Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

I molteplici inganni di una riforma che mente fin dal nome

20 Marzo 2026

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

Ma quando una costruzione strutturata di falsità viene scoperchiata, e a farlo sono milioni di cittadini, allora tutto può tornare possibile. Per questo votiamo NO.

L’intera parabola della riforma Nordio-Meloni può essere descritta come un inganno. Un inganno semantico il suo nome, visto che il governo non intende riformare la giustizia ma la magistratura. Un inganno procedurale il suo iter democratico parlamentare, che ha silenziato le opposizioni e impedito ogni emendamento. Un inganno il quesito referendario con cui gli estensori hanno inteso portarla al voto, tanto che la manomissione di sette articoli della Carta si è disvelata solo nel nuovo e più chiaro quesito presentato in forza delle firme di 540mila cittadini. Un inganno la sua ratio dichiarata – una separazione delle funzioni tra giudice e pubblico ministero già attuata nella sostanza dalla riforma Cartabia e riguardante un numero limitatissimo di magistrati – contraddetta dalla sequela di dichiarazioni maldestramente sfuggite o volontariamente introdotte nel discorso pubblico e poi ritrattate da esponenti del governo che esprimono la chiara volontà di controllo di un potere sgradito per il suo compito costituzionale: fare da argine e bilanciamento all’esecutivo, interpretando e applicando il diritto nazionale e sovranazionale. 

Un inganno la manomissione del linguaggio con cui la riforma introdurrebbe in Costituzione la parola “carriera”, che i costituenti non hanno mai usato, avendo accortamente preferito – come ricordato da Nando dalla Chiesa – le parole “ruolo” e “funzione”, in un orizzonte più alto che non l’affermazione professionale dei singoli.

Un inganno, infine, presentare la riforma come risoluzione dei problemi del mondo: dalla presidente del comitato per il Sì dei cattolici, secondo la quale «la riforma è funzionale a riparare il vulnus rappresentato da decisioni in materia di gender, maternità, genitorialità e questioni del fine-vita» al ministro della Giustizia, secondo il quale la riforma implicherebbe un guadagno del 2% di Pil, quando è lampante che il testo non affronta nessuno dei problemi che moltiplicano i costi del sistema giustizia, a cominciare dai tempi dilatati dei processi, dalla carenza di organico, dalla mancata informatizzazione, implicando, al contrario, un costo superiore ai cento milioni annui per far fronte allo sdoppiamento del Csm e alla creazione di un’Alta corte disciplinare. 

Per non dimenticare le affermazioni della capo Gabinetto del ministero della Giustizia che ha equiparato la magistratura a un «plotone d’esecuzione» e della presidente del Consiglio, per la quale il rigetto della riforma produrrebbe «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», «figli strappati alle madri».

Albert Camus scriveva, nella Peste, che «i flagelli sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa». Era il 1947, erano passati appena tre anni da quando aveva militato nella Resistenza francese contro il nazifascismo. Ai flagelli ci si abitua con lenti passaggi di soglia, spallate linguistiche e comunicative che, una volta introdotte e divenute senso comune, si trasformano in gabbie normative: leggi, regolamenti, prassi.

Per questo occorre contrastare sul piano della cultura politica – come i comitati del No hanno fatto, capillarmente, in questi mesi di campagna referendaria – la costruzione potenzialmente autoritaria di un governo che agisce sul piano delle riforme costituzionali – la giustizia, ma anche l’autonomia differenziata, che si va realizzando silenziosamente, e il premierato, approvato in prima lettura al Senato nel giugno 2024 e prossimo a concludere il suo iter parlamentare – e sul piano ordinario dell’azione politica, imprimendo una stretta all’ordine pubblico con un nuovo pacchetto sicurezza che limita fortemente le libertà costituzionali di espressione e manifestazione. 

Dal complesso delle riforme, con il concorso di una nuova legge elettorale che mira a rinsaldare la presa del potere, emergerebbe un sistema totalmente squilibrato a favore dell’esecutivo, senza i contrappesi tipici del costituzionalismo democratico.

Per questo oggi è necessario difendere con il nostro “No” l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e continuare, dal 24 marzo, il lavoro fatto fin qui, di decostruzione di un linguaggio sempre più gravido di conseguenze nel delegittimare un potere dello Stato sottoponendolo a una campagna mediatica fatta di delegittimazione delle sentenze, di character assassination dei singoli giudici, di inoculazione dell’idea che nessuno controlli i controllori: un’ulteriore falsità, visto che un terzo dei componenti dell’attuale CSM è eletto dal Parlamento, che l’organo di autogoverno della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica, e che gli atti del CSM sono sindacabili dal giudice amministrativo. 

Quando una costruzione strutturata di falsità viene scoperchiata, e a farlo sono milioni di cittadini, allora tutto può tornare possibile.

Scrittrice, saggista e presidente di Libertà e Giustizia. Si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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