Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

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Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Ancora una volta, i “logori ingranaggi della libertà” impediscono alla destra di manomettere la Carta

27 Marzo 2026

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

A urne chiuse, davanti a un risultato imprevedibile, possiamo dire che il dibattito sulla giustizia che si è svolto durante l’intera campagna referendaria è stato un dibattito sulla natura della nostra democrazia costituzionale.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata il 21 marzo da “Domani” con il titolo La destra stravolge la Carta perché la considera un errore]

Lo Stato legalitario, affermava Piero Calamandrei nel 1944, è uno strumento che si presta alla politica di qualsiasi partito, e per questo non è necessario riformare i meccanismi costituzionali. «Ma ci sono partiti ai quali più propriamente si adatta l’attributo di rivoluzionari», si legge nel primo capitolo di Il fascismo come regime della menzogna, «i quali, prima che i problemi di sostanza, attinenti al contenuto del diritto, si pongono i problemi di forma, attinenti al modo di formularlo: i quali ritengono, cioè, che prima di passare alla risoluzione delle concrete questioni economiche e sociali, sia necessario stabilire un “ordine nuovo”, un nuovo metodo per creare le leggi destinate a risolverle». 

Questo passaggio, sorprendentemente attuale dopo aver assistito alla corsa con cui l’esecutivo ha imposto al Parlamento un testo di revisione costituzionale che intendeva modificare ben sette articoli riguardanti l’assetto dei poteri dello Stato, senza alcuna discussione né possibilità di emendamenti, diventa perturbante alla luce di un’affermazione fatta dalla presidente del Consiglio sul finire della campagna referendaria a proposito dell’essenza di una riforma che, a suo dire, si proponeva di eliminare le «storture che in ottant’anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere»

Ora che i giochi sono fatti, vale la pena tornare su questa problematica dichiarazione contenuta in un video di tredici minuti rilasciato su Instagram lo scorso 9 marzo, che sembra indicare che la volontà di revisione dell’organizzazione della magistratura non va interpretata solo come il desiderio di dare continuazione alla linea politica agita dai governi di centrodestra a guida berlusconiana sin dal 1994, ma come rimedio a un “errore” originario della Costituzione del ’48. 

Da qui la scelta – rifiutata dagli elettori italiani con una straordinaria mobilitazione civica – di intervenire non con una legge ordinaria ma con una revisione dell’architettura della Carta che avrebbe potuto alterare il già fragile bilanciamento fra i poteri dello Stato a favore di un esecutivo sempre più insofferente a limiti e controlli. Dove il potere legislativo già deve fare i conti con un Parlamento umiliato dall’abuso della decretazione d’urgenza e del voto di fiducia, e il potere giurisdizionale deve risalire la china di una pervasiva opera di delegittimazione mediatica, sfociata in una campagna referendaria che ha descritto i magistrati come lobbisti ideologizzati o dediti al proprio tornaconto, al punto da dover essere estratti a sorte senza alcun criterio di valore o competenza.

I costituenti venivano da anni di totale asservimento della magistratura al regime, il quale, nelle parole di Calamandrei, era stato «anzitutto negazione polemica dei metodi costituzionali dello Stato liberale e proposito o velleità di costruire, in luogo di questo, un nuovo meccanismo di legalità attraverso il quale la volontà dello Stato, cioè il diritto, potesse manifestarsi in maniera più genuina e più energica che non attraverso i logori ingranaggi della libertà, del suffragio popolare e della divisione dei poteri». 

Per questo, nella cultura che ha alimentato la nostra Costituzione, il giudice non doveva essere un mero funzionario tecnico ma un garante della democrazia costituzionale, intesa non semplicemente come governo della maggioranza, ma come governo della maggioranza contenuta entro ben precisi limiti giuridici.  

A urne chiuse, davanti a un risultato imprevedibile – ottenuto non solo contrapponendo all’occupazione dei media la presenza nelle piazze, i banchetti e le riflessioni scambiate in mille incontri, ma anche rispondendo alla protervia di chi ha usato argomenti offensivi dell’intelligenza, come la paventata liberazione di stupratori e  pedofili, con la forza calma della riflessione e dello studio – possiamo dire che il dibattito sulla giustizia che si è svolto durante l’intera campagna referendaria è stato un dibattito sulla natura della nostra democrazia costituzionale. E che la volontà popolare di impedire la lesione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura ha corrisposto a una profonda comprensione della posta in gioco, che chiedeva di mettere al riparo i «logori ingranaggi della libertà»: un posizionamento sulla tenuta degli argini necessari a fermare una destra che vuole “costituzionalizzarsi” modificando l’equilibrio tra poteri disegnato dalla Carta. 

Non è casuale che proprio nel corso di questo dibattito l’esecutivo abbia presentato un progetto di legge elettorale capace di assicurare alla maggioranza una presa del potere inscalfibile in vista della prossima legislatura, a cui spetterà il compito di esprimere il nuovo Capo dello Stato. Credendo così di poter compiere la marcia verso il presidenzialismo, poi mutato in premierato, promesso da Fratelli d’Italia in campagna elettorale e annunciato come “madre di tutte le riforme” il 3 novembre 2023, quando il Consiglio dei ministri licenziò il disegno di legge costituzionale che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio, approvato in prima lettura dal Senato nel giugno 2024 e molto vicino – almeno fino al 23 marzo – a compiere il suo iter parlamentare.

Scrittrice, saggista e presidente di Libertà e Giustizia. Si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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