La nostra libertà cominciò con un No: al fascismo, al nazismo, alla guerra. E con un No continua. Non ci siamo fidati di chi ha cercato di cambiare la Costituzione in questo modo, arrogante, insincero, vendicativo. Ha vinto la saggezza e la libertà. E questa distanza di milioni, non un pugno di voti, mette a nudo lo stato del governo nell’opinione pubblica, che dissente radicalmente da quella fabbricata dai media. Ma, al netto della competizione referendaria e nonostante la vittoria perentoria del No, questa partita ha avuto risvolti preoccupanti, che restano da analizzare e da valutare freddamente.
Per la prima volta nella storia repubblicana, la Costituzione è stata usata come arma contundente contro l’avversario politico – contro una larga parte della cittadinanza. Per dividere “il popolo” della Costituzione dal “popolo” di una fazione, per conquistare la Costituzione e rifarla a propria immagine. La prima volta.
I precedenti
La riforma Renzi-Boschi, il più spettacolare tentativo di riscrivere la relazione tra i poteri politici (l’esecutivo e il legislativo), apparteneva a una logica riformatrice diversa: nasceva malfatta, ma era comunque una proposta di cambiamento non contro qualcuno, bensì per mettere in atto un progetto, certo discutibile ma legittimo.
Vari tentativi si erano avuti negli anni Ottanta, al tempo della cosiddetta Prima repubblica, con commissioni di studio e comitati esplorativi volti a correggere la democrazia parlamentare. Ricordiamoli: Commissione Bozzi (1983-1985); Commissione De Mita-Iotti (1992-1994); Comitato governativo Speroni (1994); Bicamerale D’Alema (1997-1999); Riforma del Governo Berlusconi: successo parlamentare (2004) e sconfitta referendaria (2006); Bozza Violante (2007); Commissione Letta (2013); proposta Renzi-Boschi (2016). Due sconfitte referendarie (Berlusconi e Renzi-Boschi) e due vittorie (Titolo V nel 2001) e il taglio dei parlamentari nel 2020.
Sono ormai cinquant’anni che i politici spingono per riforme costituzionali e i cittadini resistono (quasi sempre). Alcuni storici e politologi hanno giudicato questo accanimento contro la vigente Costituzione come un espediente con cui una classe politica scialba, mediocre e poco virtuosa cerca di tutelare la propria continuità al potere. Le riforme ricorrenti della legge elettorale hanno, in alcuni casi, fatto da supplenza agli insuccessi della riforma della Carta, in altri da battistrada per riforme della Carta.
Tuttavia, mai come in questo caso, la riforma della Costituzione è stata usata dai suoi proponenti come arma per rivendicare un ruolo di ricostituzionalizzazione dell’Italia, come a vendicarsi della sconfitta politica e militare subita nel 1943-45. Riprendersi la Costituzione. Riscriverla in quelle norme – governo della magistratura – che hanno più segnato la separazione tra il vecchio (regime fascista) e il nuovo (repubblica democratica).
Una riforma della destra
A prendere in mano il testimone non è stata però Forza Italia, ma Fratelli d’Italia, che ha raccolto adesioni anche nel centrosinistra, pur senza consentire loro un protagonismo diretto. Chi ha rivendicato da sinistra il voto a favore della riforma Nordio è stato completamente snobbato in parlamento. Infatti, nessuna delle proposte di modifica al testo governativo è stata accolta. Umiliati i riformisti del Sì e umiliato il Parlamento. La destra ha voluto andare in solitario. La riforma doveva essere della destra.
È la prima volta nella storia repubblicana che la discussione parlamentare (quattro discussioni prima del voto) è stata soltanto un iter formale; la prima volta che le audizioni degli esperti sono state inutili. La riforma non doveva essere inclusiva né ottenere il massimo consenso – una condizione che avrebbe evitato il referendum. La riforma doveva essere una e solo una: il testo governativo, immodificabile.
Lo scopo chiaro era usare il referendum come un plebiscito che giustificasse un mutamento in senso autoritario. La proposta è stata concepita e partorita in violazione della logica costituzionale. Non si scrivono costituzioni rappresentative di una parte, né per punire gli avversi in gioco. Non siamo in guerra e la Costituzione vigente è di tutti/e. E così non è stato. Dopo ottant’anni, la parte allora sconfitta ha cercato di riprendere il timone vendicandosi attraverso la Carta.
Nonostante la grande vittoria di un popolo che ama la sua Costituzione, il lascito negativo è sotto gli occhi di tutti. Siamo in tempi di rivolta anticostituzionale, in tutte le democrazie occidentali. In alcune – a cominciare dalla più forte, gli Stati Uniti – la decostituzionalizzazione della politica ha preso forme violente e tragiche, imprimendo scelte di politica interna e internazionale conseguenti: contro i diritti e per la forza, contro la concordia e per la divisione amico/nemico. La vittoria bella del No ci dà speranza: siamo noi a fare la nostra storia. Direttamente e semplicemente.


Luigi Manconi