Antisemitismo e libertà di parola, la (giusta) scelta dell’Ordine dei giornalisti

02 Aprile 2026

Matteo Pucciarelli Giornalista

Articolo pubblicato su L'indiano metropolitano
Matteo Pucciarelli, 1 Apr 2026

Titolo originale Antisemitismo e libertà di parola, la (giusta) scelta dell'Ordine dei giornalisti

Il Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti

Il 31 marzo i giornalisti hanno adottato la definizione della JDA, scritta da circa duecento storici e accademici specializzati in storia dell’antisemitismo e della Shoah. Garantisce il diritto di cronaca e di critica, e il contrasto a ogni discriminazione e forma di odio.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha approvato una mozione in cui abbandona come riferimento principale la definizione di antisemitismo dell’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance – per adottare prioritariamente la JDA – Jerusalem Declaration on Antisemitism – elaborata da circa duecento storici e accademici specializzati in storia dell’antisemitismo, della Shoah e delle vicende mediorientali. Questo perché l’IHRA qualifica come esempi di antisemitismo anche critiche alle politiche dello Stato di Israele, equiparandole di fatto all’ebraismo.
La decisione arriva in controtendenza rispetto al Senato, che ha già approvato il Ddl sull’antisemitismo che incorpora la definizione IHRA, andando quindi nella direzione opposta rispetto al legislatore. Una posizione non comoda, ma coerente con il senso stesso della professione giornalistica. La scelta riguarda chi ha il diritto di parlare, di criticare, di dissentire in uno spazio pubblico democratico. La preoccupazione, condivisa da storici, giuristi e accademici, è che una definizione legislativa mal calibrata produca un effetto deterrente sulla libertà di stampa e sull’attivismo politico: non un timore astratto, ma un rischio già visibile, dalla Germania agli Stati Uniti di Trump.
Matteo Pucciarelli, che ha promosso la mozione assieme ad Angela Caponnetto, Fulvia Caprara e Danilo De Biasio, spiega in questo articolo come combattere l’antisemitismo e preservare la libertà di informazione non siano obiettivi in conflitto, ma la stessa cosa.

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“Ogni guerra è anche una guerra di parole”, scrive Valentina Pisanty nell’incipit del suo Antisemita, una parola in ostaggio (Bompiani, 2025). 

Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (CNOG) ha approvato una mozione che il sottoscritto ha promosso assieme ad Angela Caponnetto, Fulvia Caprara e Danilo De Biasio: il CNOG ha deciso di abbandonare come riferimento principale la definizione di antisemitismo dell’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, per adottare prioritariamente la Jerusalem Declaration on Antisemitism.

C’è stata una lunga discussione spalmata su due giorni di Consiglio, a dimostrazione che il tema è sentito e quanto mai delicato. Anche per questo, al di là di slogan o posizioni preconcette, questo lungo articolo prova a spiegare meglio all’esterno il senso di una scelta sicuramente etica, deontologica e assieme politica, fatta a tutela della professione ma anche perché se l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere, serve allora una reale comprensione del fenomeno, senza confusioni di sorta.

La proposta iniziale portata in Consiglio non si può capire senza entrare nel merito di quella “guerra di parole” di cui scrive Pisanty, semiologa dell’Università di Bergamo – ho avuto modo di conoscerla allo spezzone “ebraico del dissenso” del corte del 25 aprile, l’anno scorso, e assieme ad altri avevamo firmato questo appello – la cui ricerca ricostruisce con precisione chirurgica come, tra la fine degli anni Novanta e i decenni successivi, la parola “antisemita” sia stata progressivamente trasformata da strumento di contrasto all’odio in strumento di contrasto al dissenso politico.

Una parola in ostaggio

La working definition dell’IHRA, adottata nel 2016 e fatta propria dall’Italia nel 2020, si compone di due parti. La prima è una descrizione vaga dell’antisemitismo come “odio per gli ebrei” ed è sostanzialmente inattaccabile. La seconda, l’unica che conta, elenca undici esempi operativi di antisemitismo, di cui sette incentrati non sugli ebrei in quanto tali ma sullo Stato di Israele. È in questa seconda parte che si annida il problema: alcuni di quegli esempi per Pisanty sono “intrinsecamente problematici”, come la proibizione di “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele” o di “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, criteri che, applicati rigidamente, rischiano di trasformare qualsiasi critica radicale alla politica di un governo in un reato d’odio etnico.

