanente eterogeneità sociale ed etnica della città.
Questa crisi è definibile quale egoismo collettivo: un ossimoro che intende enfatizzare la distanza e il disinteresse verso chi abita la parte scabrosa della città e ha perduto gran parte delle proprie certezze materiali ed esistenziali.
L’amministrazione comunale ha bollato quello del Grattacielo “un fatto privato”, etichetta utile per deresponsabilizzare l’intera comunità nelle sue distinte forme e differenti ruoli verso chi esprime un bisogno e, al contempo, un diritto. Dovremmo domandarci il significato attuale che assume il governare questi dilemmi raffigurati dal Grattacielo, così come quelli presenti in altri contesti, in un nesso sempre più problematico tra politica e politiche. La politica, al di là del colore di chi amministra le nostre grandi o piccole città, assume come guida amministrativa “il qui e ora” senza una prospettiva di medio-lungo futuro che proietti nel tempo le questioni pubbliche rilevanti. Questo scenario alimenta politiche non in grado di affrontare eventuali emergenze, politiche deboli che non costruiscono legami e opportunità di intervento per fornire risposte adeguate alla molteplice vulnerabilità in gioco. La progressiva complessità delle problematiche che si devono e si dovranno affrontare in relazione alle politiche abitative e urbane mette a nudo un quadro assai critico, in cui prevalgono azioni frammentate, strettamente connesse all’estrazione di valore e non di bene pubblico, e soprattutto disconnesse dalla partecipazione della cittadinanza.
In tal senso, le regole della buona amministrazione di una città dovrebbero garantire adeguati interventi sociali e, dunque, una pianificazione dei rischi generati da eventi critici, in particolare quando si tratta di criticità che riguardano la sicurezza, la sanità e, non da ultimi, i diritti umani, e che coinvolgono anche minori e persone anziane.
Ottocento persone rimaste senza casa all’improvviso rappresentano inevitabilmente un problema sociale, soprattutto se può generare rischi o ricadute sull’intera comunità e, come tale, dovrebbe essere affrontato da un’amministrazione pubblica. Il Grattacielo di Ferrara, come tutti quelli costruiti in Italia nel secondo dopoguerra, era un simbolo – controverso e contrastato – di modernità e di riscatto dal provincialismo di un Paese uscito profondamente segnato dalla Seconda guerra mondiale.
La rigenerazione urbana e lo sviluppo immobiliare
La soluzione non è l’abbattimento del Grattacielo ma l’avvio di un processo di rigenerazione urbanistica di un’area “socialmente sensibile” che fa da cerniera tra il centro storico e l’espansione nord della città, trasformandola in un punto di forza caratterizzato da mixité sociale e funzionale. Andava attivata una regia pubblica per la gestione dell’emergenza e per l’avvio di un processo di rigenerazione, coinvolgendo la Regione Emilia-Romagna. L’azienda ACER su mandato del Comune poteva svolgere un ruolo importante nella gestione di quanto successo ma non l’ha fatto. Fortunatamente, l’associazionismo e molti cittadini hanno dimostrato sensibilità e disponibilità a impegnarsi nella gestione dell’emergenza, e questa è una risorsa da valorizzare come patrimonio civile della città.
Questa vicenda mostra alcune evidenze fondamentali. I rischi – naturali e sociali – che una città e la sua popolazione corrono sono spesso noti e andrebbero prevenuti. Le ricostruzioni e le ristrutturazioni non sono mai solo edilizie, ma anche urbane: senza un sistema efficiente di credito pubblico non si va lontano e si rischia di favorire la speculazione. Servono dunque strutture istituzionali pubbliche — agenzie, gabinetti, organismi dedicati — in grado di gestire situazioni che intrecciano dimensioni sociali, economiche, progettuali e gestionali. Il Comune dovrebbe garantire la gestione dell’emergenza e l’avvio del processo rigenerativo; lo Stato e, come nel nostro caso, le Regioni dovrebbero assicurare fondi strutturali, anche attraverso il ricorso a un’istituzione finanziaria di interesse pubblico come la Cassa Depositi e Prestiti. Sarebbe opportuno creare un’agenzia pubblica, seguendo esperienze europee, che sia struttura di supporto alla progettualità pubblica, in stretto dialogo con il mondo associativo. L’università potrebbe offrire competenze per individuare le decisioni più utili in un dato contesto. Questa è la complessità. Questo significa capacità di pianificare, guardando al passato e programmando il futuro.

