C’è stata dunque una corsa alle urne, un “ruere ad urnās” come mai c’era stata prima: si pensi che a Roma, in una sezione della Garbatella, il quartiere da cui viene Giorgia Meloni, l’affluenza al voto è stata dell’86,90 per cento, e in un’altra dell’83,60 per cento, e risultati altrettanto straordinari ci sono stati nelle grandi città, nel Sud e nelle isole, e la maggioranza ha votato per la magistratura (che era sotto attacco), per la Costituzione e perfino per Mattarella, in quanto presidente dell’organismo che si voleva smembrare. Dunque ci sono stati due fatti in controtendenza: il primo ha smentito il cattivo presagio secondo il quale saremmo già entrati nell’età della post-democrazia; il secondo ha smentito che la maggioranza dei cittadini fosse ormai estranea alla politica, come attestato dal crescente astensionismo dal voto. Tutto questo porta a chiedersi il perché di questa imprevista politicizzazione e di questa netta scelta dell’elettorato per il no.
Certamente non si può pensare che il sapere due magistrati, uniti o separati nella stessa aula di giustizia, fosse tanto appassionante da muovere le folle quanto la disputa provocata da Ario nei primi secoli cristiani sul dilemma dell’unione o della separazione tra natura umana e divina. La politicizzazione e la scelta devono essere state causate da altri moventi, altrettanto sentiti nella società secolare: non basta a spiegarlo né la politicizzazione indotta dalla Meloni nel postulare un voto per lei (tutta la legislatura!) o contro di lei, né la politicizzazione indotta da Salvini in Sicilia provocando la mobilitazione popolare contro il ponte sullo Stretto. Per ben altri interessi si erano viste le piazze piene, i giovani in corteo, gli studenti a occupare le scuole, i lavoratori in sciopero: si era manifestato per la Palestina, contro il genocidio, si era messa perfino in mare una flotilla, ci si era scontrati con la polizia per la libertà dei Centri sociali, e infine si era rimasti attoniti e sconcertati al vedere prostituirsi la democrazia americana, il cinismo mercantile e belluino di Trump, la crudeltà di Netanyahu, la falsa lotta tra bene e male in Ucraina, la corsa alle armi dell’Europa, e infine la guerra, in pieno negoziato, con l’Iran, l’omicidio premeditato dei suoi leader, scovati e uccisi dall’Intelligenza Artificiale e dai suoi strumenti umani uno per uno, e il mondo intero – energia, pace e petrolio – mandato alla rovina. E l’Italia, e la sua Presidente, a correre qua e là, a farsi vedere, ma non sapendo che fare, come essere con Trump e contro Trump, per la vittoria in guerra e per la conclamata scelta di non partecipare alla guerra.
Di fronte a tutto questo, che fare? Il senso del male incombente era pari al senso di impotenza.
E se avesse ragione il tecnocrate miliardario americano venuto a Roma per snidare il Papa, Peter Thiel, secondo il quale la libertà, cioè la sovranità del denaro e l’onnipotenza della tecnica, ovvero la salvezza oggi promessa, sono incompatibili con la democrazia? E così alla prima occasione di dimostrare in qualche modo che tutto non è compiuto, che l’alternativa c’è, che il popolo non è vinto e, nel contempo, che non c’è altro argine, non c’è altro “katécon” per dirla con Thiel, altra “forza frenante” che la democrazia, l’elettorato si è mosso, e questa prima occasione è stato il referendum. È successo un po’ quello che era accaduto quando abbiamo proposto, in pieno genocidio, di eleggere domicilio a Gaza: un atto solo simbolico, ma il solo che ognuno potesse fare, per dire in qualche modo di esserci, di militare contro questo male; così le elezioni di domicilio a Gaza, chi presso l’ospedale, chi presso la scuola, chi presso la parrocchia, chi presso il luogo bombardato mentre si prendeva il cibo, sono arrivate a valanga. Dunque la democrazia c’è, il “no” si può esprimere, l’alternativa verrà. Basta darle l’occasione. E anche la pace si può fare.


Questo contenuto fa parte