Secondo Pisanty, questa ridefinizione non è casuale: è il frutto di un progetto deliberato delle destre israeliane, sostenuto da istituzioni internazionali e da governi occidentali, per sfumare i confini tra antisemitismo e antisionismo, e ottenere così uno strumento legale per silenziare gli avversari politici. 

Schiacciando quindi l’identità ebraica, compresa quella della Diaspora, sullo Stato di Israele.

Il meccanismo è stato ulteriormente consolidato da un paradossale scambio di favori: i governi di estrema destra in Europa e nelle Americhe, molti dei quali eredi di formazioni politiche inequivocabilmente antisemite, ottengono patenti di legittimità ideologica visitando lo Yad Vashem a Gerusalemme e dichiarandosi solidali con Israele. In Italia basti pensare alla parabola neo e post fascista: gli eredi ideologici delle leggi razziali che si ergono a difensori indefessi di Israele, qualsiasi cosa faccia.

In cambio, i governi israeliani minimizzano o ignorano le esternazioni xenofobe e revisioniste di quegli stessi leader. Il risultato è che la lotta contro l’antisemitismo, anziché rafforzarsi, si svuota di senso e si trasforma in un’arma retorica disponibile ai più improbabili dei suoi branditori.

Il paradosso di Levi della Torre

Un ragionamento illuminante è quello espresso nel parere reso alla Commissione prima del Senato da Stefano Levi della Torre il 31 gennaio 2026. La sua tesi centrale è un paradosso logico e storico: le proposte di legge sull’antisemitismo che adottano la definizione IHRA non combattono l’antisemitismo ma semmai lo alimentano.

L’antisemitismo ha sempre avuto al centro l’immagine dell’ebreo come figura dotata di un rapporto privilegiato con il potere, che fosse economico, finanziario, mediatico, politico. Le nuove leggi, conferendo agli ebrei il “privilegio” di essere esentati dalla critica pubblica, confermerebbero esattamente quell’immagine: quella di un potere protetto dallo Stato. Scrive Levi della Torre: queste proposte di legge “che vorrebbero osteggiare l’antisemitismo ne confermano invece il nucleo fondamentale: l’immagine di un rapporto privilegiato ed esclusivo dell’‘ebreo’ col potere di governo, legislativo e di Stato”. E aggiunge che, come ebreo, non apprezza che si proponga “a nostro favore” un nuovo isolamento in un “ghetto legislativo”.

La distinzione che pone è quella tra pregiudizio e giudizio, tra odio e critica. Nell’ostilità verso Israele e verso il mondo ebraico che si registra oggi si intrecciano due filoni distinti: da un lato i pregiudizi e gli stereotipi storicamente sedimentati dell’antisemitismo classico; dall’altro i giudizi politici ed etici suscitati da ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. “Occorre saper districare – scrive – diversamente si rischia di delegittimare la critica come pregiudizio antisemita, o di legittimare il pregiudizio antisemita come critica”. Coincide quasi alla lettera con l’analisi di Pisanty: il corto circuito tra le due categorie non è accidentale, ma è semmai l’obiettivo.

Il Parlamento e l’Ordine: due risposte opposte

È in questo contesto che si inscrive la mozione del CNOG. 

Il documento parte da un presupposto deontologico preciso: la libertà di espressione e di critica è, secondo il codice deontologico della professione entrato in vigore il 1° giugno 2025, “un diritto insopprimibile dei giornalisti”, da esercitarsi nel rispetto della “verità sostanziale dei fatti e della buona fede”. Al tempo stesso, l’articolo 9 del medesimo codice obbliga il giornalista a rispettare il diritto di ogni persona a non essere discriminata per origine etnica, religione, opinioni politiche, sesso o condizioni personali. Queste due norme non si contraddicono ma si integrano. La Jerusalem Declaration garantisce questo equilibrio meglio dell’IHRA.

