La sfida di governare, la sinistra parta dalla “materia” non dal “mezzo”

02 Aprile 2026

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Articolo pubblicato su Domani
Nadia Urbinati, 30 Mar 2026

Titolo originale La sfida di governare, la sinistra parta dalla “materia” non dal “mezzo”

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

I leader del centrosinistra

Scrivere un programma unitario, chiaro e memorizzabile: dopo il voto referendario, il centrosinistra annuncia l’inizio di percorsi di ascolto, ma ascoltare non basta. Per andare alle urbe i cittadini si aspettano proposte concrete. Materiali.

Non è sempre vero che, purché si vinca, ogni mezzo possa andar bene. Non lo è, almeno nelle lotte politiche che coinvolgono alleanze. E per una ragione: quel mezzo, se l’obiettivo sarà raggiunto, andrà a riscuotere, cioè a rivendicare un merito (e un ruolo) che la funzione del mezzo non soddisfa. Vincere è solo l’inizio. E se non è ben congegnato, pensato e ottenuto, il vincere può fare del Te Deum un preludio al Requiem. Dalla gioia per la vittoria al pianto per un’agonia. L’analogia ispirata alla settimana pasquale non è solo d’occasione.

Come si sceglie il leader?

La Costituzione ha vinto e hanno vinto coloro che l’hanno difesa col voto e con l’impegno nella campagna referendaria: cittadini, associazioni, mondo del lavoro e partiti politici. Ora, i difensori hanno di fronte un’altra battaglia, quella per riconquistare la maggioranza in parlamento e governare. L’uscita dal deserto. E, prevedibilmente, da ogni parte giungono consigli ai leader dei partiti di opposizione, e soprattutto la richiesta di indicare subito chi sarà il leader della coalizione. Il mondo dei media è il regista di questo show, che alimenta l’adrenalina gladiatoria, procura affari agli editori e, al contempo, svia la discussione. Una trappola che rischia di riallontanare i cittadini dalle urne.

E quindi la domanda: come si sceglie il leader che dovrà unire gli alleati? Sono le primarie di coalizione il “mezzo” giusto? Ma prima di definire il “mezzo”, non sarebbe opportuno conoscere e interpretare la “materia” che dovrebbe rappresentare e il “fine” per cui lo si impiega?

Il voto è potere

La vittoria del No è stata inaspettata anche per l’approssimativa conoscenza di quella che è la società larga. Sentiamo continui lamenti sull’apatia elettorale nelle aree più disagiate del paese, nelle classi sociali più deboli, nelle fasce generazionali più emarginate, e poi, quando vediamo questo mondo magmatico imboccare la strada della determinazione della volontà politica, stentiamo a riconoscergli la rappresentanza.

Il voto è potere, e su una scheda elettorale i cittadini trascrivono ciò che lamentano, contestano e desiderano. E cambiano il corso delle cose. Ma non hanno la pretesa di far tutto da sé. Hanno la pretesa di essere visti, ascoltati, rappresentati e mobilitati da chi si è impegnato ad alzare la bandiera del No. Ascoltare non basta. Bisogna tradurre con intelligenza politica ciò che si ascolta. Ascoltare non equivale a imbonire.

L’Italia è ferma al palo e declassata. Ha un governo di incapaci che ha avuto la fortuna di insediarsi in un momento opportuno: con il piano Pnrr già approntato (dai governi Conte e Draghi, anche se al primo va il merito di aver lottato per ottenere ciò che è, tra le altre cose, uno dei più importanti programmi di politica comune dell’Ue). In tre anni e mezzo, questo governo non ha creato nulla, stimolato nulla, progettato nulla. Ha accontentato (male, a quanto pare) il proprio elettorato, sfornato decreti Sicurezza liberticidi, dilapidato risorse per un Ponte che non c’è e per un campo di concentramento in Albania.

Ha eroso le risorse per la scuola e la sanità pubblica, foraggiando il settore privato. Ha impegnato il Paese a investire in armi (italo-statunitensi), sottraendo già da ora risorse ai servizi pubblici, alla ricerca e all’innovazione, lasciando i giovani nell’umiliante condizione di passare da un lavoro precario all’altro, buttando alle ortiche le migliori energie del Paese. Si vanta di essere il governo più longevo. Non c’è alcun merito nella longevità se non è accompagnata da buone politiche.

Questa è la “materia” da portare in superficie e da rappresentare. Ricerca, educazione, innovazione tecnologica volta a mettere a profitto fonti energetiche alternative; rispetto del territorio e, quindi, rivalutazione dell’abitare nelle città e nei centri minori. Su questi temi (che sono solo alcuni), su questa “materia”, le forze di opposizione che si candidano al governo del Paese devono riuscire a scrivere un programma unitario, chiaro e memorizzabile.

Evitando deprimenti schermaglie gallinesche. Per fare questo le primarie non sono il “mezzo” giusto. È vero che non ci sono più i partiti organizzati in grado di svolgere questo lavoro e che occorre ricorrere ad altri mezzi per conferire identità a un’alleanza. Ma se si vuol dar voce ai cittadini che dimostrano di voler votare, meglio sarebbe tapezzare il paese con annunci di assemblee aperte che raccolgano idee e attivino la partecipazione. Dal sistema elettorale dipenderà se sarà necessaria l’indicazione di un leader dell’alleanza. Ma se ciò sarà dovrebbe venire dopo, non prima.

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York.
Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica.
Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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