La commistione tra antisemitismo e critica a Israele presente negli esempi IHRA è “pericolosa per gli ebrei stessi e rischia di criminalizzare posizioni e sensibilità altrimenti legittime.” La volontà è “rendere il contrasto al sentimento antiebraico più focalizzato e rigoroso senza che si sconfini in censure o autocensure.”

La scelta arriva in un momento politicamente particolare. Il Senato ha già approvato il Ddl sull’antisemitismo che incorpora la definizione IHRA, sia pure attenuato rispetto alla versione originale che prevedeva, richiamandosi a un regio decreto del 1931, il diniego preventivo di autorizzazioni a manifestazioni pubbliche. 

L’Ordine dei giornalisti va quindi nella direzione opposta rispetto al legislatore. Non è una posizione comoda ma è coerente con il senso stesso di giornalismo.

Uno spazio pubblico da difendere

Resta, sullo sfondo, una questione più grande. Perché il dibattito su IHRA e JDA non è tecnico, è politico nel senso più alto del termine. Riguarda chi ha il diritto di parlare, di criticare, di dissentire in uno spazio pubblico democratico. La preoccupazione, condivisa da storici, giuristi, accademici, associazioni per i diritti civili e ora dall’Ordine dei giornalisti, è che una definizione legislativa mal calibrata produca un effetto deterrente sulla libertà di stampa, sulla ricerca universitaria, sull’attivismo politico.

La Jerusalem Declaration nasce precisamente per rispondere a questa preoccupazione. Elaborata da circa duecento storici e accademici specializzati in storia dell’antisemitismo, della Shoah e delle vicende mediorientali, fornisce una definizione più chiara e quindici linee guida che distinguono esplicitamente l’antisemitismo — inteso come pregiudizio, discriminazione e odio verso gli ebrei in quanto ebrei — dalla critica legittima alle politiche israeliane, dai boicottaggi, dai paragoni storici, dalla solidarietà con il popolo palestinese.

Simon Levis Sullam, storico dell’antisemitismo all’università Ca’ Foscari di Venezia e tra i firmatari della Jerusalem Declaration, ha analizzato il problema sul Mulino offrendo un parere simile a Pisanty e Levi Della Torre: la definizione IHRA non è un mero documento accademico o un memorandum diplomatico, ma è di fatto uno strumento politico utilizzato dalla diplomazia israeliana, con effetti che i suoi stessi promotori non avevano previsto. Audito dalla Commissione prima del Senato nel corso delle discussioni sul DDL antisemitismo, Levis Sullam ha spiegato che l’antisemitismo è una pratica discorsiva e politica che utilizza un repertorio di luoghi comuni antiebraici, e che quando la critica al governo israeliano non mobilita quel repertorio non può essere definita antiebraica. Inclusa, ha precisato, la critica che fa riferimento a pratiche di apartheid nei territori occupati. Il rischio concreto che ha indicato è quello già visibile oltre confine: dagli Stati Uniti di Trump, dove le università sono state minacciate di chiusura e tagli ai finanziamenti, alla Germania, dove studiosi ebrei sono stati esclusi in nome della definizione IHRA. Un paradosso che rivela come gli strumenti per combattere l’antisemitismo debbano essere culturali e scientifici, non il diritto penale usato come una clava.

L’Ordine ha dunque meritoriamente scelto di stare dalla parte di chi ritiene che combattere l’odio e preservare il dibattito pubblico non siano obiettivi in conflitto, ma la stessa cosa. Una presa di posizione coerente con il mandato di una professione che ha nella libertà di informazione la sua ragione d’essere. Una libertà che, come ricorda il codice deontologico, è “insopprimibile”, e che nessuna guerra di parole dovrebbe riuscire a prendere in ostaggio.

Matteo Pucciarelli è cronista politico de “la Repubblica”. Il suo ultimo libro è Guerra alla guerra – Guida alle idee e alle pratiche del pacifismo italiano per Laterza.

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